Ad inizio ottobre la notizia, che inizialmente avrebbe potuto benissimo essere pubblicata su queste pagine nella rubrica “Leggere per credere” ovvero Ticino Vivo, il gruppo locale d’estrema destra1 comunica di aver deciso di sciogliere il gruppo. La scelta viene pubblicata sull’omonimo profilo social tramite un post, scritto sulla falsariga di un comunicato stampa. Nel frattempo tutti i post sono stati cancellati ed è stata tolta l’immagine del profilo, mentre nella descrizione è stato inserito a caratteri cubitali PROFILO CHIUSO.
Hasta la vista? E invece no, perché qualche settimana più tardi a Loco in Val Onsernone si riunisce un nutrito gruppo di persone giovani esponenti dell’estrema destra europea. Scopo? Rafforzare la propria rete e creare (inter)connessioni per concretizzare il loro folle e disumano piano di deportazione di massa per chiunque non rientri nel loro ideale distorto di una non ben meglio identificata identità puramente bianca ed europea.
Al fine settimana di ‘formazione’ in un ostello del posto, non sono mancati volti noti come Manuel Corchia e Tobias Lingg membri fondatori del gruppo svizzerotedesco d’estrema destra Junge Tat2 e del comasco Andrea Ballarati principale organizzatore del Forum sulla remigrazione di Gallarate. In Ticino, si sono così ritrovati vari nomi di spicco di questa galassia d’ultradestra provenienti da tutta Europa. Che ciò accada in una valle come l’Onsernone, ovvero ad una terra che ha dato rifugio in passato a persone perseguitate politicamente in Europa e che ha conosciuto essa stessa il fenomeno dell’emigrazione di massa, ha un che di ironico ma al contempo anche estremamente tragico.
Ma come mai l’incontro si è tenuto proprio qui, in Ticino?
È risaputo che eventi del genere si svolgono con una certa regolarità in tutta Europa circa ogni due o tre mesi, ad esempio recentemente in grandi città come Milano o Vienna e a Schwerin nel Nord della Germania. Le persone appartenenti a questo movimento d’ultradestra sono estremamente ben collegate tra loro e mobili, pronte a dislocarsi per qualche giorno e poi scomparire. Prima che le autorità possano sapere od intervenire in qualsiasi modo, il gruppo ha probabilmente già lasciato la località. La notizia riguardante l’incontro ticinese è trapelata alla stampa e al pubblico generalista solamente grazie alla diffusione, da parte di chi ha partecipato al ritrovo nel Locarnese, di contenuti quali video ed immagini su diverse piattaforme social. Persino il gestore dell’ostello non aveva alcuna idea di chi fossero e per quale scopo si fossero dati appuntamento, informazione che ha poi appreso con sgomento solo alla fine del soggiorno onsernonese.
Molto probabilmente in reazione ai fatti del Locarnese, un gruppo di persone vicine al Soa Molino organizzano qualche giorno dopo a Lugano una manifestazione dichiaratamente antifascista, proprio per ricordare che non si tratta di una questione appartenente al passato ma ben presente e radicata nell’oggi, soprattutto di questi tempi.
La reazione non tarda ad arrivare: nei pressi della pensilina degli autobus un gruppo di persone incappucciate ha lanciato fumogeni e tentato di provocare chi manifestava gridando “Vi picchiamo quando vogliamo!”. Insomma sembrerebbe proprio che lo spirito dell’estrema destra identitaria sia ben vivo e radicato nel nostro Cantone. Pensare dunque che lo scioglimento del gruppo Ticino Vivo fosse una buona notizia era praticamente fare i conti senza l’oste: come l’iconica idra di Lerna della mitologia greca, tagli una testa e altre due prenderanno il suo posto.
Di fatti qualche settimana più tardi il gruppo Fronte nazionale elvetico3 il quale sul proprio profilo social inneggia alla violenza, alla costituzione di ronde punitive nei confronti delle persone senza passaporto elvetico e che sposa il concetto di remigrazione, dichiara di voler manifestare per le strade di Lugano chiedendo persino il permesso al Municipio.
Permesso che viene accordato senza alcun problema, poiché, sempre secondo le dichiarazioni del sindaco Foletti, non c’erano elementi per impedire lo svolgimento del corteo. Che tale ragionamento faccia acqua da tutte le parti è chiaro come il sole, dato che l’ideologia di riferimento di questo gruppo così come i canoni estetici e culturali sono espressamente da ricondurre ad un filone neofascista e neonazista4. Oltretutto si tratterebbe di un gruppo già noto alla polizia, in quanto parte di una frangia estremista della tifoseria del Lugano.
Se non che gli organizzatori abbiano deciso all’ultimo momento di sospendere l’evento, dato che la polizia non poteva garantire la sicurezza pubblica e si paventavano possibili rischi per l’ordine pubblico. Così come Ticino Vivo il gruppo comunica principalmente tramite le piattaforme social, la notizia della rinuncia viene anche qui resa pubblica tramite un post facsimile ad un comunicato stampa, dai toni sia altisonanti che petulanti. Il provvedimento è stato preso, cito “per senso di responsabilità e rispetto delle istituzioni”.
Ecco nuovamente rispuntare il vittimismo strategico, non poter fare una contro protesta per le strade di Lugano è ‘ingiusto’ dato che è stato fatto tutto in accordo con “le autorità competenti e nel pieno rispetto delle regole, l’obiettivo era di svolgere un’iniziativa pacifica e ordinata”. Questo in totale contrasto con i contenuti e i messaggi che vengono veicolati dal gruppo sui social media e sfoderando la carta della superiorità morale, perché a differenza di chi organizza manifestazioni non autorizzate, loro sì che sono ‘i bravi ragazzi morigerati’.
Secondo Anita Goh, avvocata presso la sezione svizzera di Amnesty International, quando parliamo del diritto di manifestare, in realtà ci riferiamo alla combinazione di due libertà: la libertà di riunione e la libertà di espressione. Manifestare significa quindi, in definitiva, che almeno due persone si riuniscono per esprimere un’opinione comune in modo pacifico, cioè non violento.
Il diritto a manifestare è visto in Svizzera come una questione di sicurezza pubblica, sono pertanto i Comuni ad essere competenti e a stabilire in ultima istanza quale sia la regolamentazione sul suolo pubblico in materia di autorizzazioni, quali condizioni e potenziali sanzioni comportano. Ciò nega il diritto a manifestare come un diritto umano, che spetta ad ogni persona proprio perché essere umano. L’obbligo di ottenere un’autorizzazione dalle autorità, mina il principio secondo cui il diritto di riunirsi pacificamente è un diritto fondamentale.
Pertanto l’argomentazione secondo la quale solo chi chiede regolarmente permesso al Municipio competente abbia diritto ad organizzare una manifestazione è profondamente fallace. Il Fronte nazionale elvetico sfrutta e si appropria delle libertà previste dalla democrazia liberale, come la libertà di parola e di associazione, per occupare lo spazio pubblico con l’unico scopo di negare ad altri movimenti e persone quelle stesse libertà.
Ma torniamo al titolo di questo articolo che è naturalmente ironico, personalmente non mi auguro proprio di vivere altri 100 giorni così. A parte un’interrogazione al Consiglio di Stato scritta dalla granconsigliera Lisa Boscolo e sottoscritta da Beppe Savary e Giulia Petralli dal titolo “Attività neofasciste e di estrema destra in aumento in Ticino?” attualmente ancora inevasa, le reazioni politiche hanno lasciato molto a desiderare. Al di fuori dalle polemiche sorte puntualmente per criticare (giustamente) la posizione intenibile del sindaco e del Municipio di Lugano per aver concesso l’autorizzazione a dimostrare ad un gruppo evidentemente d’estrema destra che propaga messaggi d’odio e discriminanti, manca totalmente in Ticino una visione e una presa coscienza di cosa significa essere antifascista oggi.
Ancora nel 2025 il (neo)fascismo continua a rappresentare una minaccia straordinaria per la democrazia e lo Stato di diritto e deve essere contrastato con tutti i mezzi possibili. Soprattutto tenendo conto che in certi ambiti della politica, la memoria (e l’apologia!) del fascismo resta contesa e spesso banalizzata.
Ma si sa, spiegare l’acqua ai pesci è notoriamente difficile: dagli anni 90 tutti i Comuni ticinesi hanno vissuto una consistente virata verso destra, secondo una recente ricerca da parte dell’istituto Sotomo. Lugano continua ad essere l’eccezione ad ogni regola, come unica città in tutta la Svizzera ad essere gestita da una maggioranza di destra. Questa è la realtà del nostro Cantone.
Questo è significativo, perché raccontare apertamente e pubblicamente la storia del fascismo e il suo radicamento sul nostro territorio è mancato in Svizzera (e direi anche in Ticino) per troppo tempo. Ad ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale e ventitré anni dopo la pubblicazione del rapporto Bergier, che fece luce sui rapporti della Confederazione con la Germania nazista, nel nostro Paese affrontare il nostro passato tutt’altro che immacolato è ancora un compito arduo e fatto mal volentieri.
Ma dimenticare la storia e i suoi capitoli più bui può portare a dare per scontate le libertà democratiche che necessitano di costante vigilanza e protezione. Lo slogan ¡No pasarán! non è semplicemente da rispolverare ogni tanto quanto fa comodo, ad alcune date significative nel corso dell’anno, bensì deve essere parte fondante di un chiaro intento politico di non ripetere gli errori della storia recente.
- Di cui avevo già parlato nel Quaderno nr. 56 nell’articolo “Il bravo ragazzo di destra nostrano”
- Il gruppo d’estrema destra più noto ed attivo a livello nazionale in Svizzera. Ibidem
- Il cui nome ricalca pesantemente il Fronte nazionale, ovvero il partito filonazista svizzero fondato nel 1933 nell’anno dell’ascesa al potere di Hitler in Germania e poi vietato solamente nel 1943 dal Consiglio federale. Secondo il Cdt il profilo social del gruppo è stato creato quest’estate dopo il pestaggio avvenuto ad agosto nei pressi della pensilina di Lugano e recava antecedentemente il nome di “Ronde Lugano”.
- Basta dare un’occhiata superficiale ai contenuti pubblicati sui social media, così come alle canzoni che accompagnano i testi.

