Il primo settembre 2023 alcuni quotidiani israeliani rivelarono le bozze del nuovo piano carcerario del ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir. Peggiorare le condizioni di detenzione dei prigionieri politici palestinesi era l’obiettivo dichiarato dal leader di Potere ebraico, esponente dell’ultradestra razzista e suprematista di radici kahaniste. Che fosse un obiettivo dettato dal disprezzo e obiettivi politici e non da effettive necessità lo dissero all’epoca le stesse autorità carcerarie che leggevano nel nuovo piano di Ben Gvir una bomba a orologeria: le già scarse visite familiari (45 minuti una volta al mese) ridotte ulteriormente (una volta ogni due mesi), restrizioni sui libri e i canali tv, taglio dell’ora d’aria, riduzione del cibo a disposizione.

Ben Gvir non avrebbe dovuto attendere molto per veder realizzato il suo desiderio. Un mese dopo, coperto dall’attacco di Hamas nel sud di Israele (1.100 uccisi e 250 rapiti) e dall’inizio dell’offensiva israeliana contro Gaza (40mila uccisi, 10mila dispersi e 93mila feriti al 20 agosto 2024), il ministro ha raggiunto il suo obiettivo. Lo ha addirittura superato: ha fatto delle prigioni israeliane un inferno in terra.

Le definisce così l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem che, all’inizio di agosto, ha reso pubblico un rapporto di 118 pagine sui centri di detenzione post-7 ottobre. Raccoglie testimonianze di 55 palestinesi detenuti e poi rilasciati – 30 dalla Cisgiordania e Gerusalemme est, 21 da Gaza e quattro cittadini israeliani – e giunge a una conclusione: «Oltre una decina di strutture carcerarie israeliane, sia militari che civili, sono state convertite in una rete di campi dedicati agli abusi sui detenuti. Questi spazi, in cui ogni detenuto è intenzionalmente condannato a un dolore e a una sofferenza gravi e incessanti, operano di fatto come campi di tortura».

Un’espressione, campo di tortura, che richiama ad altre epoche e latitudini, impresse nell’immaginario collettivo globale: il Cile di Pinochet, l’Argentina della dittatura militare, l’Egitto di Mubarak prima e di al-Sisi oggi. Anche l’Abu Ghraib statunitense in Iraq o Guantanamo. Come nei casi precedenti, l’abuso non è estemporaneo né ascrivibile a “poche mele marce”: si è di fronte a una politica voluta e realizzata dal ministero della sicurezza nazionale, con l’approvazione del primo ministro Netanyahu e delle autorità carcerarie, tutti soggetti che i loro alleati occidentali ritengono i rappresentanti di una democrazia liberale (categoria che numerosi movimenti, analisti e storici e organizzazioni internazionali contestano).

 

 

«Le testimonianze indicano chiaramente una politica sistematica e istituzionale focalizzata sulla tortura e l’abuso continuativi di tutti i prigionieri palestinesi detenuti in Israele – si legge nel rapporto di B’Tselem – Frequenti atti di violenza grave e arbitraria, aggressioni sessuali, umiliazioni e degrado, fame deliberata, condizioni igieniche pessime, privazione del sonno, proibizione del culto religioso, confisca di tutti gli effetti personali e comunitari, negazione di cure mediche adeguate: queste descrizioni compaiono ripetutamente nelle testimonianze, con dettagli orribili e con analogie agghiaccianti».

A oggi sono circa 10mila i palestinesi detenuti dalle autorità israeliane, il doppio del numero pre-7 ottobre. Di questi quasi 4.800 sono detenuti amministrativi, ovvero senza accuse formali né processo. Si stimano in 5mila i palestinesi catturati a Gaza e imprigionati in Israele. Decine anche i palestinesi con cittadinanza israeliana. Ogni giorno si contano tra i venti e i cinquanta nuovi arresti: una campagna di incarcerazione di massa senza soluzione di continuità.

«Alcuni sono stati imprigionati semplicemente per aver espresso simpatia per le sofferenze dei palestinesi – continua il rapporto – Altri sono stati presi in custodia durante le attività militari nella Striscia di Gaza, con la sola motivazione di rientrare nella vaga definizione di “uomini in età da combattimento”. Alcuni sono stati imprigionati per il sospetto, fondato o meno, di essere membri o sostenitori di gruppi armati palestinesi. I prigionieri costituiscono un ampio spettro di persone provenienti da aree diverse, con diverse opinioni politiche e con un’unica cosa in comune: l’essere palestinesi».

Sta qui, nell’essere palestinesi, il cuore del rapporto e la lunghissima, pluridecennale, storia dell’occupazione israeliana della Palestina storica: l’oppressione su base etnica di un altro popolo, il soggiogamento che assume forme diverse – raid aerei, assedio, occupazione militare, confische di terre, sistemi giudiziari diversi – e che in prigione si tramuta nella istituzionalizzata umiliazione dell’individuo e di conseguenza dell’intera collettività, nel tentativo palese di sbriciolare la fabbrica sociale palestinese. Per le forze politiche oggi al governo a Tel Aviv l’attacco di Hamas del 7 ottobre ha rappresentato «l’opportunità di applicare con più forza la loro ideologia razzista, utilizzando i meccanismi oppressivi a loro disposizione. Tra questi, il sistema carcerario, per il quale hanno progettato una politica volta a calpestare i diritti fondamentali dei prigionieri palestinesi», scrive B’Tselem.

«Ben Gvir e l’estrema destra hanno giocato un ruolo enorme – ci spiega il portavoce di B’Tselem, Shai Parnes, raggiunto a Tel Aviv al telefono – Delle carceri aveva già parlato e, quando è stato nominato ministro, ha agito. Per i prigionieri c’è stato un cambiamento, in peggio. Prima erano detenuti in cattive condizioni, ma erano ancora trattati come esseri umani. Dopo il brutale attacco del 7 ottobre, Ben Gvir ha approfittato dell’atmosfera che c’era in Israele per realizzare la propria ideologia».

 

Le storie

Itamar Ben Gvir non è ancora soddisfatto. Non gli basta. A inizio luglio su X ha annunciato ulteriori «riforme» del sistema carcerario rivolto ai palestinesi (diverso da quello a cui sono sottoposti gli ebrei israeliani, uno degli esempi di politiche di apartheid e segregazione razziale, così definite dalla Corte internazionale di Giustizia il 19 luglio 2024). Ovvero, ulteriori restrizioni. Di fronte alle flebili critiche sul sovraffollamento delle celle, ha risposto candidamente che il problema si risolve in un attimo: basta ammazzarli. In attesa di una legge che lo autorizzi a giustiziare i prigionieri palestinesi, ha aggiunto Ben Gvir, «gli daremo cibo appena sufficiente a sopravvivere».

Dal 7 ottobre sono almeno sessanta i palestinesi morti in custodia. Per le botte e le torture come accaduto a Thaer Abu ‘Asab di 38 anni; per la mancanza di cure mediche come Arafat Hamdan di 24 anni; o per la carenza di cibo adeguato come nel caso di Muhammad a-Sabbar di appena vent’anni. Numeri enormi che non vengono discussi nell’agone politico israeliano né dal sistema mediatico.

A far emergere l’esistenza di una rete di campi di tortura sono stati i testimoni diretti: medici israeliani impiegati nelle carceri e soprattutto i palestinesi rilasciati dopo mesi di abusi e torture, ridotti pelle e ossa, a volte disabili a vita, amputati. Molti di loro sono stati rimandati a casa senza che nessuna accusa venisse mai formulata nei loro confronti, come nulla fosse.

I loro racconti sembrano uscire da un film dell’orrore. B’Tselem ne raccoglie oltre cinquanta, tante altre sono state affidate ad altre organizzazioni palestinesi e internazionali o alla stampa di Gaza che ha accolto gli ex detenuti al valico di Karem Abu Salem (Kerem Shalom), al rientro nella Striscia. Le 55 storie contenute nel rapporto di B’Tselem – di donne e di uomini, dal più giovane di 16 anni al più vecchio di 65 – sono tutte simili, raccontano la stessa prigionia e le stesse condizioni seppur in 16 carceri diverse.

«Mi sono appoggiato a un muro. Avevo le costole rotte ed ero ferito alla spalla destra, al pollice destro e a un dito della mano sinistra. Per mezz’ora non ho potuto muovermi né respirare. Tutti intorno a me urlavano di dolore e alcuni detenuti piangevano. Molti sanguinavano. È stato un incubo che non so descrivere». È la testimonianza di Ashraf al-Muhtaseb, 53 anni, cinque figli. Risiede a Hebron ed è stato detenuto in tre diverse carceri: a Gush Etzion, a Ofer e nel Negev.

Sami Khalili ha 41 anni e vive a Nablus. Era già in prigione prima del 7 ottobre: «Siamo stati portati in una stanza in cui erano sparsi molti vestiti, scarpe, anelli e orologi. Siamo stati spogliati e abbiamo dovuto toglierci anche la biancheria intima. Ci hanno perquisito con un metal detector portatile. Ci hanno obbligato ad aprire le gambe e ad accucciarci. Poi hanno iniziato a colpirci sulle parti intime con il rilevatore. Ci hanno fatto piovere addosso dei colpi. Poi ci hanno ordinato di fare il saluto a una bandiera israeliana appesa al muro».

Thaer Halahleh, 45 anni di Hebron: «Ci era proibito anche di uscire in cortile. Per 191 giorni non ho visto il sole». Muhammad Srur, 34 anni di Ramallah: «Venivamo contati tre volte al giorno. Le guardie urlavano e arrivavano armate di gas lacrimogeni e manganelli. Ci costringevano a spogliarci e poi ci perquisivano, ci portavano fuori dalle celle e facevano una perquisizione approfondita della stanza. Poteva durare un’ora o anche diverse ore e comprendeva urla, aggressioni e pestaggi con i manganelli». M. A. di Hebron: «Mi hanno portato in una cella di 1,5 metri quadrati senza servizi igienici. Sono rimasto in quella cella da solo per più di tre mesi. La luce era accesa 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e ho perso la cognizione del tempo. Non sapevo che ora fosse o che giorno fosse. Non avevo nessuno con cui parlare. Sono quasi impazzito lì dentro».

Molti hanno raccontato di Sde Teiman. La base militare a sud, a poca distanza dalla linea di demarcazione con Gaza, negli ultimi dieci mesi è stata trasformata in un centro di detenzione in stile Guantanamo. Vi sarebbero stati reclusi tra i 3mila e i 5mila prigionieri, catturati a Gaza. Anche solo per un sospetto, o nemmeno per quello: a Sde Teiman sono finiti giovani, anziani, giornalisti, medici, lavoratori, anche minorenni.

A svelare cosa accadeva all’interno è stato per primo un medico israeliano che la scorsa primavera, in forma anonima, ha reso pubblica la sua denuncia con una lettera aperta al governo: «Proprio questa settimana – ha raccontato il medico ad aprile – a due prigionieri sono state amputate le gambe a causa di ferite dovute alle manette, purtroppo un evento di routine... i detenuti vengono nutriti con cannucce, defecano nei pannolini e sono tenuti confinati costantemente, il che viola l’etica medica e la legge». Le catene ai piedi e le manette alle mani vengono lasciate per giorni interi, per settimane, fino a infezioni e ferite tali da richiedere l’amputazione. I detenuti non vedono la luce del sole e hanno a disposizione una doccia alla settimana, non più di un minuto. I vestiti non vengono cambiati. Si dorme per terra.

A giugno è stato invece un avvocato palestinese, Khaled Mahajneh, a entrare a Sde Teiman. Doveva incontrare un suo assistito, il giornalista di Gaza Muhammad Arab, arrestato dall’esercito israeliano durante l’invasione dell’ospedale al-Shifa. Arab non aveva nemmeno idea di dove fosse. Aveva cambiato colore, ha raccontato Mahajneh, la sua pelle era grigia ed era coperto di sterco di piccione, con addosso gli stessi vestiti di due mesi prima. Con le mani legate dietro la schiena, come gli altri costretto a dormire a terra, legato, senza materasso.

E poi gli abusi sessuali. I prigionieri li hanno denunciati ma vera attenzione non è stata posta fino a quando, alla fine di luglio, quattro soldati israeliani di stanza a Sde Teiman sono stati arrestati: l’accusa, stupro di gruppo contro un detenuto palestinese, con i manganelli, ripetutamente, tanto grave da provocare danni irreparabili all’ano e renderlo incapace di camminare. L’arresto ha acceso la rabbia di un pezzo di società israeliana. Esponenti politici dell’ultradestra e loro sostenitori, insieme ad alcuni membri delle famiglie degli ostaggi ancora a Gaza, hanno preso d’assalto Sde Teiman per costringere le autorità a rilasciare i soldati fermati, arrivando nel cortile mentre gli stessi militari si barricavano all’interno per evitare la polizia venuta a prenderli. Poi hanno fatto irruzione alla Corte suprema, durante l’udienza in cui alcune ong israeliane e palestinesi avrebbero dovuto presentare ai giudici la situazione nel centro di detenzione per ottenerne la chiusura.

«I cambiamenti visibili nella società sono ancora più rapidi – continua Parnes – sebbene la deumanizzazione dei palestinesi preceda il 7 ottobre. È un processo lungo decenni. E l’attuale governo razzista sta utilizzando queste emozioni per agire nel modo più sadico e per portare avanti la sua ideologia messianica. Dal punto di vista giuridico, il meccanismo investigativo in Israele, dalle corti più basse fino alla Corte suprema, è un meccanismo di occultamento. Per quanto riguarda Sde Teiman, dopo l’appello di alcune ong che ne chiedevano la chiusura, la Corte suprema è andata avanti per settimane sul caso. Ma se ci fosse un sistema vero, onesto, nel momento in cui la Corte suprema avesse ricevuto una denuncia su presunti centri di tortura, avrebbe dovuto andare subito sul posto. E nel momento in cui avesse verificato che si trattava di un campo di tortura, lo avrebbe dovuto chiudere immediatamente. E invece la Corte suprema ha congelato il caso, lo ha posposto per settimane e ha lasciato che il regime di apartheid israeliano e l’attuale governo continuassero a fare quel che vogliono».

 

Carcere e apartheid

Niente avviene per caso. Alla vendetta, riscontrabile nei singoli soldati di stanza nelle carceri, si aggiunge il quadro «istituzionale» attraverso la legittimazione non solo delle incarcerazioni di massa, una realtà pluridecennale nei Territori palestinesi occupati, ma anche della cancellazione di qualsiasi diritto del detenuto. Pratiche che rientrano nel più ampio contesto dell’occupazione militare e del regime di apartheid istituito nella Palestina storica da Israele, come riconosciuto recentemente dal più alto tribunale del pianete, la Corte internazionale di Giustizia.

Un puzzle di pratiche di spossessamento di beni, terre, risorse naturali ma anche del controllo della propria vita, dentro e fuori le prigioni: «L’espulsione dei palestinesi e il furto delle loro terre sono sempre state al cuore della politica del regime di apartheid israeliano – conclude Parnes – Succede a Gaza, succede in Cisgiordania e in modo più violento succede dopo il 7 ottobre. L’incarcerazione di massa dei palestinesi ha una storia lunga ed è parte di tale politica di apartheid. È l’obiettivo di Israele, non solo di questo governo. L’incarcerazione di 800mila palestinesi in meno di 60 anni va considerato un piano preciso. Perché quando detieni una persona, non colpisci solo lei: la detenzione ha effetti sulla famiglia e sulle sue dinamiche, sulla capacità di provvedere per sé, e ha effetti sulla società quando i numeri sono così enormi. Il progetto è quello di distruggere la società palestinese».

Eppure, le rivelazioni dei prigionieri palestinesi, gli assalti alle carceri dell’ultradestra, il rapporto di B’Tselem non hanno prodotto effetti, né troppo sdegno. Qualche condanna internazionale, di governi e istituzioni. Poi, il silenzio.