Lanciando, dopo il 7 ottobre, la devastante offensiva militare israeliana che ha raso al suolo il 60% della Striscia di Gaza, ucciso almeno 34mila palestinesi, in maggioranza civili, tra cui migliaia di bambini, e gettato sull’orlo della carestia oltre due milioni di persone, il gabinetto di guerra guidato da Benyamin Netanyahu affermava di avere due obiettivi: eliminare totalmente Hamas e riportare a casa gli ostaggi israeliani. Sette mesi dopo nessuno dei due obiettivi è stato raggiunto. Le forze armate israeliane affermano di aver ucciso migliaia di combattenti di Hamas ma la maggior parte dei dirigenti del movimento islamico a Gaza, incluso il capo Yahya Sinwar, continua a sfuggirgli, e i leader politici di Hamas sono fuori all’estero. Più di 100 ostaggi sono stati liberati alla fine di novembre in uno scambio con prigionieri politici palestinesi. Però 130 ostaggi, parecchi dei quali sarebbero morti, rimangono a Gaza.
“L’offensiva israeliana ha già superato di gran lunga le previsioni di chiunque in termini di durata, intensità, portata e mortalità, e non c’è fine in vista”, dice Khaled Elgindy del Middle East Institute lasciando intendere che, un’analisi razionale del quadro bellico e politico, dovrebbe spingere le parti verso un compromesso che fermi subito i massacri a Gaza e porti a uno scambio tra ostaggi e prigionieri palestinesi come è avvenuto a novembre. Eppure, Netanyahu si rifiuta di cambiare rotta. E sebbene abbia promesso di permettere maggiori aiuti a Gaza - per accontentare Joe Biden dopo l’uccisione di sette operatori umanitari della Ong “World Central Kitchen” - ha ribadito che non ci sarà un cessate il fuoco e ha confermato il piano per invadere Rafah, la città sul confine con l’Egitto dove si trovano più di un milione di civili palestinesi. “Non esiste un piano praticabile per il futuro di Gaza anche perché nessuno sa quando e come si concluderà la guerra”, ribadisce Elgindy.
Tuttavia, l’affermazione degli analisti secondo la quale Netanyahu non avrebbe un piano attuabile per Gaza, va accettata solo in parte. Perché le dichiarazioni fatte nei mesi scorsi dal premier israeliano e dal ministro della Difesa Yoav Gallant volte a negare che Israele voglia rioccupare in modo permanente Gaza, sul terreno non trovano conferma. Anzi, il ridispiegamento recente delle forze armate israeliane indica il contrario. Non è secondario che la posizione di Netanyahu all’interno di Israele si sia rafforzata dopo lo scontro con l’Iran. Il premier è considerato il responsabile principale del “fallimento” del 7 ottobre per non aver saputo prevedere e sventare l’attacco di Hamas nel sud di Israele. Oltre che “incapace” di liberare gli ostaggi. Ora però è anche il leader che ha “preparato bene” Israele contro l’Iran e che a metà aprile ha fermato “al 99%” l’attacco con droni e missili lanciato da Teheran (in risposta al grave raid di Tel Aviv, il 1° aprile, contro la sede diplomatica di Teheran a Damasco). I sondaggi, perciò, lo danno in lenta ma costante risalita sul suo principale avversario, il centrista Benny Gantz. Sul piano diplomatico Netanyahu ha ricucito i rapporti sfilacciati con Joe Biden che lo critica per la situazione umanitaria a Gaza, ma, allo stesso tempo, non gli impone il cessate il fuoco e gli garantisce miliardi di dollari in aiuti militari. Più di tutto il premier ha sempre il sostegno della maggioranza degli israeliani all’attacco contro Gaza e al pugno di ferro contro i palestinesi. Appoggio che non è destinato a scemare se Israele lancerà una offensiva di terra anche in Libano del sud.
Le manifestazioni a Tel Aviv dei parenti degli ostaggi e di chi invoca nuove elezioni, non scuotono più di tanto la maggioranza di destra al governo che non ha alcuna intenzione di andare al voto anticipato. “L’opinione pubblica israeliana è ancora traumatizzata dal 7 ottobre, è ancora in modalità vendetta, alcuni non vogliono che entri nemmeno il cibo a Gaza”, dice Khaled Elgindy per spiegare che lo stato d’animo popolare è la fonte di sostegno più ampia alla guerra di Netanyahu. Certo la sorte degli ostaggi nelle mani di Hamas a Gaza tiene in ansia buona parte degli israeliani, ma Netanyahu ha buon gioco nel diffondere l’idea che la liberazione dei sequestrati non dovrà avvenire a scapito della sicurezza di Israele.
Al di là della retorica di guerra e dei proclami ad uso politico Netanyahu, il ministro della Difesa Gallant, Benny Gantz, l’opposizione e l’establishment politico-militare israeliano, sanno bene che eliminare totalmente Hamas è impossibile. E si sono già adeguati. Il piano per Gaza in realtà esiste. È non uscire dalla Striscia. Perché continuando la guerra, a una intensità più bassa rispetto ai mesi scorsi, con attacchi mirati ma devastanti – come già accade in Cisgiordania –, con ingenti forze schierate a ridosso della Striscia, è il modo più efficace per impedire la riorganizzazione di Hamas e per limitare il suo coinvolgimento nel governo di Gaza. Allo stesso tempo la popolazione civile palestinese, ammassata in pochi kmq nel centro-sud della Striscia, sarà occupata a sopravvivere alla crisi umanitaria in cui è stata gettata dalla guerra. “Israele non può raggiungere il suo obiettivo dichiarato di eliminare Hamas, perché Hamas è parte integrante della società palestinese in Cisgiordania e Gaza. La sua popolarità è aumentata negli ultimi mesi”, avverte Nathan Thrall, un esperto del conflitto in Palestina. “Dopo che Israele ha dichiarato di aver sconfitto Hamas nel nord – aggiunge - si è visto che ogni settimana i soldati israeliani combattono e muoiono nel nord, quindi è evidente che Hamas continuerà ad esistere dopo questa guerra, sia che Israele invada Rafah sia che non invada Rafah”.
L’unica opzione che i leader israeliani credono di fronte a loro è occupare Gaza a tempo indeterminato, sperando che resti basso il numero delle perdite nei combattimenti con i militanti di Hamas e di altri gruppi palestinesi. A Israele interessa in modo particolare mantenere il controllo totale del nord di Gaza, per limitare le capacità di Hamas di colpire il territorio israeliano. E non è detto che in futuro non torni di attualità la ricolonizzazione ebraica della Striscia sulla quale punta la destra religiosa. Per questo, l’esercito israeliano ha costruito una strada, nota come Corridoio Netzer, che taglia in due il territorio palestinese, da est e ovest. Rappresenta una sorta di confine che gli sfollati palestinesi ora al sud non potranno superare per andare a ricostruire villaggi e città nel nord. Solo una minima parte degli sfollati sarà autorizzata a tornare a Gaza city e nelle regioni settentrionali. In fase di realizzazione è anche la “zona cuscinetto” all’interno della Striscia, profonda un chilometro, lungo le linee di demarcazione tra Gaza e Israele. I palestinesi non potranno entrarvi. L’esercito ha abbattuto migliaia di case che erano al suo interno. Progetti concreti, in fase di ultimazione, che confermano il proposito di non uscire da Gaza.
Netanyahu intanto chiede alla comunità internazionale la “completa smilitarizzazione” di Gaza, la revisione dell’amministrazione civile e dei sistemi educativi nella Striscia. E respinge qualsiasi pressione per il riconoscimento di uno Stato palestinese che descrive come “un regalo agli assassini del 7 ottobre” e non il percorso obbligato verso una soluzione negoziata.
Il problema più concreto per la visione israeliana del futuro di Gaza è di natura politica e non militare. Netanyahu ha bisogno nella Striscia di un governo fantoccio per mettere a tacere chi, incluso gli USA, chiede di dare Gaza ai palestinesi. E non ha al momento una via d’uscita praticabile. La natura ideologica e religiosa dell’attuale esecutivo israeliano vuole l’esclusione da Gaza dell’Autorità nazionale palestinese di Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Sebbene l’Anp sia essenziale per il controllo di sicurezza della Cisgiordania e per limitare Hamas (molto popolare anche lì), Netanyahu e la destra religiosa devono descriverla come “terrorista” poiché, agli occhi di molti nel mondo, rappresenta l’embrione dello Stato palestinese indipendente previsto dalla soluzione a Due Stati.
Israele, o gran parte delle sue forze politiche, non vogliono restituire ai palestinesi i Territori occupati nel 1967. L’obiettivo resta lo status quo e, appena possibile, annettere allo Stato ebraico la Cisgiordania, come dimostra l’incessante colonizzazione israeliana di quel territorio. Esclusa l’Anp – che pure segnala di essere pronta a “tornare” a Gaza persa nel 2007 nello scontro violento con Hamas – Netanyahu e il suo gabinetto di guerra propongono che a governare la Striscia siano “enti locali”. È molto vago e può essere interpretato in vari modi. Si tratta di clan locali, come alcuni lo hanno interpretato? Gli Usa da parte loro vorrebbero a Gaza una Anp “rivitalizzata”, in poche parole una entità impegnata a combattere Hamas (assieme a Israele) e, allo stesso tempo, a sfamare la popolazione.
Altrettanto vago è un controllo di sicurezza internazionale temporaneo su Gaza. La Nato, come suggerisce qualcuno? Intanto i paesi arabi alleati di Israele – Giordania, Egitto ed Emirati – escludono (per ora) di poter inviare truppe a Gaza senza un ritiro delle forze di occupazione. Soluzioni pericolose che finirebbero per gettare nel caos Gaza e mettere i palestinesi gli uni contro gli altri: i leader del movimento islamico non accetteranno di essere esclusi dalla gestione politica della Striscia e hanno già fatto sapere che “combatteranno i collaborazionisti degli occupanti”. A Israele comunque andrà bene, ecco perché il suo vero piano per Gaza è la guerra.

