Nel subcontinente latinoamericano vi saranno sei elezioni presidenziali (San Salvador, Panama, Messico, Repubblica dominicana, Uruguay e Venezuela) e tre locali (Brasile, Costa Rica e Cile).

A differenza degli anni passati dall’inizio del XXI secolo, si prevede che la «ola de cambio» sarà meno decisiva.

Più che in base a programmi di sinistra o di destra, gli elettori latinoamericani sembrano badare ai risultati ottenuti soprattutto in due campi, l’economia e la sicurezza nei confronti del crimine organizzato. Dunque a castigare l’oficialismo, qualunque sia l’ideologia politica dei leader al potere. Come già da anni vanno segnalando le inchieste sociali, come quella condotta da Latinobarómetro, il concetto di democrazia si sta svuotando di valore in America latina. Lo ha dimostrato chiaramente la presidenza dell’Argentina conquistata lo scorso dicembre dall’anarco liberista Javier Milei.

L’esempio più chiaro quest’anno sarà, il 4 febbraio, la sicura rielezione alla presidenza di San Salvador dell’attuale capo di stato, Nayib Bukele. Il quale, secondo la costituzione salvadoregna, non avrebbe potuto ricandidarsi. Ma da anni Bukele controlla le briglia di tutti i poteri e dunque, da buon autocrate, si è fatto convalidare la candidatura dalla Corte suprema di giustizia. E, dopo aver debellato le pericolose pandillas criminali locali senza badar affatto ai diritti dell’uomo, si è conquistato il favore di quasi il 90% degli elettori. Il suo avversario progressista del FMLN, Manuel Flores, raggiunge a malapena il 2% di intenzioni di voto.

Anche in Messico si prevede che, nell’appuntamento elettorale del 2 giugno sarà la candidata del partito Morena creato dall’attuale presidente Andrés Manuel López Obrador a raccoglierne l’eredità. Si tratta della responsabile del governo della capitale, Claudia Sheinbaum, che guida una coalizione di formazioni alleate – il fronte “Seguiremo haciendo historia” – che vanta un discreto vantaggio rispetto alla candidata conservatrice del Frente amplio – raggruppa i partiti storici Pri, Pam e Prd Xóchitl Gálvez. La novità – storica – sarà che, comunque vada, alla presidenza del Messico vi sarà per la prima volta una donna. Un fatto non da poco in un paese che patisce uno dei più alti tassi di femminicidi.

Anche l’attuale presidente della Repubblica dominicana, Luis Abinader, dovrebbe essere riconfermato, se non il 19 marzo, almeno al secondo turno delle presidenziali previsto il 30 giugno. L’economia va bene sull’onda di un gran recupero post-pandemia del turismo.

A Panama, le recenti grandi manifestazioni di massa – prima contro il carovita, poi contro il rinnovo del contratto per una miniera di rame alla compagnia canadese First Quantum, – indicano che il 5 maggio non sarà rieletto l’attuale presidente Laurentino Cortizo. Ne dovrebbero approfittare due ex presidenti, il progressista Martín Torrijos, o, più probabilmente, il conservatore di destra Ricardo Martinelli, sempre che non gli venga confermata dalla Corte suprema la condanna per lavaggio di denaro. 

Scontro aperto invece in Uruguay. Nelle elezioni del prossimo 27 ottobre, l’attuale presidente, superconservatore, Luis Lacalle Pou non si può ricandidare alla testa del suo Partito nacional. Così le previsioni danno un leggero vantaggio al progressista Frente Amplio. Ma i giochi saranno più chiari quando, in giugno, le primarie del Partito nacional sceglieranno il candidato della destra.

Un discorso più complesso riguarda il Venezuela. Dopo i negoziati con l’opposizione, praticamente imposti dagli Usa e svoltisi nelle Barabados lo scorso autunno, il vertice bolivariano ha accettato di indire elezioni presidenziali «pulite» entro la fine dell’anno. In cambio, l’Amministrazione Biden ha ridotto le sanzioni contro il Venezuela nel settore petrolifero. 

Il nodo fondamentale da sciogliere è se alla guida della coalizione di opposizione potrà partecipare María Corina Machado che ha vinto, col 92,5 %, le primarie. La leader della destra dura antibolivariana è stata però inabilitata fin dal 2015 a ricoprire cariche pubbliche per supposta dichiarazione fiscale falsa. Machado, facendo riferimento agli accordi delle Barbados, è ricorsa al Tribunale supremo di giustizia. Se potrà partecipare, varie inchieste la danno favorita. Per questo il presidente Nicolás Maduro prende tempo, per sfruttare un miglioramento dell’economia e sfoderando la bandiera del nazionalismo con la crisi dell’Esequibo, il territorio ricco di petrolio di cui Caracas contesta l’appartenenza alla vicina Guyana.

La tensione con il vicino, alimentata dalla decisione dell’Inghilterra, l’ex metropoli coloniale, di inviare in Guyana la nave da guerra HMS Trent, fa supporre che la crisi dell’Esequibo seguirà marcando la campagna elettorale, per unire la popolazione attorno al governo «aggredito».

Dicevamo che sempre più importante nella politica del continente sarà la questione economica e l’incremento del potere tentacolare delle pandillas e del narcotraffico. L’esempio sotto gli occhi di tutti è l’Ecuador che i governi liberisti seguiti negli ultimi otto anni a quello del progressista Rafael Correa, hanno di fatto aperto al narcotraffico. Solo pochi anni fa l’Ecuador era considerato uno dei paesi più sicuri, una delle mete consigliate per i benestanti pensionati americani. Oggi vi regnano insicurezza e terrore. Il tasso di omicidi è diventato il più alto del continente americano senza che si veda come il recente eletto presidente Daniel Noboa possa venirne a capo. Il suo è un programma che si ispira allo stile Bukele, militarizzazione contro i narcos dopo aver decretato uno «stato di guerra interna», con la limitazione dei diritti umani e la costruzione di un megacarcere per confinarvi sotto controllo militare narcos e pandilleros.

Crisi economica e questione di sicurezza condizionano anche il governo socialista di Cuba. Il quale ha recentemente varato un piano economico – non ancora completamente precisato – per stabilizzare la macroeconomia dell’isola. Una delle conseguenze dell’aggravamento della crisi economica è l’evidente preoccupazione della popolazione riguardo alla sicurezza, visto l’aumento della violenza, purtroppo anche dei femminicidi.

L’opposizione anticastrista, sia a Miami che a Madrid, ha alimentato il suo storico discorso d’odio nei confronti del socialismo sia paragonando il pacchetto di riforme annunciate dal governo cubano a un paquetazo neoliberista, sia gonfiando le notizie riguardo a fatti di microcriminalità.

Però, per quanto l’opposizione anticastrista di Miami e di Madrid si sforzino di equiparare la situazione di Cuba con quella di altri paesi in crisi dell’America latina, nessun organismo ufficiale, tantomeno degli Usa, è stato in grado di dimostrare la presenza in Cuba di un crimine organizzato. E, pur essendo l’isola sulla rotta del narcotraffico, non vi è documento serio che l’accusi di essere presa nei tentacoli dei narcos, tanto che la questione è materia di trattative dirette tra Washington e l’Avana.

È vero che Cuba inizia l’anno con gravi e persistenti problemi economici: la contrazione dell’attività economica, di fatto una stagflazione con l’inflazione superiore al 31% (dati di gennaio dell’Onei) e episodi ricorrenti di scarsezza di combustibile e di prodotti di prima necessità, medicinali compresi. Ed è vero che le misure annunciate per «stabilizzare l’economia» prevedono aumenti dei prezzi dell’energia e dei servizi, come pure tagli dei sussidi ai settori di maggior consumo e la messa in atto di un nuovo tipo di cambio che prevede la svalutazione della moneta nazionale. Ma anche gli economisti più critici affermano che si tratta di riforme, forse insufficienti, ma progettate «per preservare il progetto sociale cubano».

Il pacchetto di misure sarà precisato ed entrerà in vigore in febbraio. E le conseguenze potranno essere giudicate nei mesi prossimi, che si annunciano cruciali.