Torno in Bulgaria. È una giornata che sento pesante e mi chiedo se abbia senso essere di nuovo qui. Alla fermata del bus per Harmanli, dove lavorerò come infermiera, riconosco due volti. K. e R. mi salutano come se non fossero passati tutti quei mesi. K., un giovane siriano, ha ricevuto il rifiuto definitivo alla domanda di asilo. R., anche lei siriana, domani dovrà sostenere un nuovo colloquio con le autorità. Sul bus ci sediamo vicini e, in un attimo, mi riportano nella realtà.

K. non può tornare in Siria, vuole (re)stare in Europa. La frontiera con la Serbia è diventata troppo pericolosa: polizia ovunque e respingimenti violenti. Ha lavorato e messo da parte i soldi per farsi “accompagnare” in auto fino in Grecia. Da lì spera di salire su una nave per l’Italia e poi raggiungere la Spagna. L’ultima parola che mi mostra sul telefono, tradotta con Google, è illegal.

Quello che mi raccontano non è un’eccezione, ma il riflesso di una realtà più ampia che ho rivisto al mio arrivo. 
Harmanli è una cittadina nel sud della Bulgaria, a cinquanta chilometri dal confine con la Turchia – uno dei più sorvegliati dell’Unione Europea. Qui vi è uno dei campi per rifugiati più grandi del Paese. Nato come base militare, è stato riconvertito nel 2013, dopo la prima grande ondata di arrivi dalla Siria. Oggi ospita persone provenienti da Siria, Turchia e Kurdistan.

Torno qui per la terza volta, e la realtà sul campo conferma ciò che le ricerche dimostrano da anni: i controlli restrittivi alle frontiere non fermano i movimenti migratori, ne modificano i percorsi. Non esistono prove che la limitazione del diritto d’asilo, o la minaccia di deportazione e detenzione, possano avere un effetto deterrente. Al contrario, queste misure aumentano i decessi e le violazioni dei diritti umani, indirizzando le persone verso percorsi ancora più rischiosi.

Ogni trasformazione nel campo è il riflesso di ciò che avviene fuori: guerre, catastrofi, politiche migratorie.
Estate 2023. Il campo per rifugiati è sovraffollato, ci sono circa 1500 persone. L’acqua non è potabile, il cibo scarso, le docce rotte da giorni e i bagni intasati. Un collettivo italiano distribuisce beni di prima necessità.

Gennaio 2025. È pieno inverno. L’occupazione è di circa 900 persone. Ogni giorno incontro persone con febbre, tosse, mal di gola. Il riscaldamento viene acceso solo un’ora al giorno. Nelle stesse settimane, i dinieghi alle richieste di asilo si susseguono rapidamente per donne, uomini e famiglie siriane. Scoppia una rivolta pacifica che si protrae per giorni, senza risultati. Gli esiti emessi continuano a essere negativi, come succede in molti altri paesi europei dopo la caduta del regime di Assad.

Luglio 2025. Il campo appare più vuoto. In ambulatorio e nel parco vediamo alcune donne con bambini piccoli. Gli uomini, la sera o il sabato quando non sono impiegati nei lavori agricoli, mostrano le ferite riportate.

Nel frattempo, fuori dal campo, qualcosa è cambiato. Dal 1° gennaio 2025 la Bulgaria è entrata nell’area Schengen. Secondo i dati della Commissione Europera, tra il 2023 e il 2024, nel quadro del Fondo europeo per la gestione integrata delle frontiere, sono stati stanziati circa 260 milioni di euro, in gran parte per la costruzione di barriere fisiche, sistemi di controllo e tecnologie di sorveglianza. Nel 2024 il contingente di Frontex è stato triplicato: circa 500 agenti europei affiancano 1200 agenti bulgari. Tutto questo risponde a una precisa logica di esternalizzazione e deterrenza: impedire che le persone entrino, ancor prima che raggiungano l’Unione Europea.

Ma funziona davvero? No.

Le politiche di dissuasione – respingimenti, sorveglianza, detenzione – non fermano le partenze. Ciò che spinge le persone a partire non è l’illusione di una vita facile, ma il bisogno di sopravvivere e la necessità di un futuro diverso. Nessun migrante forzato vuole lasciare il proprio paese. La minaccia illude chi la impone e distrugge chi la subisce.

Militarizzazione dei confini, finanziamento di Stati terzi, deportazioni (dall’Italia verso l’Albania, dal Regno Unito verso il Ruanda) non impediscono i movimenti. Li deviano su percorsi più pericolosi e alimentano il mercato dei trafficanti. La deterrenza cela un ordine sociale coloniale e razzializzato, che considera le migrazioni una minaccia e un problema da contenere.

I principi su cui si fonda l’Unione Europea – dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto e diritti umani – in che misura sono compatibili con muri, filo spinato e sofferenza programmata?

Spingere indietro non funziona, non ferma i movimenti: li rende solo più pericolosi, più costosi, più disumani. O, come sullo schermo del telefono di K., semplicemente illegal.