Dall’Islanda alla Germania si diffonde questa misura.
Anche in Svizzera qualcosa si muove.
“In Svizzera si lavora molto, il popolo svizzero è considerato molto laborioso”. Concetto noto, manifesto rossocrociato. Bisogna però correggere: laboriosi sono tutti i lavoratori e quindi, bene non dimenticare, buona parte di questi sono stranieri. Le statistiche confermano che le ore di lavoro settimanali in Svizzera sono più di 42. Solo in Romania, Regno Unito, Malta e Lussemburgo si superano le 40 ore. Anche i tedeschi, considerati particolarmente attivi, lavorano molto meno degli svizzeri. Si lavora meno in Francia, Danimarca e Norvegia, circa 37,5 ore settimanali. Le cifre sono indicative, perché dipende dai criteri che si utilizzano per fare i calcoli: se si considerano i tempi parziali, le vacanze, il tasso di disoccupazione, si possono stilare altre classifiche.
In ogni caso la cultura svizzera è cultura del lavoro. Ha fatto discutere, a metà ottobre, la decisione del Tribunale cantonale di Neuchâtel che ha dato ragione a un’azienda dell’orologeria che faceva timbrare ai dipendenti la pausa per andare in bagno, detraendola dall’orario di lavoro. Le aziende che praticano questa misura sono una minoranza, ma la legge non prevede di disciplinare le modalità delle pause brevi.
Batosta nel 2002
L’Unione sindacale svizzera ha cercato a più riprese di rivendicare una riduzione del tempo di lavoro, ma sempre
senza successo. Già nel 1999 si propose di introdurre la settimana lavorativa di quattro giorni. Nel 2002 l’iniziativa dell’USS “Per una durata ridotta del lavoro” fu sonoramente sconfitta alle urne. Solo il 25,37% dei votanti la sostenne. Nel Giura fu approvata dal 42% e in Ticino dal 37,6%. Ma nel semicantone di Appenzello interno la percentuale di sì è stata misera, 10,4%. L’allora presidente dell’USS Vasco Pedrina affermò che “Il popolo ha evidentemente considerato la settimana lavorativa di 36 ore un passo troppo grande”.
I tempi elvetici per introdurre riforme sono lunghi, lunghissimi. Nel XIX secolo si lavorava dalle 80 alle 90 ore settimanali. La durata del lavoro è stata ridotta nel corso degli anni grazie alle lotte dei lavoratori, in particolare dal 1918, dopo lo sciopero generale. Poi, la pace del lavoro, negli anni trenta, ha calmato le acque. La settimana di 40 ore è stata introdotta solo nel 1988 nell’industria metalmeccanica.
In Ticino e in Svizzera il tema delle grandi dimissioni, fenomeno che negli Stati Uniti – e non solo – ha avuto un impatto notevole dopo la pandemia, ha dimensioni ridotte. Tuttavia la generazione dei trentenni ha un rapporto diverso con il lavoro. “Probabilmente il fenomeno c’è anche in Ticino”. – spiega Benedetta Rigotti, dell’OCST – “La sensazione che abbiamo è che specialmente i giovani oggi chiedano qualcosa di differente al mercato del lavoro: maggiore tempo per sé e un nuovo equilibrio tra vita privata e lavoro. Alle aziende ora spetta capirlo e tenerlo in considerazione”.
In Svizzera c’è un problema acuto nell’ambito della sanità, dove si lavora troppo e in condizioni di stress eccessivo. Il tasso di abbandono del posto di lavoro nelle professioni infermieristiche è altissimo, attorno al 40%. L’iniziativa popolare per cure infermieristiche forti deve ancora essere compiutamente applicata. La riduzione del tempo di lavoro può essere una misura per trattenere il personale infermieristico. L’ospedale zurighese di Wetzikon, per arginare l’ondata di dimissioni in ambito infermieristico (dal 17 al 35%), ha ridotto la settimana lavorativa da 42 ore a 37,5. Non basta, ma è un passo nella giusta direzione e potrebbe diventare un esempio per tutto il settore delle cure.
Qualcosa si muove
Il comune di Affoltern am Albis propone di introdurre la settimana di 38 ore (invece di 42) per 350 dei 500 dipendenti della città, per far fronte alla penuria di personale e rendere le professioni più attrattive.
La ditta argoviese di grafica A+O chiude il venerdì. Il titolare, Andreas Ott, afferma che la misura piace ai collaboratori e non infastidisce i clienti. La direttrice artistica della ditta sostiene che la settimana corta rende anche all’azienda perché “le migliori idee non nascono in ufficio, ma passeggiando o visitando un museo”.
La ditta informatica Seerow di Soletta ha pure introdotto la settimana di quattro giorni. I collaboratori affermano che “le giornate sono intense, ma siamo meglio organizzati e più produttivi”. Alla Schwendimann di Münchenbuchsee, canton Berna, si lavora 38 ore settimanali invece di 42 dall’inizio di quest’anno. “Per i nostri collaboratori e collaboratrici, ciò significa più tempo per riposare, più tempo per la famiglia e per gli amici, più tempo per gli hobby”. Altre aziende, per lo più piccole, si sono mosse in questo senso, sempre con risultati positivi.
In Inghilterra un recente esperimento con la settimana di quattro giorni ha coinvolto 61 aziende con 2900 dipendenti. Bilancio complessivamente positivo. Una dipendente ha riassunto l’impatto del progetto: “Non potete immaginare cosa significhi per la mia famiglia, quanti soldi abbiamo risparmiato solo per la cura dei bambini”. La motivazione e la fedeltà dei lavoratori è migliorata e ciò si ripercuote positivamente anche sulla produttività.

Lavorare meno fa bene
Un recente sondaggio curato dalla società gfs-zürich ha rivelato che i lavoratori svizzeri vorrebbero gestire più autonomamente la sfera lavorativa. In particolare il 33% delle 1230 persone intervistate ha dichiarato di voler ridurre il proprio carico di lavoro.
Uno studio dell’Università di Zurigo rivela che “il tempo parziale riveste una grande importanza già da anni e dal 1991 continua ad assumere un peso sempre maggiore per il mercato del lavoro. Nel 2022 è assunto part-time (a meno del 90% dell’orario pieno) circa il 37% dei lavoratori svizzeri”. In questo campo la Svizzera, nel confronto europeo, è seconda solo al Belgio. Va detto che la maggioranza del tempo parziale riguarda le lavoratrici, 58% delle donne occupate. Gli uomini sono solo il 18%. Lavorare a tempo ridotto è una scelta interessante ma, attenzione, il part-time come viene declinato oggi nasconde spesso precariato e bassi salari.
Negli ultimi anni la sinistra ha rilanciato la proposta della settimana corta. Tamara Funiciello, deputata al nazionale del partito socialista, tre anni fa ha presentato una mozione che proponeva di ridurre “entro 10 anni la settimana lavorativa a un massimo di 35 ore settimanali con una piena compensazione salariale per i lavoratori a basso e a medio reddito”. “Secondo le valutazioni dell’Ufficio federale di statistica – scriveva Funiciello – il 40% degli uomini e il 30% delle donne vorrebbero lavorare meno e il 25% di loro soffre di stress, senza tener conto che la tendenza è in aumento”. La deputata cita l’esempio dell’Islanda “dove la settimana lavorativa di quattro giorni con piena compensazione salariale è già realtà da tre anni con risultati estremamente positivi: la produttività dell’economia non è diminuita, al contrario in alcuni casi è addirittura migliorata e le entrate fiscali sono rimaste stabili. Nel frattempo, l’86% della popolazione islandese ha ridotto il proprio orario settimanale”.
L’anno scorso Mathilde Crevoisier Crelier, deputata socialista agli Stati, ha depositato un’altra mozione di analogo contenuto: “Per una riduzione del tempo di lavoro!” Motivando la proposta, la parlamentare poneva l’accento sullo stress che colpisce il 25% della popolazione attiva: “Ogni anno, i burnout costano alla Svizzera almeno 6 miliardi di franchi”. Il Consiglio federale ha liquidato le due mozioni, spiegando che il tempo di lavoro dei salariati è passato da 44,1 nel 1991 a 41,8 ore nel 2021. Poco più di due ore in meno in trent’anni: che successo!!! In sostanza, afferma il Governo, “La regolamentazione richiesta dall’autrice della mozione non è necessaria e potrebbe avere un effetto inutilmente restrittivo, perfino controproducente”. Amen.
Sindacato forte e combattivo
“La settimana di 4 giorni – Per una rivoluzione del tempo” è il saggio pubblicato pochi mesi fa dall’ex sindacalista e deputato socialista Jean-Claude Rennwald, che da sempre sostiene questa rivendicazione. “La settimana di 4 giorni – afferma Rennwald – si iscrive nella lotta storica che il movimento sindacale conduce da 200 anni”. L’autore spiega che “i paesi in cui la durata del lavoro supera le 2000 ore annuali sono la Bulgaria, Malta, Grecia e Romania. Paesi che non conoscono un dinamismo economico straordinario. La situazione economica è nettamente migliore nei sei paesi (Svezia, Finlandia, Francia, Danimarca, Belgio e Slovenia) dove si lavora meno di 1800 ore all’anno”.
Rennwald elenca gli argomenti principali a favore della settimana di 32 ore: preservare la salute, effetti positivi sull’impiego e sull’ambiente, promozione dell’uguaglianza tra uomini e donne, maggior dinamismo dell’economia. Senza dimenticare che lavorare meno può dare un nuovo senso alla vita. Non sarà facile conquistare questo obiettivo, afferma Rennwald, perché è necessario avere un sindacato forte che sia più combattivo!
“Lavorare meno, lavorare tutti” è un vecchio slogan che risale a decenni fa. Uno dei pionieri in questo campo è stato André Gorz, filosofo francese fondatore dell’ecologia politica. Già negli anni ottanta affermava che bisognava “lavorare meno e meglio pur ricevendo per intero la propria parte di ricchezza socialmente prodotta”. E ancora: “La riduzione del tempo di lavoro è al tempo stesso auspicabile e necessaria. È auspicabile perché permette a ciascuno un’organizzazione meno costrittiva del proprio tempo, permette lavori diversificati e quindi una vita più ricca. È necessaria perché la crescita della produttività permette di produrre di più con meno lavoro”.
Le mozioni delle due deputate socialiste dovranno passare (quando?) in Parlamento, ma senza speranze di successo. Potrà essere un’occasione per rilanciare la discussione. Ma per la settimana di 4 giorni sarà essenziale, come suggerisce Jean-Claude Rennwald, avere un sindacato forte che sia più combattivo e che cominci a rivendicare contratti con riduzione del tempo di lavoro.


