A fronte di un debito pubblico insignificante, il rapporto Gaillard, richiesto dal Consiglio Federale, propone alla Confederazione risparmi per oltre 5 miliardi di franchi, anche in settori strategici come la ricerca scientifica. Sembrerebbe una follia. È così?
Si tratta di un insieme di proposte ispirate dall’ideologia neoliberista, che vede lo Stato come un antagonista dell’economia di mercato, vale a dire delle aziende private. Questa è una follia, perché l’evidenza empirica mostra chiaramente e in modo incontrovertibile che il settore pubblico opera a vantaggio anche dell’economia privata, come dimostrano gli aiuti di Stato durante la pandemia da Covid-19 e il salvataggio di UBS nel 2008 e di Credit Suisse nel 2023. Anche nel campo della ricerca scientifica, i finanziamenti dello Stato per le università e i politecnici permettono l’innovazione e lo sviluppo di nuove tecnologie e di nuovi prodotti che consentono alle imprese private di aumentare i loro profitti. È chiaro nel campo sanitario, ma anche in molti altri ambiti, come quello delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione: Internet è nato grazie agli ingenti investimenti pubblici negli Stati Uniti.
Lo stesso dicasi per i trasporti di merci e anche di persone: la galleria ferroviaria del San Gottardo non sarebbe mai stata realizzata da un’azienda privata, perché i costi di questo investimento erano ampiamente superiori ai ricavi che una tale azienda avrebbe potuto ottenere in un orizzonte temporale di breve-medio termine, oltretutto con dei rischi molto elevati. La decisione di ridurre la spesa pubblica a livello federale avrà delle ricadute negative per l’economia privata e, in fin dei conti, il tasso di crescita dell’economia svizzera sarà inferiore per questo motivo. Ciò peggiorerà la situazione nel mercato del lavoro, per quanto riguarda sia il tasso di occupazione sia il livello salariale di una parte crescente della popolazione attiva nel nostro Paese. A più lungo termine, tutto questo aumenterà il disavanzo pubblico della Confederazione, anziché ridurlo, trascinando l’insieme dell’economia in un vortice al ribasso che danneggerà diversi portatori di interesse in Svizzera. Si tratta di un circolo vizioso che favorisce i grandi attori finanziari a discapito della collettività, formata da persone fisiche e giuridiche che sempre più soffrono sul piano economico per una serie di fattori anche di natura geopolitica, oltre che di carattere finanziario, dettati dalla sete di potere e dall’avidità di chi siede nelle famose «stanze dei bottoni», siano esse presso l’ente pubblico o nelle principali istituzioni finanziarie attive sul piano globale.
Già il freno all’indebitamento castra la politica e, non solo in Germania, crea solo disastri sociali. Se poi, come fa la Svizzera, nella contabilità si includono anche gli investimenti, diventa un’ulteriore follia. È così?
Si tratta di un’ulteriore follia del pensiero dominante, di stampo neoliberista. Esiste una regola d’oro della finanza pubblica, riconosciuta anche dai padri del neoliberismo, secondo cui gli investimenti pubblici devono essere finanziati tramite l’indebitamento dello Stato, nella misura in cui essi beneficiano anche alle generazioni fiscali che non esistono ancora nel periodo in cui tali investimenti sono effettuati. Per esempio, se lo Stato decide di investire nel campo della sanità per la costruzione di un ospedale, esso offrirà dei servizi di cura anche alle persone che nascono molti anni dopo l’attuazione dell’investimento necessario per costruire questa struttura pubblica. Finanziarlo senza far capo all’indebitamento dello Stato significa che sono soltanto i contribuenti durante l’anno fiscale della sua costruzione a doverne subire i costi – tramite la tassazione del loro reddito e del loro patrimonio – mentre le generazioni fiscali successive potranno beneficiarne senza contribuire a loro volta al suo finanziamento. Si tratta di una chiara discriminazione, che riduce notevolmente la possibilità di mettere in atto una serie di investimenti pubblici necessari per il bene comune, nel campo sanitario come in molti altri campi, fra cui l’istruzione, i trasporti collettivi, la transizione energetica e così via.
Le proposte risparmiste vengono giustificate con il solito paragone «una famiglia può spendere solo i soldi che ha, lo stesso deve fare lo Stato». Soprattutto per uno Stato come la Svizzera, che controlla la sua moneta, è una «giustificazione» a dir poco senza senso. Che ne pensi?
Paragonare lo Stato a una famiglia è illogico, oltre che fuorviante nella misura in cui si afferma che il classico «buon padre di famiglia» non spende più di quanto guadagna per soddisfare i bisogni della sua famiglia. In realtà, quando esso acquista un appartamento, o una casa unifamiliare – per garantire un’abitazione dignitosa alla sua famiglia – non si limita a spendere il proprio reddito, né i suoi risparmi, ma accende una ipoteca, dunque si indebita, presso una banca o una compagnia di assicurazione. A fronte del debito che questa persona fisica dovrà rimborsare gradualmente, si trova un attivo reale, vale a dire un oggetto immobiliare che offrirà dei servizi abitativi a tutta la sua famiglia. Lo stesso, mutatis mutandis, vale per lo Stato: l’indebitamento pubblico per la realizzazione di una serie di progetti di investimento – nella sanità, nei trasporti, nell’istruzione e così via – è utile e necessario per offrire dei servizi pubblici a diverse generazioni fiscali nel rispetto della regola d’oro della finanza pubblica cui ho fatto riferimento poc’anzi. Tutto questo vale a maggior ragione quando la nazione è sovrana sul piano monetario, vale a dire che possiede la propria moneta nazionale e la sua banca centrale può decidere di acquistare, nel mercato primario, le obbligazioni che lo Stato emette per finanziare a debito i propri investimenti. A questo riguardo, è palese che l’abbandono della sovranità monetaria nei paesi membri della zona euro ha portato a una serie di gravi difficoltà economiche, che, fra altro, sono all’origine della crisi di Eurolandia scoppiata verso la fine del 2009, dopo che il governo greco appena eletto annunciò, urbi et orbi, che i conti pubblici degli anni precedenti erano stati truccati grazie all’aiuto fornito da Goldman Sachs – per ridurre i disavanzi e il debito dello Stato ellenico allo scopo di permettere alla Grecia di entrare e restare nella zona euro, anche se in realtà non rispettava i famigerati criteri di Maastricht per l’adozione della moneta unica europea.
Anche per il Ticino il debito pubblico, rispetto al PIL, non ci sembra eccessivo. Che ne pensi?
Il debito pubblico cantonale non è certamente eccessivo rispetto al PIL ticinese, ma è necessario considerare altri indicatori socio-economici per capire la situazione dei conti pubblici da una prospettiva storica e con uno sguardo di lungo termine. È evidente che i salari nell’economia ticinese sono nettamente inferiori che nel resto della Svizzera – sia prima sia dopo l’imposizione fiscale – come è evidente che la struttura demografica, ma anche la situazione geo-topografica, non favoriscano il dinamismo economico in Ticino. Esistono numerosi fattori che creano una maggiore spesa pubblica pro-capite in questo cantone rispetto al resto della Svizzera, ragion per cui non ha alcun senso esigere che la finanza pubblica ticinese debba allinearsi ai parametri di spesa e di indebitamento che si notano negli altri Cantoni – molto diversi dal Ticino per svariati motivi, alcuni dei quali hanno delle origini storiche, mentre numerosi altri sono di carattere strutturale sul piano macroeconomico.
Le difficoltà finanziarie del Canton Ticino nascono dal dover finanziare anche le cliniche private (più di 100 milioni di franchi l’anno) e dai regali fiscali fatti ai ricchi. Che cosa proporresti al Cantone?
La dottrina neoliberale ha imposto una serie di privatizzazioni o di collaborazioni tra il settore pubblico e l’economia privata che favoriscono i soggetti economici benestanti, a discapito dell’interesse generale per il bene comune. Tra l’altro, si è così ‘mercificata’ la salute delle persone, permettendo alle cliniche private di estrarre da essa dei profitti, che sono cresciuti nel tempo grazie alla ‘socializzazione’ dei costi della salute o dei rischi di natura finanziaria che scaturiscono da scelte private volte alla massimizzazione di questi profitti a discapito della stabilità e della crescita economica orientata alla prosperità e al benessere collettivo. È risaputo che le cliniche private si interessano solo dei pazienti le cui cure permettono a queste cliniche di guadagnare dei profitti stravaganti, lasciando al settore pubblico, dunque all’Ente ospedaliero cantonale, il trattamento dei pazienti che non è così remunerativo o che addirittura comporta più costi che benefici. Tutto ciò ha avuto origine nelle scelte politiche, che hanno anche ridotto le aliquote di imposta sui redditi e i patrimoni delle persone benestanti, agitando lo spauracchio di una loro fuga verso altre giurisdizioni nel caso in cui questi regali fiscali non fossero stati attuati. Si è trattato evidentemente di una serie di attacchi allo Stato, non per ridurne la portata e la capacità decisionale, ma per sostenere i poteri forti nell’economia privata, tramite una svolta neoliberista su scala globale.
Sia a livello nazionale che cantonale ci vorrebbe, secondo noi, un piano di sviluppo economico con interventi mirati dello Stato. Che ne pensi?
Lo Stato dovrebbe sviluppare e poi applicare una politica industriale per affrontare le sfide principali dell’epoca contemporanea, legate alla digitalizzazione, alla transizione energetica, alle poli-crisi di carattere geopolitico, che trasformano radicalmente sia le catene di produzione sia i processi di sviluppo e innovazione. Lo Stato deve fornire un piano di sviluppo economico chiaro e lungimirante, affinché le imprese private siano in grado di pianificare le loro strategie d’investimento nell’economia reale per soddisfare i bisogni dell’insieme della popolazione, potendo contare su un quadro di certezza delle scelte politiche di lungo termine, senza il quale la maggioranza delle imprese private si limita a considerare le prospettive di breve termine con un approccio dettato dai grandi attori nei mercati finanziari dell’economia globale, interessati soltanto ai rendimenti e all’aumento del loro valore azionario nel solco della finanziarizzazione, che ha causato diverse crisi di ordine sistemico nell’arco degli ultimi 25 anni e che andrebbe sostituita da un sistema post-capitalista foriero di sviluppo economico, coesione sociale e rispetto dei limiti planetari del nostro ecosistema.


