Per due volte a metà novembre il cacciatorpediniere US Stockdale ha intercettato e respinto la petroliera russa Seahorse diretta in Venezuela.

Se ve ne fosse bisogno, è stata la prova concreta che l’imponente flotta schierata dal presidente Trump da agosto ha lo scopo di bloccare le coste del Venezuela. La lotta contro il narcotraffico è solo lo schermo politico per cercare di occultare il reale scopo dell’operazione “Southern Spear”: non «Espellere i narcos e difendere la nostra patria e i vicini dalla droga», come ha affermato dal segretario alla difesa Pete Hegseth. Bensì trasformare il Golfo del Messico nel Golfo d’America (del Nord) – come lo ha già da tempo ribatezzato lo stesso Trump – in attesa diventi il Mediterraneo degli States (dopo aver abbattuto anche il governo socialista di Cuba).

Secondo la propaganda della Casa Bianca, in Venezuela opererebbero due cartelli della droga, il Tren de Aragua e il Cartél de los soles, quest’ultimo gestito direttamente dai vertici delle Forze armate bolivariane – gli alti gradi hanno sulle spalline dei soli e non stellette – e al comando dello stesso presidente Nicolás Mauduro. Nessuna organizzazione internazionale che monitora il traffico di droga ha però avvallato questa tesi. Al contrario viene ribadito, come dal Centro Internacional de Investigación y Analisis contra el Narcotráfico Marítimo, che la coca e altre droghe di produzione colombiana che transitano dal Venezuela verso gli Usa e l’Europa è solo poco più del 5% del traffico globale. Mentre il Venezuela non produce droga.

Nella seconda metà di novembre, l’arrivo della portaerei US G. Ford, la più grande e potente degli Stati uniti, ha ulteriormente rafforzato la flotta che blocca le coste venezuelane, composta da 5 cacciatorpediniere, un incrociatore, un sottomarino nucleare, 3 navi anfibie, varie unità logistiche della Guardiacoste Usa, caccia F-35 e Harrier, elicotteri d’attacco e da trasporto, droni Reaper. Si tratta di una flotta capace di lanciare 100 missili Tomahawk.

L’ex ambasciatore degli Usa a Caracas, James Story lo ha confermato: «con l’arrivo della portaerei Ford, la situazione strategica è cambiata... Qualche azione è imminente». Lo stesso presidente Tycoon lo ha confermato, seppur nel modo elusivo, quasi mafioso, che lo contraddistingue. Ha affermato di aver già deciso la strategia, anche se ha evitato di rivelarla.

Gli scenari tracciati dagli esperti sono vari.

  1. attacchi armati selettivi a infrastrutture strategiche e/o militari o per eliminare i dirigenti del chavismo.
  2. collasso interno del regime chavista di fronte alla minaccia militare degli Usa e a promesse e pressioni rivolte ai militari venezuelani e anche grazie alla taglia da 50 milioni di dollari posta sulla testa di Maduro.
  3. negoziati forzati, ovvero proposte che prevedono salva la vita di Maduro e alleati ma condizionate alla liberazione dei prigionieri politici e a elezioni controllate da una commissione internazionale che garantisca in sostanza il successo del clan di Corina Machado.

Se l’invasione seguita a bombardamenti di saturazione del Venezuela viene data per improbabile, la possibilità di attacchi mirati (con droni contro dirigenti politici vicini a Maduro o con aerei contro obiettivi economici e militari strategici) viene invece ritenuta probabile.

A meno che la Casa bianca non ottenga quello che vuole con le minacce: ovvero l’abbandono della presidenza da parte di Maduro e del suo entoureage bolivariano e l’ingresso in massa delle compagnie americane nei settori del greggio (il Venezuela possiede la più vasta riserva mondiale) e dei minerali preziosi.

Proprio su questi temi avrebbe puntato l’offerta di negoziato che, secondo varie “fughe di notizie” riprese dal New York Times, Maduro ha lanciato a più riprese.  Le ultime riferiscono della sua disposizione a lasciare la presidenza entro due  o tre anni (e rifugiarsi in Turchia) e di permettere che compagnie statunitensi partecipino allo sfruttamento delle riserve petrolifere e minerarie del paese.

Il presidente venezuelano si è dimostrato assai abile nel guadagnare tempo e sopravvivere a attacchi politici e fisici. Però, in questo caso, una soluzione concordata tenta The Donald. La massima dirigente dell’opposizione venezuelana, la neo premio Nobel per la pace, Corina Machado continua a proporre un intervento armato per abbattere Maduro e assicura: «Siamo pronti, abbiamo la squadra e abbiamo i piani per garantire la stabilità nei primi 100 giorni». Ma, secondo vari analisti, tra i quali Elias Ferrer del “Orinoco Research”, il Pentagono e lo stesso Trump sarebbero preoccupati dalla possibilità di «uno scenario libico», come quello accaduto dopo l’uccisione di Muhammar Gheddafi nel 2011: una Libia incontrollabile.

Maduro e il ministro della Difesa, generale Vladimir Padrino, hanno cercato di acuire questi dubbi lanciando il «Piano indipendenza 2000», organizzando 284 fronti di battaglia per difendere il paese in caso di attacco, mobiliando centinaia di migliaia di uomini tra militari e milizie popolari.

Un Venezuela incontrollabile è uno scenario che mette paura, specialmente per i piani strategici della Casa bianca che, secondo il quotidiano The Telegraph, prevedono la fine del regime di Maduro come passo necessario per abbattere poi il governo socialista cubano. Per questa ragione The Donald mantiene la sua ambiguità e agisce su due tavoli, minacce di intervento militare e trattative per l’allontanamento di Maduro. Ma è chiaro che tale ambiguità, o “gioco” politico, non può durare a lungo. Impiegare una enorme flotta, la più grande che ha operato a sud del Rio Bravo, e vantare solo l’affondamento di una diecina di lance – solo suppostamente cariche di droga – non paga politicamente. Non solo, aumentano le accuse contro lui, che parlano di “esecuzioni extragiudiziali” contro la sessantina di persone mandate a fondo assieme alle lance affondate.

Non è che il Tycoon sia eccessivamente preoccupato degli “srcupoli morali” degli alleati (ma subordinati) europei, nè delle accuse di violazione delle leggi internazionali e uso terroristico della forza che vengono da leaders sudamericani, come il presidente colombiano Gustavo Petro. Un primo obiettivo lo ha ottenuto: militarizzare la politica estera degli Usa nel subcontinente latino, rispolverando la dottrina Monroe e il “destino manifesto” degli Usa di garantire la democrazia. Quello che preoccupa Trump, però, è che, nella situazione internazionale in cui si propone come colui che può decidere di guerra e pace, non riesca a produrre un risultato confacente alla potenza dei mezzi (e dei costi) che mette in campo contro il Venezuela.