In Cina si è deciso di tradurre e pubblicare il tuo libro “Storie del marxismo italiano. Dalle origini alla grande guerra”. Un fatto sicuramente non usuale. Oltretutto, se non mi sbaglio, non sei mai stato in Cina. Puoi spiegarci come tutto ciò è avvenuto e perché, secondo te?
Non solo non sono mai stato in Cina, ma non ho mai avuto alcun rapporto accademico e/o politico con personalità cinesi, per cui la richiesta del «Press Central Compilation and Translation Bureau (CCTB)» mi ha notevolmente sorpreso. Tutto si è svolto con molta semplicità. Ho ricevuto nel giugno del 2022 una mail da parte di un dirigente della CCTB che mi informava dell’intenzione dell’Ufficio di introdurre il libro «to the mainland China», e perciò mi chiedeva il permesso di tradurlo in «Chinese simplified». Cioè, come mi è stato poi spiegato, nella lingua utilizzata in « Mainland, China and Singapore», mentre Macao, Hong Kong, «Taiwan China» (sic) adoperano il più complesso cinese tradizionale.
Confesso che ho pensato si trattasse di uno scherzo. Ho comunque risposto e da lì un’intensa e cortesissima corrispondenza che è sfociata, dopo qualche mese, nella firma del contratto di edizione.
Sulle motivazioni della scelta del CCTB le mie ipotesi sarebbero prive di ogni fondamento. Nel concreto possiamo riferirci solo a quello che il CCTB ritiene compito dell’Ufficio: «being a cultural bridge between the east and the west». Per questo il CCTB propone di tradurre «books of first class (…) for qualified readers (…) distinguished Chinese experts and scholar».
Qui da noi l’opinione mainstream nei media, che sfocia spesso nella pura propaganda, sostiene sempre che in Cina non c’è nessun dibattito e il tutto viene dettato dall’alto. Si trascura il fatto che invece c’è un ampio dibattito all’interno del mondo accademico e intellettuale. Pensi che rientri anche in questo filone la traduzione del tuo libro?
Alcuni elementi ricavabili da questa esperienza mi fanno pensare che il rapporto alto-basso non sia lineare, ma piuttosto articolato.
La CCTB, ad esempio, non è un casa editrice, ma un Bureau che decide della pubblicazione di un imponente materiale di riflessione per tutti i livelli della cultura e della direzione politica dell’immenso paese. Il Bureau dichiara apertamente di essere «under the jurisdiction of and is directly subordinate to the Central Committee of the Communist Party of China». L’estrema apertura delle scelte proposte, in particolare per quanto riguarda il materiale rivolto al mondo accademico, sono però la dimostrazione che questo «alto» prescinde da impostazioni «ortodosse». Inoltre per la traduzione di opere straniere è necessario un altro passaggio, quello alla casa editrice vera e propria, la Central Compilation & Translation Press (CCTP).
La mia fitta corrispondenza sia con la CCTB che con la CCTP ha avuto una relativa lunga interruzione proprio al momento di questo passaggio. Il mio interlocutore CCTB lo ha giustificato in questi termini: «Terribly sorry for the long silence, however, I have to wait for the purchase decision from our editors».
C’è stata dunque un’ulteriore e lunga discussione tra i due livelli, segno dell’autonomia decisionale della CCTP e di un serrato dibattito in corso.
Nell’introduzione all’edizione cinese citi ampiamente Giovanni Arrighi, l’economista neomarxista che con il suo “Adam Smith a Pechino”, anche da noi spesso citato in questi Quaderni, ha lanciato già parecchio tempo fa il dibattito per sapere se “la Cina attuale sia o no sulla via di costruire una società socialista”. Cosa puoi dirci in proposito?
Si tratta di una questione fondamentale che è al centro di studi di altissimo livello, quello di Arrighi, di Harvey, ecc. Per quanto mi riguarda posso riferirmi solo a suggestioni tratte da varia pubblicistica e non da ricerche personali basate sull’analisi sistematica degli studi seri, che pure non mancano nella nostra cultura critica, ma che restano fuori dalla mia attività di ricerca. Devo quindi concludere che non ho nessuna conoscenza vera della questione, nel senso che gli studiosi professionali danno al termine.
Posso però suggerire la necessità di usare un criterio di metodo che reputo essenziale per dare un minimo di concretezza alle considerazioni sui possibili esiti della «transizione» in atto. La «questione cinese» va studiata, secondo la rivoluzione epistemologica affermata dal giovane Marx (1843), cioè mediante la «logica specifica dell’oggetto specifico». Il che significa che non vi si possono trovare risposte con l’uso di una qualsivoglia filosofia della storia. Bisogna esser nondimeno consapevoli che, anche avvalendoci dei migliori strumenti analitici, considerare l’attuale «capitalismo con caratteristiche cinesi» come prodromo di un «socialismo con caratteristiche cinesi», rimane solo un pensiero desiderante.
Nella stessa introduzione sostieni che il marxismo “occidentale”, o meglio forse da definire come eurocentrico, sbagli spesso nel giudicare quanto capita a Oriente. Risali anche alle riflessioni di Marx sulla “questione russa”. Ci fai un breve commento?
Marx cominciò ad occuparsi della «questione russa» con continuità dal 1859. Un interesse via via crescente tanto che la «questione» diventò presto oggetto particolare di studi su base sostanzialmente empirica, proprio nella «logica specifica dell’oggetto specifico». Una logica che non poteva non comportare mutamenti su giudizi prima desunti sulla base del modello astratto.
Il modello, cioè, della Grande Rivoluzione francese e il processo di sviluppo capitalistico secondo l’esperienza inglese e quelle seguenti nell’Europa occidentale.
Lo studio delle forme di sviluppo capitalistico in Russia fa emergere la centralità nel nesso rurale che si articola in particolare sulla generale presenza nel mondo contadino russo della comune rurale: l’obscina.
Quale ruolo può avere l’obscina in una transizione russa verso il socialismo? In sostanza è possibile ipotizzare un «socialismo con caratteristiche russe»? Non si tratta di un problema teorico.
Non c’è nessuna ragione teorica «né pro, né contro la vitalità della “comune rurale”», sosteneva Marx, ma vi sono solo contesti storico-politici da analizzare specificamente, e sui quali intervenire politicamente.
Insomma, nel più occidentale dei marxismi, quello di Marx, si elaboravano le categorie per pensare il rapporto capitalismo-socialismo nel modo più consono alle aree del sottosviluppo e alle aree coloniali dell’Oriente.

