«L’Ucraina potrebbe ora trovarsi di fronte a una scelta molto difficile: perdere la propria dignità o rischiare di perdere un partner fondamentale; o 28 punti difficili o un inverno estremamente difficile, il più difficile mai visto, e ulteriori rischi». Il discorso di Volodymyr Zelensky che ha impresso alle trattative per la fine della guerra un’accelerazione inattesa, si è soffermato su un punto dirimente per la popolazione ucraina: le condizioni di vita quotidiane alle soglie del quarto inverno dall’invasione russa. Il presidente ucraino sa che parlare di cessione di territori e concessioni al Cremlino è un azzardo in un momento in cui il governo è messo in discussione dallo scandalo corruzione e l’esercito al fronte è in sofferenza. Ma sa anche che il prolungarsi delle ostilità è pericoloso per lui e per l’Ucraina tutta.

L’ultimatum di Donald Trump sul piano Usa si è rivelato meno perentorio del previsto, come già era stato per quelli contro Vladimir Putin. Solo che stavolta «accettate o ridurremo drasticamente le forniture di armi» è risuonato ai vertici di Kiev come una condanna preventiva. Senza il flusso costante di armamenti e il supporto dell’intelligence garantito dagli alleati occidentali, i reparti in Donbass si troverebbero in breve tempo in emergenza. I droni da soli non bastano a contenere l’avanzata di un esercito in soverchiante superiorità numerica. Per citare un solo esempio, nell’epicentro degli scontri, che attualmente è a Pokrovsk (regione di Donetsk), gli ucraini si sono trovati a dover fronteggiare battaglie in cui i soldati del Cremlino erano superiori anche di 8 volte. Una disparità che alla lunga è insostenibile. I generali ucraini sanno che in una fase come questa una sconfitta potrebbe innescare una reazione a catena, la Caporetto che a Mosca attendono da tempo ma che finora non si è mai verificata.

Il reclutamento forzato non ha sortito gli effetti sperati: i rinforzi necessari sul fronte non sono arrivati e i reparti impegnati nei settori più difficili non ricevono il cambio da mesi. Al contrario, si è creata una situazione in cui i veterani sono inviati da un fronte attivo all’altro, per tentare di compensare l’inferiorità numerica con l’esperienza. Nonostante questa situazione, finora i battaglioni ucraini non si sono mai ritirati in maniera scomposta. Anzi, a Pokrovsk come altrove (Bakhmut, Avdiivka, ma la lista è lunga) hanno tenuto le posizioni malgrado la situazione sia effettivamente disperata. Il risultato è che a Pokrovsk l’offensiva russa è iniziata nell’agosto del 2024, oltre 15 mesi fa, e innumerevoli volte i russi l’hanno data per conquistata, ma si combatte ancora. Quanto durerà questo stillicidio è difficile dirlo. Alla fine la cittadina cadrà, ma il costo sarà stato altissimo. Per Putin si trattava di dimostrare che quanto aveva detto a Trump nel vertice del 15 agosto in Alaska - «se volessi potrei conquistare tutta l’Ucraina - era vero. Per Zelensky invece l’obiettivo era opposto: palesare che con il giusto supporto i suoi uomini avrebbero resistito. Nel mezzo c’è l’ennesimo tritacarne di questa guerra: migliaia di morti per pochi chilometri quadrati che in ogni caso non hanno risolto la situazione.

Nelle retrovie gli attacchi russi degli ultimi due mesi hanno provocato danni enormi. Si stima che quasi due terzi della produzione energetica ucraina sia danneggiata o inutilizzabile. Dopo l’ultimo devastante attacco su Leopoli, Ivano-Frankivsk e Ternopil (oltre 30 morti), nell’ovest del Paese, il direttore di Ukrenergo (l’operatore statale dell’energia elettrico), Vitaly Zaichenko, ha affermato che «la Russia sta lanciando ondate di attacchi partendo dall’est, per poi colpire il centro e infine la parte occidentale dell’Ucraina». Quest’inverno potrebbe essere il primo in cui anche l’ovest del Paese subirà interruzioni dell’erogazione di elettricità per stabilizzare la rete. Gli ucraini sostengono che si tratta di una strategia «terrorista» per colpire deliberatamente i civili, i russi di volta in volta annunciano che «tutti gli obiettivi sono stati colpiti», che si trattava di «parti dell’infrastruttura militare, fabbriche, centri di comando o di addestramento» che contribuivano alla macchina bellica nemica. Al di là delle accuse reciproche, il fatto inconfutabile è che interrompere le forniture elettriche e di gas in un Paese in cui d’inverno il termometro arriva anche sotto i -20°, obbliga la popolazione a grandi sofferenze. Se nell’ovest si tratterebbe di una situazione tutto sommato nuova, nell’est ormai l’inverno è fratello della guerra, entrambi identificati con il rischio di morte. Nei villaggi del Donbass dove gli anziani vivono negli scantinati da tempo immemore e bruciano i resti degli appartamenti colpiti dai bombardamenti. Nei grandi quartieri periferici di Kharkiv ridotti a strade fantasma, nella martoriata Sumy, a pochi chilometri dalla frontiera e sotto il fuoco nemico costante. L’Ucraina in guerra ha vissuto due realtà parallele dai primi giorni di guerra e quella occidentale è sempre stata meno dura. Ma il conflitto si è allargato anche in questo senso.

Non stupisce la rabbia crescente dei civili per lo scandalo corruzione che ha terremotato la politica ucraina. Tra tutti i settori che potevano essere al centro dell’ennesimo schema diffuso di tangenti e peculato, il fatto che si tratti dell’energia ha colpito gli ucraini al cuore. Non è più una questione di morale politica, di apprezzamento per l’attuale presidente, di critiche alla legge marziale o alle manovre politiche di Zelensky volte ad allontanare tutti i suoi nemici (potenziali e reali), ma di ciò che è percepito come un tradimento. Mentre al Paese è chiesto un sacrificio enorme, fatto di rinunce quotidiane e di abbrutimento, il principale problema di intere regioni ucraine, l’assenza di energia, diventa in parte responsabilità del governo. Nell’inchiesta ribattezzata «Midas», infatti, il Procuratore speciale anti-corruzione (Sapo) e l’Ufficio nazionale anti-corruzione (Nabu), hanno scoperto uno «schema di corruzione su larga scala per esercitare influenza su imprese statali strategiche, in particolare sulla compagnia energetica nazionale Energoatom». Tra i principali indagati figura Timur Mindich, uno dei fedelissimi di Volodymyr Zelensky, suo socio nella società Kvartal 95, che ha prodotto la serie televisiva con la quale l’attuale presidente è diventato una celebrità – e che ha dato il nome al suo partito – Servitore del popolo. Mindich si è dato alla macchia appena in tempo per sfuggire all’arresto, forse – sostiene la stampa ucraina – in Israele, avvisato da qualcuno all’interno del governo. Insieme a lui è sparito l’uomo d’affari Oleksandr Tsukerman, altro capo dell’organizzazione che aveva ramificazioni in diversi settori delle aziende statali. Le prime vittime sacrificali sono state la ministra dell’Energia Svitlana Grinchuk e il titolare della Giustizia, German Galushchenko (in precedenza all’Energia), costretti alle dimissioni. L’inchiesta si è allargata a Oleksiy Chernysov, ex-vice primo ministro ed ex capo della compagnia energetica Naftogaz, già raggiunto da un provvedimento della Nabu a giugno.

Lo schema ordito dal gruppo era piuttosto complesso. Approfittando del fatto che durante la legge marziale su alcune imprese considerate strategiche non vengono effettuati controlli contabili e le procedure degli appalti sono semplificate, Mindich Tsukerman e gli altri contattavano le aziende incaricate di costruire sistemi di contraerea nei pressi degli snodi della rete energetica e delle centrali e li obbligavano a non fare nulla, minacciandoli di bloccare tutte le acquisizioni statali se non avessero dichiarato il falso. Quei soldi dunque andavano al gruppo e, attualmente, si parla di oltre 100 milioni di dollari. Ma non è finita qui. L’inchiesta si è allargata anche al settore della Difesa e all’azienda Fire Points, controllata statale che si occupa della produzione di droni e di missili. Il Sapo sostiene che il gruppo avesse dei suoi sodali all’interno della Fire Points per orientarne le acquisizioni, le assunzioni e le forniture. Infatti si è parlato di un coinvolgimento dell’ex ministro della Difesa e attuale segretario del Consiglio di sicurezza nazionale, Rustem Umerov. Il quale, secondo diversi media locali, avrebbe deliberatamente prolungato il suo viaggio diplomatico negli Usa finché non ha ricevuto rassicurazioni adeguate sul fatto che non sarebbe stato arrestato. Umerov ora è tra le figure apicali del gruppo designato da Zelensky per trattare con gli Usa sul piano di pace. Tutti questi nomi sono però legati a una figura centrale, vero perno del potere ucraino dal 2020 a oggi, il capo dell’Ufficio presidenziale Andriy Yermak.

Yermak è il vero filtro tra Zelensky e il resto delle istituzioni. I politici e i funzionari in posizioni di rilievo sono tutti stati posizionati da lui. Come l’attuale premier, Yulija Svyrydenko sua vice tra il 2020 e il 2021. Il suo attuale vice, Oleg Tatarov, secondo il Kyiv independent «manterrebbe l’influenza sull’Ufficio investigativo statale, sulla Polizia nazionale e sul Servizio di sicurezza dell’Ucraina (Sbu)». Anche l’attuale Procuratore generale della repubblica, Ruslan Kravchenko, è considerato un suo protetto, nominato a giugno per smantellare Nabu e Sapo, secondo gli attivisti anti-corruzione. Kravchenko sarebbe stato allertato per un nuovo tentativo di imbavagliare Nabu e Sapo, in seguito a una riunione di fine novembre tra governo e organi anti-corruzione andata male. L’opinione pubblica, gran parte della stampa e molti politici avevano chiesto a Zelensky l’allontanamento di Yermak come segnale di discontinuità politica. Dopo qualche giorno di suspence, invece, il capo di stato ha dichiarato che «spetta solo al presidente decidere sui membri dell’ufficio del presidente». Capitolo chiuso. In un momento decisivo per le trattative sulla fine delle ostilità Zelensky ha preferito tenersi i suoi fedelissimi accanto, confidando nel fatto che le polemiche passano in secondo piano quando si tratta del futuro di uno stato. Ma gli ucraini hanno già dimostrato di non dimenticare e, in ogni caso, quasi quattro anni di guerra lasciano un segno indelebile.