Intervento di Beppe Savary-Borioli sul preventivo del DSS in Gran Consiglio.

Caro presidente, caro direttore del DSS, cara consigliera e cari consiglieri di Stato, care colleghe, cari colleghi, l’amico e compagno Danilo si è occupato ieri della seconda “S” del DSS, io mi soffermerò sulla prima: la Sanità. Della “D” si occuperà poi il direttore del dipartimento. Questa volta, la vastità del tema non mi permette di limitare il mio intervento ai miei tre minuti del vecchio medico d’urgenza, ma dovrò utilizzare tutto il tempo concessomi, cioè circa il doppio.

Sanità viene da “sano” e significa occuparsi di quello che consideriamo tutte e tutti il nostro bene più prezioso: la salute. È per quello che la vox populi dice: ”La salute non ha prezzo”. Ma la salute ha un costo molto alto. Troppo alto? Vedremo in seguito.

In una società capitalista di stampo neoliberale come quella nella quale ci troviamo a vivere – diciamo pure pane al pane e vino al vino –, la tentazione di trasformare un bene così prezioso come la salute in merce è irresistibile. Il mantenimento e la riparazione della nostra salute, a volte anche soltanto della nostra capacità lavorativa, possono diventare così fonti di lauti profitti. Basti pensare a tutto il business con la fitness, ma anche alle lucrative assicurazioni complementari delle casse malati, per le prestazioni delle quali contribuisce a pagare anche chi non se le può permettere e dispone soltanto della copertura assicurativa di base obbligatoria. Se passiamo poi ai trust internazionali attivi nel mondo della sanità, per il Ticino mi limito a citare Swiss Medical Network che recentemente ha comprato i “centrimedici”, un sistema furbesco onde poter aggirare le moratorie per foraggiare di pazienti-clienti le loro cliniche di Ars Medica e Sant’Anna, la quale recentemente si è dotata persino di un Pronto Soccorso (il quarto a Lugano). La Tertianum SA fiorisce grazie all’alta percentuale di persone anziane presenti in Ticino, la più alta di tutti i cantoni; infine la miriade di Spitex privati, cresciuti negli ultimi tempi come i funghi dopo una bella pioggia in autunno.

Se ci fermiamo un momento sulle cause delle malattie, vediamo che in Ticino siamo messi male. Lavoro alienante e molto stressante a salari molto bassi, assieme ad inquinamento atmosferico e fonico, specialmente nelle regioni più densamente popolate del Cantone, soprattutto nei quartieri detti “popolari”, portano a malattie cardiovascolari, broncopolmonari, tumori maligni e depressioni nervose. Se puoi aggiungiamo le misure anti-stress “fai da te”, come abbuffarsi di cibo non salutare, abusare di alcol, sigarette e calmanti, troviamo un concime molto fertile per le malattie citate, ma di conseguenza anche per chi delle loro cure fa un business redditizio. Prevenire costerebbe molto meno che curare. Ma per essere efficace non basta l’abbonamento regalato dalla cassa malati per lo studio fitness, magari di proprietà della stessa cassa malati, e nemmeno campagne informative pubbliche, anche se molto ben fatte. Per una prevenzione efficiente dovremmo cambiare tutto quello che crea malattie ed infortuni, cioè i processi patogeni della nostra vita individuale e collettiva. “La politica è la medicina in grande”, la chiamò il grande Rudolf Virchow, professore di patologia cellulare, “Armenarzt”, medico dei poveri a Berlino e deputato progressista nel primo e molto effimero parlamento nella Paulskirche di Frankfurt am Main nel lontano 1848. Su questo tema, per ovvi motivi di tempo, al momento mi fermo qui.

Torno sulla Sanità “nostrana” e su chi deve amministrarla: il DSS.

Non è per niente facile dover governare un sistema così caotico come il nostro sistema sanitario, che, ben inteso, per la massima parte si trova nella responsabilità dei cantoni, che non hanno tutti i mezzi finanziari del Kanton Zug, figuriamoci “ul noss Tesin”. Il Ticino si trova confrontato con la spesa per la sanità pro capite tra le più elevate della Svizzera. Si tratta però anche del cantone con la più alta presenza di strutture della “Sanità privata”. Da studi internazionali autorevoli, fatti da scienziati non in odore bolscevico, sappiamo che più settore privato troviamo in un sistema sanitario, più alti sono i suoi costi. Basta confrontare il sistema sanitario degli USA con quello del vicino Canada per farsi un’idea sull’efficienza dei due sistemi. Eppure anche da noi c’è ancora chi crede che il “libero – di fa per dire – mercato” e la concorrenza risolverebbero con le loro mani invisibili tutti i problemi del nostro mondo sanitario. Non voglio entrare nemmeno qui nei dettagli. “Drôle de marché” chiamava il compianto professore di economia sanitaria Gianfranco Domenighetti, l’amico Dome, un “mercato” quello detto “della salute” – nel quale l’offerta crea la domanda: più apparecchi per la TAC sono a disposizione, più esami TAC si fanno eseguire. Regolamentare il settore ambulatoriale è pressoché impossibile: questo settore è (s)regolato dalla legge del mercato. Metto in guardia chiunque da una progressiva privatizzazione del sistema sanitario ed esorto il DSS a difendere e rinforzare il sistema sanitario pubblico ticinese, adesso e anche in futuro.

Il Ticino non può appoggiarsi sulle strutture sanitarie dei cantoni vicini, come il Kanton Zug, che fa spesso e volentieri capo alle strutture sanitarie del vicino Kanton Zürich. Alle tante persone anziane presenti in Ticino, che non dovrebbero incidere troppo sui costi, “Curafutura” dixit: fidarsi della mitica trasparenza delle casse malati…Si aggiungono tutti i “Tütschschwizer” che vivono durante una gran parte dell’anno nel loro “Feriehuus im Tessin une”, ma che pagano le imposte e i premi di cassa malati “dehei”, perché sono ben più basse che in Ticino. Ma quando si ammalano o si infortunano in Ticino, si fanno curare nelle nostre strutture sanitarie, facendo salire pure loro i costi della sanità in Ticino. La pandemia da SARS-CoV2 insegna.

Potrei anche parlare delle cliniche private che possono scegliersi la loro “pazientela”, mentre l’EOC, struttura pubblica, non può rifiutare nessun paziente. Quella parte della medicina che rende, come ad esempio l’ortopedia elettiva, va al privato, il politrauma deficitario resta al pubblico: sacrosanto principio della “public-private partnership”. Ospedale pubblico e clinica privata prendono però lo stesso sussidio statale. Su EFAS tornerò un’altra volta. Una cosa è certa: con un sì a questa sciagurata riforma, la Svizzera ha dato tutto il potere in materia sanitaria nelle mani delle casse malati private e delle cliniche private a loro associate (“reti integrate”). Il Governo del Canton Ticino, contrario a EFAS, è stato sconfessato dalla delegazione parlamentare ticinese a Berna (con la sola lodevole eccezione dell’amico e compagno Bruno Storni) e dalla maggioranza di chi votava, risicata in Ticino, chiara nella Svizzera Tedesca, maggioritaria e decisiva come troppo spesso. La sanità ticinese, dai premi per le casse malati alle spese del cantone per la sanità, con EFAS cadrà dalla padella nella brace.

Prima di terminare la mia rapida carrellata su salute e sanità in Ticino, vorrei toccare la travagliata collaborazione tra EOC e USI. Malgrado quest’ultima contribuisca molto poco finanziariamente al lavoro dell’EOC a favore della Medical Master School, la sua rettrice si arroga ingerenze importanti nelle nomine di primari dell’EOC. Invito DECS e DSS a porvi rimedio.

Sulla POC, la “pianificazione” ospedaliera cantonale mi esprimerò molto brevemente giovedì.

I tre problemi più grossi nel mondo sanitario, anche ticinese, esulano dalle competenze del DSS:

1) i prezzi esorbitanti dei medicamenti in Svizzera, 2) il nefasto sistema di retribuzione per le prestazioni sanitarie, quasi sempre troppo poco con le DRG, il tariffario per gli ospedali pubblici e spesso troppo con Tarmed, il tariffario che privilegia i medici specialisti privati, 3) lo sciagurato sistema dei premi pro-capite delle casse malati, che fanno pagare lo stesso premio alla multimiliardaria Signora Martullo Blocher come alla sua donna delle pulizie. In più lo specchio per allodole della riduzione dei premi grazie a una franchigia alta, e il contributo elevato richiesto in aggiunta ai premi, inducono spesso a non consultare o consultare troppo tardi i medici, con ovvie conseguenze sull’andamento della malattia e l’aumento dei costi. Sono convinto che una cassa malati unica e pubblica con premi secondo reddito e sostanza porterebbe vantaggi alla maggioranza delle e dei Ticinesi e anche alle finanze del DSS. Verrà rilanciata presto una nuova iniziativa! Anche l’AVS non è passata al primo turno. Conteremo anche qui sul sostegno del Governo Ticinese.

Un ultimo pensiero sul risparmio: sono direttore sanitario di due case per anziani. Dall’ufficio del medico cantonale ci viene l’incoraggiamento a erogare cure di qualità e personalizzate; dall’ufficio per le persone anziane invece ci viene l’ordine di standardizzare tutte le cure… per risparmiare. Due anime opposte nel medesimo DSS. Sia chiaro che io sto dalla parte dell’UMC. Ve lo ricordo e non mi stancherò mai di ricordarvelo: chi vuole risparmiare, deve prima investire. Qualche anno fa mi è toccato accompagnare una paziente dalla piccola “Carità” di Locarno alla grande “Charité” di Berlino, dove i miei colleghi germanici erano meravigliati della qualità delle immagini prodotte dalla TAC di Locarno. I loro apparecchi erano vent’anni più vecchi di quelli de “La Carità”, risultato della politica di risparmio ad oltranza dell’allora ministro bundesrepubblicano delle finanze Schäuble. Evitiamo di cadere nella medesima trappola.

Lasciatemi finire con un ringraziamento, da porgere assieme alla mia critica, a Raffaele De Rosa e a tutta la sua grande e molto brava squadra del DSS. Ringrazio però soprattutto il personale curante che lavora in condizioni difficili e con salari piuttosto miseri – un problema che sarà da trattare prossimamente in sede opportuna – e a tutti i curanti che si impegnano per la salute delle persone a loro affidate.

Un ultimo nostro pensiero vada ai tagli nel settore dell’assistenza ai richiedenti l’asilo. Le camere federali hanno voluto devolvere i soldi detratti alla cooperazione, una misura preventiva contro le migrazioni forzate, alla signora Amherd per rendere il suo esercito ancora più NATO compatibile. Dove finiranno i cinque milioni che si vogliono tagliare sull’aiuto a chi cerca asilo da noi in Ticino, non mi è dato sapere. Sulle due operazioni non mi resta che stendere un velo pietoso, molto pietoso. Ricorre proprio oggi il giorno della dichiarazione universale dei Diritti Umani nel lontano 1948, che recita all’art. 14, paragrafo 1: “Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.” Sono momenti, questi, nei quali mi vergogno di appartenere alla patria di Henri Dunant, alla nazione depositaria delle convenzioni della Croce Rossa.

Alle più stremate ed ai più stremati, va rivolto il monito del mio compianto collega Guevara, el Che:

“Siate realisti, chiedete l’impossibile!”