Come giudichi globalmente l’accordo con Trump sui dazi?

Prima di risponderti nello specifico, mi sembra utile segnalare la minor crescita del PIL svizzero nel terzo trimestre (-0,5%), subito attribuita dagli analisti ai dazi del 39% imposti in prima battuta da Trump, ciò che di per sé dovrebbe autorizzarci a gioire per la riduzione al 15% dei nuovi dazi negoziati da Parmelin. È vero solo in parte, dato che il rallentamento, ad esempio delle esportazioni di prodotti chimici e farmaceutici non soggetti a dazi, c’è stato in seguito al forte aumento dei trimestri precedenti nei quali gli importatori americani hanno fatto scorte di prodotti in vista dell’entrata in vigore dei dazi. E le esportazioni delle industrie restanti stagnano da più di un anno. Il problema del rallentamento, invece, ha a che fare con la domanda interna, se è vero che il settore dei servizi è evoluto in maniera inferiore alla media.

Le cause sono il peggioramento del mercato del lavoro, che con una disoccupazione, secondo gli standard internazionali, del 5,2% ci vede messi peggio di altri Stati europei, dalla Polonia al Belgio alla Germania, avvicinandosi ai livelli dell’Italia. È quindi assurdo, anche con i nuovi dazi, chiedere, come ha fatto l’associazione padronale dell’industria meccanica, Swissmem, il blocco della spesa sociale, delle misure ambientali e nuovi sgravi fiscali per le aziende.

La Svizzera esporta il 60% del suo PIL, da questo punto di vista è il Paese più globalizzato del mondo. Nel 2024 le esportazioni verso gli Stati Uniti rappresentavano il 18,6% del totale delle vendite all’estero. Il valore degli investimenti diretti realizzati da operatori svizzeri in sedi estere di produzione, distribuzione e ricerca ammonta a più di 1.400 miliardi di franchi. Si tratta di grandi gruppi, ma ci sono anche diverse migliaia di piccole e medie imprese che complessivamente occupano quasi 2,2 milioni di persone all’estero. Voler privilegiare le esportazioni comprimendo ulteriormente i redditi (i costi) interni, specie quando ci si chiede di aumentare gli investimenti negli Stati Uniti di ben 200 miliardi, significa spingere l’economia svizzera verso la recessione, significa sicuramente aumentare le disuguaglianze.

Se poi l’accordo, in cambio di sicura esportazione di posti di lavoro, prevede l’importazione di bovini agli ormoni e polli al cloro (con sicuro impatto sull’agricoltura svizzera) e, oltretutto, l’acquisto (accanto agli F-35) di missili made in USA e del sistema terra-aria Patriot e con essi di sistemi informatici legati alla strumentazione militare americana, beh qualche timore per la perdita della sovranità economica e politica ci sta eccome. Per non parlare della nostra cosiddetta “neutralità”, se è vero che Trump ci vorrebbe allineati con eventuali misure sanzionatorie contro terzi! Tra l’altro, tutto questo in attesa che la Corte Suprema decida sulla legalità delle misure tariffarie decise da Trump, cosa per niente scontata. Forse valeva la pena di aspettare un po’ prima di siglare un’intesa, no?


Secondo noi l’accordo ci costerà molti posti di lavoro pregiati a seguito degli enormi investimenti svizzeri negli USA. Sei d’accordo?

L’impegno da parte delle aziende svizzere a effettuare investimenti diretti negli Stati Uniti per 200 miliardi di dollari entro la fine del 2028 rappresenterà un duro colpo per l’occupazione interna. Già Novartis e Roche, subito dopo l’annuncio dei primi dazi del 39%, si erano precipitate ad assicurare investimenti aggiuntivi negli USA. Alcune aziende (Stadler Rail) sono già emigrate negli USA, altre (Pilatus) si apprestano a farlo. Quindi sì, l’accordo costerà molti posti di lavoro, anche se, come detto sopra, le aziende svizzere già da tempo  occupano oltre 2 milioni di persone all’estero.

Semmai, più in generale, c’è da chiedersi se l’accesso al mercato statunitense sia davvero così vitale come se lo immagina Trump. Le importazioni statunitensi ammontano al 13% delle importazioni globali, ben al di sotto della sua percentuale del PIL globale, che è del 25%. I dazi, oltre a ridurre le vendite degli esportatori stranieri, danneggiano i consumatori e le aziende americane. Oltretutto, secondo il Financial Times (Martin Wolf, Trump’s tariffs won’t deliver many jobs, 8 ottobre), sarà impossibile per Trump riportare in patria i posti di lavoro industriali perduti nei decenni della globalizzazione.

Anche in paesi con elevati surplus commerciali, la percentuale dell’occupazione manifatturiera è calata, dato che la domanda di beni manufatti è diminuita relativamente a quella dei servizi e dato che le nuove tecnologie stanno riducendo il bisogno di lavoratori della produzione. Insomma, assecondare pedissequamente la strategia di Trump rischia di rivelarsi un boomerang.


Il previsto accordo con l’UE dovrebbe invece garantire posti di lavoro in Svizzera. Nonostante ciò l’UDC maledice quest’ultimo e magnifica quello con gli USA. Che interessi economici difende l’UDC?

Se ricordo bene, agli inizia degli anni ’90 Blocher auspicava, a mo’ di battuta ma neanche tanto, che la Svizzera diventasse il 51esimo Stato americano. Per quanto l’UDC ostenti il suo sostegno protezionistico della economia e della forza-lavoro svizzera, credo che i suoi reali interessi economici risiedano principalmente nella finanza, specie nella finanza americana. La diatriba fra UBS e Consiglio federale sulle riserve obbligatorie, che vede la banca svizzera minacciare di spostarsi negli USA se il CF non accetterà di ridurre le sue pretese (in parte legittime, visti i precedenti fallimenti del CS e, prima, della stessa UBS!), mi sembra rivelatrice degli interessi finanziari del grande capitale elvetico, di cui l’UDC è certamente paladina.