Novant’anni dopo, la fantasia dello scrittore sembra piuttosto una profezia: se nel libro era il senatore Berzelius Windrip detto “Buzz”, carismatico e assetato di potere, a vincere le elezioni, oggi c’è Donald Trump, uno pseudomiliardario altrettanto carismatico e assetato di potere, che potrebbe tornare alla Casa Bianca dopo le elezioni del 5 novembre.

In questi mesi Trump ha non solo prefigurato decine di misure autoritarie al fine di riorganizzare il governo degli Stati Uniti, ma annunciato deportazioni di massa di migranti e promesso di stroncare il dissenso. Nel romanzo Windrip passava rapidamente a incarcerare i nemici politici in campi di concentramento e ad addestrare una forza  paramilitare, tutte cose che una seconda amministrazione Trump potrebbe cercare di attuare, con la complicità di una corrotta e servile Corte suprema.

E’ questo il motivo per cui i pochi mesi che ci separano dal voto saranno forse i più esplosivi e pericolosi della storia americana dalle origini a oggi, con la possibile eccezione della guerra di Secessione, che però fu una guerra su larga scala, durata oltre quattro anni e con un totale di circa 750.000 morti. Con Trump abbiamo di fronte un caso che non si era mai presentato dal 1787 in poi, e cioè un ex presidente che ha organizzato un complotto per restare al potere, complotto che solo per una serie di circostanze fortunate non è andato in porto. 

Le immagini televisive del 6 gennaio 2021 ci hanno mostrato i sostenitori di Trump mentre invadevano il Congresso, costringendo a sospendere le operazioni di certificazione della vittoria elettorale di Joe Biden; le indagini hanno poi rivelato che c’era un complotto vasto, ramificato, che si basava sull’idea che il vicepresidente, che ha un ruolo puramente cerimoniale, avesse il potere e la volontà di interferire in questo processo, rifiutando i delegati degli Stati e avviando una specie di golpe bianco, con una patina di legalità. 

Tutto questo era possibile perché che l’elezione del presidente non è diretta, ma passa da un collegio elettorale che vota stato per stato ed è questo che ha permesso per ben due volte negli ultimi 25 anni che diventasse presidente qualcuno che aveva avuto meno voti dell’avversario su scala nazionale. Il partito repubblicano è un partito strutturalmente di minoranza negli Stati Uniti di oggi: nelle ultime otto elezioni presidenziali, cioè dal 1992 ad oggi, ha ottenuto la maggioranza dei voti popolari una sola volta, nel 2004. Per mantenersi al potere ha bisogno di ritagliare le circoscrizioni elettorali su misura, o addirittura di tentare di rovesciare con la forza il risultato.

Prima la commissione d’indagine della Camera e poi il procuratore speciale Jack Smith hanno trovato montagne di prove sulla cospirazione di Trump e dei suoi collaboratori per manipolare le elezioni del 2020: da questo sono nate le indagini giudiziarie su Trump, allo stato attuale quattro, che si sono concluse con altrettanti rinvii a giudizio e i dibattimenti inizieranno in queste settimane. 

Al momento in cui scriviamo il futuro di questi processi è nelle mani della Corte Suprema, che potrebbe salvare Trump e consentirgli di restare in lizza. In particolare Trump è indagato in Georgia dove ha clamorosamente interferito con i conteggi delle schede nel 2020 chiedendo al responsabile delle elezioni di “trovargli” 11.000 voti supplementari; questa è un’indagine a livello statale. Poi è indagato in Florida in un’indagine federale per il possesso di documenti segreti dopo la fine del suo mandato, ma questa è un’indagine relativamente minore. Il centro, il cuore di tutto, è l’indagine a Washington guidata da un procuratore speciale, Jack Smith, per l’assalto al Campidoglio, indagine in cui Trump è imputato per vari reati, ma tra questi non ci sono l’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione, come sarebbe stato inevitabile in Europa. 

La ragione è che Costituzione americana ha una definizione di tradimento estremamente restrittiva: in tutta la storia americana l’unico processo avvenuto con questa imputazione risale al 1809 e si concluse con l’assoluzione dell’imputato, l’ex vicepresidente Aaron Burr.

In teoria Trump potrebbe dover scontare decine e decine di anni di galera, ma nonostante tutto conserva decine di milioni di sostenitori e la sua vittoria nelle primarie per la candidatura repubblicana alla presidenza per le elezioni del 2024 sembra inevitabile benché il processo chiave, quello di Washington, inizi il 4 marzo 2024.

Tutto questo come si spiega? La questione fondamentale è il rapporto che Trump ha creato con i suoi seguaci, che è quello del leader di una setta, non di un leader politico convenzionale. I sociologi hanno individuato alcuni meccanismi chiave: prima di tutto un leader che risponde a un bisogno di riscatto per una certa fascia della popolazione, per quanto piccola. Chiaramente un leader di una setta non si rivolge a chi sta bene, ha un ruolo nella società, è rispettato nella comunità ma invece a delle persone che si sentono emarginate, discriminate o quant’altro. I meccanismi delle sette poi si basano sostanzialmente su un leader carismatico che isola i propri sostenitori dal mondo esterno: le sette, per definizione, sono chiuse. È il leader che risponde a qualsiasi domanda. Poi, le contraddizioni del leader vengono razionalizzate dai seguaci perché il leader dev’essere, per definizione, infallibile.

Naturalmente c’è un elemento settario anche nei partiti politici, soprattutto quelli vecchio modello, però chiaramente senza segregazione. Le sette, invece, prevedono tradizionalmente che i seguaci siano chiusi in un luogo remoto oppure in un ambiente strettamente controllato e questo, paradossalmente, è oggi possibile grazie alle “bolle comunicative” in cui i fedeli di Trump si rinchiudono: Fox News, Newsmax, Breitbart News e altri siti di estrema destra.

Qualche tempo fa agli elettori di Trump è stata posta una domanda: chi pensate che vi dica sempre la verità? Il 71% di loro ha risposto “Trump”. Il 63% di loro, cioè parecchi di meno, ha risposto “la mia famiglia e i miei amici” e solo il 43% ha risposto “i miei leader religiosi”. Il che significa che Trump è percepito come qualcuno che ti dice la verità, cioè l’essenza stessa del guru di una setta. Tu chiedi al leader e lui ti risponde sinceramente, ti spiega il mondo e le sue contraddizioni. “Perché stai male? Te lo dico io. Perché sei stato privato dei tuoi diritti? Te lo dico io”. 

Le spiegazioni poi possono essere fantasiose, cioè, dal complotto ebraico fino ai democratici che “mangiano i bambini per succhiarne il sangue”, e non sono termini metaforici, ma elementi del dibattito politico americano in cui si sostiene che lo facciano realmente. L’aspetto interessante di tutta questa faccenda è il tecno-populismo; le piattaforme dei social media hanno permesso al leader di una setta di aver accesso non a 10 o a 100, ma a decine di milioni di persone.

Per giungere a questo risultato, Trump, da uomo di spettacolo qual è, ha resuscitato fin dall’annuncio della sua candidatura nel 2015 una forma della politica che i suoi avversari pensavano totalmente superata e cioè i grandi comizi. Trump aveva già un’esperienza televisiva abbastanza lunga, con un reality show che si chiamava “L’apprendista” e poi naturalmente aveva anche un talento naturale. In questo modo ha dimostrato che se su un palco fai delle cose innovative e spettacolari puoi conquistare il pubblico. 

I meeting di Trump non sono stati studiati a sufficienza benché abbiano una struttura semplice e precisa: prima di tutto Trump attacca quelli che il suo pubblico percepisce come nemici, quindi l’establishment politico, i democratici, gli immigrati, tutti quelli diversi dal suo pubblico composto da bianchi di mezza età, in generale con un livello di studi medio-basso e con una propensione alla ricerca di capri espiatori nelle minoranze etniche, nei migranti o nell’establishment. Quindi attaccando loro e presentandosi come quello che avrebbe rimediato alle loro difficoltà Trump immediatamente entra in sintonia con il suo pubblico, ieri come oggi.

Gli Stati Uniti sono un paese dove negli ultimi quarant’anni la disuguaglianza è enormemente cresciuta; la classe operaia e lo strato medio-basso della classe media hanno avuto molte difficoltà dovute alla perdita di reddito e anche di status sociale. Dal libro di Thomas Picketty nel 2011 in poi, nel dibattito sulla disuguaglianza l’attenzione si è concentrata sull’1% della popolazione più ricco, ma questo è un elemento che lascia nell’ombra una questione fondamentale, cioè che quell’1%, per restare al potere, ha bisogno del 10% che sta immediatamente sotto. Se dividiamo la popolazione in base al reddito avremo sì un 1% che stra-arricchisce, ma anche un 10% composto da un vasto e potente ceto di professionisti, avvocati, notai, politici, medici e giornalisti che beneficiano della disuguaglianza, che sono lì per far funzionare un sistema che premia i miliardari. 

Nei ragionamenti sulla disuguaglianza quello che viene spesso ignorato è il fatto che l’uomo della strada non avrà mai a che fare con Jeff Bezos o Bill Gates (restando in Italia, con Giovanni Ferrero o Marina Berlusconi). Abbiamo a che fare piuttosto con questo strato di professionisti che sostanzialmente rende difficili le nostre vite, perché siamo noi che dobbiamo andare dal medico, dall’avvocato, dal politico, dal notaio... Quando Trump li attacca, attizza risentimento nei confronti di ceti professionali che il cittadino comune percepisce con fastidio o vero e proprio risentimento perché deve averci a che fare in una posizione subalterna.

Aggiungiamo che Trump, in quanto attore di un certo livello, sa che il pubblico deve anche divertirsi, e quindi è uno specialista nell’uso di una mimica divertente. Per esempio, una delle prime cose che ha detto già nella campagna elettorale del 2016 è stata: “Se io mi piazzassi nel mezzo della Quinta Avenue a New York e sparassi a qualcuno -facendo il gesto della pistola- i miei seguaci mi seguirebbero lo stesso. Pum pum pum”. Ugualmente ha usato il gesto di imbracciare un fucile mitragliatore in vari comizi dicendo: “Cosa vogliamo fare con tutti i criminali che girano per l’America? Pum pum pum”. 

Ci sono vari studi sui suoi gesti comici. Lui è stato molto attaccato, per esempio, per aver sbeffeggiato durante un meeting un giornalista disabile lì presente che gli aveva fatto una domanda; lui ne aveva fatto un’imitazione come se fosse stato affetto dalla sindrome di Down, naturalmente una cosa estremamente reprensibile che però si era rivelata divertente per una parte di spettatori. Da questo punto di vista Trump non ha nulla da invidiare a Beppe Grillo, come uomo di spettacolo. Sono personaggi che mescolano politica e intrattenimento in una società che è dominata dall’intrattenimento. 

A questo si è aggiunto un altro fenomeno poco analizzato, e cioè che negli Stati Uniti c’è una forma di auto-segregazione politico-spaziale. Ogni anno ci sono più di 43 milioni di americani che cambiano residenza, circa il 13% della popolazione, anche se di questi la maggior parte si sposta all’interno del proprio stato. Una cifra enorme rispetto alle percentuali europee. Qualche anno fa, analizzando il rapporto fra residenza e tendenze di voto si è scoperto che in realtà i repubblicani vogliono vivere in mezzo ai repubblicani e i democratici vogliono vivere in mezzo ai democratici, e quindi quando si spostano cercano località politicamente affini a loro. 

Nel tempo, quindi, le zone tendenzialmente repubblicane come il Sud Ovest e le grandi praterie, sono diventate sempre più repubblicane. Nello stesso tempo le due coste, atlantica e pacifica, sono diventate sempre più democratiche. Oggi San Francisco è la capitale dei democratici americani: là i repubblicani prendono il 9%, mentre quarant’anni fa prendevano il 50%. Guardiamo invece il Texas, l’Alabama, la Florida, le grande praterie... si può andare dalla costa del Texas sul golfo del Messico e andare verso nord fino al confine canadese senza incontrare neanche una contea a maggioranza democratica.

In teoria c’è una parte di repubblicani che vede in Trump un pericolo per il sistema costituzionale, per esempio Liz Cheney. Tuttavia è sempre stata una corrente minoritaria: sono politici comunque terrorizzati da Trump e dalla sua presa sugli elettori, assolutamente vitale per le sorti del partito. Nei mesi scorsi si sono tenuti vari dibattiti tra gli altri aspiranti alla nomination repubblicana, fra cui Mike Pence, l’ex vicepresidente che i sostenitori di Trump, volevano impiccare, con tanto di cartelli con scritto “Hang Mike Pence”. Alla domanda: “Se Trump verrà condannato nei suoi processi, voi lo sosterrete lo stesso come candidato?”, hanno risposto: “Sì”.

Siamo di fronte a una situazione in cui a pochi mesi dalle elezioni c’è il guru di una setta potenzialmente violenta, che ha milioni di seguaci, mentre Joe Biden è anziano e non gode di grande popolarità, malgrado abbia fatto bene in molte cose, in particolare l’economia. Tutto questo è un violento stress test per la democrazia americana: reggerà alla prova? Il fascismo in versione americana, oggi come nel 1935, è una possibilità reale.