Con l’accettazione delle due iniziative popolari sui premi di cassa malati in Ticino e la contemporanea ricaduta sul cantone dell’abolizione a livello federale dell’imposta sul valore locativo, al Palazzo delle Orsoline prevedono scenari catastrofici per le finanze del cantone. Indubbiamente delle difficoltà ci saranno, ma a quanto possiamo stimarle in modo realistico?
Non è possibile fare delle stime, anche solo approssimative, perché ci sono troppe variabili che si influenzano reciprocamente nella dinamica del sistema economico. Una cosa però è certa: le stime indicate dal Consiglio di Stato sono notevolmente esagerate, perché ignorano gli effetti economici positivi indotti dalla riduzione dei costi della cassa malati per il ceto medio a seguito dell’entrata in vigore dell’iniziativa per limitare questi costi al 10% del reddito disponibile degli assicurati. Risulta infatti evidente che il ceto medio in Ticino avrà un maggiore potere di acquisto grazie a questa iniziativa, visto che potrà ottenere dei sussidi per ridurre il premio della cassa malati per un importo ben maggiore dell’aumento delle sue imposte cantonali e comunali.
Dato che la propensione al consumo da parte del ceto medio è superiore a quella delle persone più facoltose, l’attuazione di questa iniziativa avrà un effetto indotto considerevole per le aziende orientate al territorio cantonale, la cui cifra d’affari e i cui profitti saranno perciò più elevati, con ricadute positive anche per le risorse fiscali del Cantone e dei comuni ticinesi. Tutto sommato, si può immaginare che il disavanzo delle finanze pubbliche ticinesi sarà ben inferiore al limite per far scattare il freno ai disavanzi entro la fine di questo decennio.
Negli ultimi anni con varie ‘riforme’ si sono fatti dei regali fiscali soprattutto ai più abbienti per un importo di circa 220 milioni all’anno. Contemporaneamente anche da molti anni la destra blocca la rivalutazione delle stime del parco immobiliare: molte di queste stime sono nel frattempo diventate chiaramente ridicole, di fronte al loro prezzo di mercato. Sei d’accordo che siano queste le ragioni principali, assieme alla disgraziata revisione della LAMal che obbliga a finanziare anche le cliniche private, che spiegano l’attuale disavanzo delle finanze cantonali?
Si tratta indubbiamente dei tre fattori principali che hanno causato disavanzi notevoli nelle finanze pubbliche cantonali in Ticino. Questi fattori, che dipendono essenzialmente da scelte politiche discutibili, hanno ‘affamato la bestia’ con cognizione di causa: i gruppi di potere sul piano politico cantonale hanno volutamente ridotto la crescita delle risorse fiscali in Ticino, al fine di soddisfare gli interessi privati dei loro elettori, a discapito dell’interesse generale della società. La loro strategia si è ben consolidata nell’arco degli ultimi 15 anni: le entrate fiscali cantonali vanno ridotte, per avere il pretesto di dover ridurre la spesa pubblica allo scopo di rispettare l’equilibrio dei conti dello Stato per quanto riguarda la gestione corrente, che in realtà include alcune spese che dovrebbero essere considerate degli investimenti, dunque da finanziare tramite l’emissione di obbligazioni statali anziché con le imposte.
L’onestà intellettuale che dovrebbe caratterizzare i decisori politici – oltre al mondo accademico – permette di capire che ridurre le aliquote di imposta per le persone molto benestanti non induce alcun effetto di sgocciolamento della ricchezza verso il basso della piramide sociale, visto che generalmente ciò che queste persone risparmiano in termini di imposte non lo spendono nel mercato locale – tranne che nel mercato immobiliare, già da numerosi anni surriscaldato. D’altra parte, la notevole sottovalutazione delle stime immobiliari non è più compatibile con quanto stabilito dal Tribunale federale e, in ogni caso, comporta dei regali fiscali assolutamente ingiusti e ingiustificabili, che creano una notevole disparità di trattamento rispetto alle categorie di contribuenti del ceto medio.
La ricetta della destra per affrontare le difficoltà che arrivano, ben riassunte dall’UDC e dalla Camera di commercio, sono come sempre tagli brutali sia nel sociale che nella formazione. Nel cantone con i salari più bassi della Svizzera, ogni taglio sociale ha effetti devastanti. Almeno per quanto riguarda la formazione e la ricerca accademica, i finanziamenti del cantone sono già totalmente insufficienti. Che ne pensi e cosa proponi invece tu quali ricette?
Questi tagli brutali fanno male alla coesione sociale, allo sviluppo e all’innovazione economica di un cantone caratterizzato da alcune problematiche di natura geo-topografica e socio-demografica da anni ormai note a tutti. Sul piano economico, la radice di tutti i problemi è il livello salariale troppo basso per vivere degnamente in Ticino con un grado di occupazione a tempo pieno per numerose persone e famiglie del ceto medio e di quello inferiore. Lo Stato dovrebbe perlomeno incentivare fiscalmente le aziende in questo cantone a versare degli stipendi decenti, usando il bastone e la carota: per le imprese che versano ai loro dipendenti degli stipendi insufficienti per vivere in Ticino, bisogna aumentare loro il carico fiscale, ossia l’aliquota dell’imposta sull’utile di queste imprese. Le imprese che invece sono virtuose su questo piano, potrebbero beneficiare di una riduzione di questa aliquota, a patto che siano orientate al territorio per quanto riguarda la produzione di beni o servizi.
Qualcosa di analogo sarebbe attuabile per incentivare le imprese ad assumere con dei contratti a durata indeterminata i giovani che cercano una occupazione nell’economia ticinese, assicurando loro un accompagnamento appropriato da parte dei lavoratori prossimi al pensionamento, al fine di trasmettere ai giovani il loro savoir-faire, che non si potrà mai imparare sui banchi di scuola.
Le sfide poste dalla digitalizzazione vanno anche affrontate con un occhio di riguardo per le nuove generazioni che si affacciano sul mercato del lavoro e che non dispongono dello spirito critico sempre più necessario per superare queste e altre sfide, che rischiano di provocare un divario digitale tra chi è in grado di cavalcare l’onda del progresso tecnico e chi invece ne subisce le conseguenze negative in termini finanziari e occupazionali, con tutti i risvolti che ciò comporta anche sul piano demografico e territoriale.
Prima dell’inizio dell’ondata neoliberale, molti economisti di scuola liberale, ma addirittura anche la NZZ, ritenevano l’imposta sull’eredità qualcosa di assolutamente giusto, anche perché di solito chi eredita non ha contribuito per niente per produrre questa ricchezza. Nel frattempo, per mettere in ginocchio lo Stato e favorire i ricchi, questa imposta è stata qui da noi totalmente abolita. Pensi che ci sia una possibilità di lanciare il discorso, almeno partendo dall’aumento più scandaloso delle disuguaglianze?
Si tratta di una questione importante tanto sul piano economico quanto su quello sociale. L’aumento tendenziale delle disugualianze di reddito e di ricchezza è un fenomeno ormai pluridecennale, che ha subìto una notevole accelerazione dall’inizio di questo secolo. Le cause di questo fenomeno sono molteplici e una di queste è l’abolizione dell’imposta di successione.
A causa della concorrenza fiscale intercantonale, in Svizzera le imposte sulle successioni sono diventate irrilevanti negli ultimi vent’anni: le loro aliquote sono state molto ridotte, gli eredi diretti in molti cantoni sono stati completamente esentati e in alcuni cantoni, come Obvaldo e Svitto, l’imposta di successione non esiste più. In Ticino, l’aliquota varia in base all’importo dell’eredità, ma non supera il 14,5% per i patrimoni elevati. Ogni anno in Svizzera vengono ereditati circa 95 miliardi di franchi e per ogni franco ereditato si pagano solo 1,4 centesimi di imposta, quando nel 1990 erano 4,1 centesimi. Ciò significa che per un’eredità di 50 milioni di franchi, l’imposta di successione è oggi di 700mila franchi: agli eredi rimangono perciò 49,3 milioni di franchi, pur senza alcun legame con la meritocrazia. Almeno per una questione di coerenza – ma anche e soprattutto per rispetto dell’etica e del principio costituzionale elvetico sancito dall’articolo 127, capoverso 2 – bisognerebbe far pagare delle aliquote di imposta progressive in base alla capacità economica dei contribuenti, siano essi persone fisiche o persone giuridiche.
Questo principio era condiviso dai padri del pensiero liberale, che sono però stati completamente ignorati dai loro discepoli con l’avvento di una finanziarizzazione crescente del sistema economico contemporaneo iniziata verso la fine degli anni Ottanta del secolo scorso e che è foriera di crisi finanziarie di portata globale e di sempre maggiore gravità. Purtroppo l’erudizione dei padri della scuola liberale è andata scemando nell’arco degli ultimi trent’anni, al punto da essere anche sparita dai corsi di economia politica sul piano accademico nel mondo occidentale, spinto dalle più prestigiose e più gettonate università anglo-sassoni.
Esiste ormai un pensiero unico sul piano economico e anche la storia economica è finita nel dimenticatoio, arrivando al punto che diversi professori universitari di economia ritengono che Karl Marx fosse un economista russo anziché tedesco o che John Maynard Keynes fosse un economista del XIX° secolo, mentre in realtà tutte le sue opere scientifiche furono scritte nei primi decenni del XX° secolo – anche se durante gli ultimi trent’anni sono sempre meno i professori di economia ad averne letto almeno una parte. Come fece notare giustamente il padre del neoliberismo della Scuola di Chicago, Milton Friedman, a livello mondiale stiamo formando una generazione di economisti molto bravi sul piano statistico, matematico e della modellizzazione, ma privi delle conoscenze necessarie per capire, affrontare e risolvere i problemi contemporanei del nostro sistema economico.

