In un convegno tenutosi ad Harvard lo scorso febbraio, Jared Kushner, genero di Donald Trump (sposato con la figlia Ivanka), ha definito la martoriata striscia di Gaza uno spreco di località dalle illimitate possibilità. Se fosse ripulita per bene, ha precisato, quel litorale avrebbe un fantastico potenziale di sviluppo immobiliare. Oltre alla rimozione delle macerie e dei cadaveri, ha spiegato, se dipendesse da lui, cercherebbe innanzitutto un accordo per sistemare i restanti abitanti in Egitto. Ma ci sono anche altre soluzioni, “Io userei i bulldozer per spianare qualche posto nel (deserto del) Negev.” Rimuovere i sopravvissuti sarebbe “una buona opzione per finire il lavoro,” ha aggiunto l’imprenditore immobiliare, usando la frase cara a Netanyahu (e recentemente ripresa anche da Trump). “I lotti con vista mare potrebbero essere altamente pregiati.” 

È stato un siparietto emblematico dell’opportunismo e del capitalismo mercenario che promettono di essere linee guida di un’ipotetica seconda amministrazione Trump. Kushner incarna il modello di affarista riciclato in politica dal trumpismo, categoria da cui sono provenuti, nella amministrazione Trump, anche i ministri degli esteri, dell’energia, dell’ambiente, del commercio e dell’istruzione pubblica. L’ex presidente non ha inventato la commistione di business e politica americana, ma l’ha portata a livelli cui solo un bancarottiere conduttore di reality avrebbe potuto aspirare.
 

Sia Kushner, ad esempio, che Steven Mnuchin, già ministro del tesoro (e prima ancora banchiere Goldman Sachs e produttore della 20th Century Fox), a fine incarico nell’amministrazione Trump, hanno fondato società di investimento lautamente finanziate da fondi sovrani di stati del Golfo con cui avevano intrattenuto stretti rapporti ufficiali. Per la sua azienda, la Liberty Strategic Capital, Mnuchin ha, ad esempio, ottenuto oltre $1 miliardo dal fondo sovrano saudita, Public investment Fund . 

Lo stesso fondo che fa capo alla famiglia Saud, ha investito circa $2 miliardi nella società di investimenti che Kushner ha fondato appena lasciato l’incarico di governo, la Affinity Partners. Nel governo Trump, Kushner era stato inviato speciale del presidente in Medio Oriente (lavorando tra l’altro agli accordi di Abramo fra Israele ed alcuni stati del Golfo). Ma Kushner, soprattutto, visiterà ripetutamente il regno saudita, per siglare scambi commerciali e contratti per vendite di armi americane. 

I rapporti fra la dinastia dei Saud e la famiglia Trump sono stretti fin da quando quest’ultimo a venduto ai sovrani il Plaza Hotel di Manhattn, negli anni 90 e Kushner sviluppa una amicizia particolarmente stretta, e proficua, con Mohammed Bin Salman, il rampollo che in quegli anni consolida definitivamente il proprio potere. Quando si tratterà di trovare capitali per la Affinity, Kushner riceverà da Riad investimenti per 2 miliardi di dollari (su 3 miliardi e rotti di capitalizzazione complessiva). Inizialmente i manager sauditi si sarebbero mostrati scettici sulla liquidità della neonata società, ma è proprio Bin Salman, ad intercedere e dare luce verde per il trasferimento dei fondi. 

Come ha dichiarato al New York Times un ex funzionario del governo Reagan, J. Robinson West, “Il successo che Jared ha ottenuto con fondi stranieri rende lecito chiedersi che tipo di relazioni abbia coltivato con quei governi quando rappresentava gli Stati uniti.” 

Bin Salman è coetaneo di Jared Kushner ed entrambi sono rampolli di dinastie dove la commistione di affari di stato e di famiglia sembra essere la norma. La loro speculare ascesa evidenzia i paralleli fra la monarchia saudita e la famiglia di affari insediata alla Casa Bianca. Come quella dei Saud, la casata Trump è infatti votata a promuovere gli interessi aziendali e intende la geopolitica come “deal making”, l’autobiografia-testamento di Trump si intitola dopotutto, “The art of the deal” – l’arte di concludere l’affare.

La lezione sembra essere stata bene assorbita dal genero, la cui Affinity investe capitale transnazionale in aziende globali che comprendono la Dubizzle, società immobiliare di Dubai, la tedesca EGYM (fitness), la californiana Mosaic (energia solare), Zamp, gruppo di fast food brasiliani con capitale arabo e l’israeliano Schlomo Group. Quest’ultima società si occupa di leasing auto ma partecipa anche alla costruzione da navi da guerra che sono state usate nella campagna di Gaza. Come contractor militare beneficia quindi dell’assistenza finanziaria che gli Stati uniti forniscono ad Israele. Solo uno dei macroscopici conflitti di interesse che si profilerebbero se Trump dovesse tornare al potere.

L’anima del commercio Kushner rimane tuttavia l’immobiliare, e la stessa passione che lo ha portato ad immaginare comprensori di lusso a Gaza , si è di recente estesa ai Balcani. A Sazan, isola a largo delle coste albanesi nello stretto di Otranto, ex base militare ed ora area naturale protetta, la società prevede di edificare una eco-resort di lusso con appartamenti e bungalow che si arrampicheranno sulla ripida costiera, gestite dalla multinazionale dell’ospitalità, Aman. “L’opportunità di sviluppare 5 km di costa su 600 ettari di isola nel cuore del Mediterraneo, è unica,” ha dichiarato Kushner al New York Post. “L’acqua è cristallina, come alle Maldive.” 

Contemporaneamente la Affinity ha svelato il progetto di trasformare l’edificio dell’ex ministero della difesa jugoslavo a Belgrado in un complesso alberghiero e residenziale di lusso al costo di 500 milioni di dollari. Il sito nella capitale serba è in rovina da quando fu bombardato nel 1999, durante la campagna Nato, ora Kushner ha ottenuto dal governo serbo un contratto di gestione del sito a titolo gratuito con diritti di sfruttamento per 99 anni. 

L’operazione serba è andata in porto grazie ai buoni uffici di Richard Grenell, figura emblematica degli interessi globali del “governo ombra” di Mar a Lago. Grenell si intende di flussi transazionali di capitale da quando gestiva una società di comunicazione finanziata in parte da fondi legati al governo Orbán. Inizia la carriera politica come portavoce di parlamentari repubblicani, compreso Mitt Romney. La sua aggressività come commentatore sull’emittente Fox lo porterà all’attenzione di Trump che nel 2018 lo nomina ambasciatore in Germania. A quell’incarico Grenell applica uno stile bellicoso non proprio diplomatico. Esordisce chiedendo ai tedeschi di tagliare i rapporti con l’Iran mentre questo sono ancora firmatari degli accordi di non proliferazione con Teheran. Criticherà poi Berlino per “l’inadempienza NATO” appoggiando apertamente l’opposizione conservatrice “in Germania e tutta Europa.” Un anno più tardi riceve un nuovo incarico nei Balcani, regione più consona alle politiche ed agli affari dell’America di era Trump, che la “vecchia Europa.”

La sua spola allora fra Serbia e Kosovo fu tesa a normalizzare le relazioni diplomatiche, ma anche, apparentemente, a stabilire rapporti che torneranno utili anche da “civile.” Grenell ne sviluppa di ottimi, ad esempio, col presidente serbo Vucic e con il ministro della finanza Sinisa Mali, tali da favorire oggi l’accordo con la Affinity. “Sono felicissimo di aver potuto assistere Jared e la Affinity in questo progetto” ha dichiarato in una recente intervista alla televisione albanese. “Un grande amico della Serbia,” lo definirà intanto al Washington Post l’ambasciatore serbo a Washington, Marko Duric.

L’attività “freelance” di Grenell non favorisce solo gli affari del clan Trump ma si estende agli interessi politici, e Trump, dalla sua “presidenza in esilio”, continua a definire Grenell “mio rappresentante.” È stato in questa veste, presumibilmente, che Grenell è stato recentemente in Guatemala per incontri con esponenti della destra che ha tentato di ostacolare l’insediamento del presidente eletto Bernardo Arévalo. Un caso eclatante di interferenza col legittimo governo di Washington, dato che contemporaneamente Arévalo era sostenuto da Biden ed ha ricevuto la visita della vicepresidente Kamala Harris. 

Come ha segnalato il Washington Post, “le ‘missioni’ di Grenell suscitano forte preoccupazione fra funzionari diplomatici per il loro potenziale danneggiamento degli interessi nazionali, a favore dell’agenda personale di Trump.” L’impressione di un “governo ombra” è rafforzata da visite come quella che il 9 aprile, ha compiuto David Cameron. Il ministro degli esteri britannico ha fatto tappa a Mar a Lago per incontrare Trump nel tentativo di sbloccare l’assistenza militare all’Ucraina, di fatto tenuta in sospeso dallo stesso Trump. 

Trump ed il suo entourage non fanno nulla per nascondere quella che appare come una politica estera parallela. A dicembre lo stesso Kushner, ad esempio, ha organizzato un incontro a New York fra il primo ministro del Qatar ed imprenditori ebrei americani. In occasione dell’assemblea ONU dall’anno scorso Grenell (che nel caso di un ritorno al potere di Trump viene dato come papabile per diventare il prossimo segretario di stato) aveva lavorato perfino ad un summit (poi sfumato) fra Trump e Erdogan per discutere di Nato.