La disuguaglianza è un’emergenza. I grandi ricchi vanno tassati di più, in un modo o nell’altro.
Dibattito aperto ma difficile mettere in atto fiscalità radicalmente progressive.

 

Perché le democrazie non riducono le disuguaglianze? È un interrogativo che circola ormai da anni e sta diventando ossessivo. Purtroppo non per tutti. I super ricchi sono una infima minoranza, ma godono del sostegno della maggioranza della popolazione. Come mai? Perché è così difficile, in democrazia, adottare misure fiscali che facciano pagare all’1% della popolazione imposte maggiori che possano garantire una redistribuzione fra ricchi e poveri? Le disuguaglianze continuano a crescere e ormai l’1% degli abitanti del pianeta possiede quasi la metà delle ricchezze mondiali.

Il tema è globale. Se ne discute dall’Unione europea al G20 (il forum dei paesi industrializzati), dall’OCSE al neo sindaco di New York Mamdani. Qualche anno fa, nel 2012, aveva fatto discutere la battuta del miliardario americano Warren Buffet che si diceva scandalizzato perché la sua segretaria pagava più tasse di lui. Un concetto ormai confermato dalle analisi degli esperti, secondo cui, in proporzione, i super ricchi pagano meno tasse dei lavoratori. Tra il 1995 e il 2022, secondo l’OCSE, la quota di ricchezza detenuta dallo 0,001% più ricco del pianeta è più che raddoppiata, salendo al 6,9%.


Super ricchi super inquinatori

È in questo contesto che i Giovani socialisti svizzeri hanno lanciato la loro “Iniziativa per il futuro”, che chiedeva di tassare le successioni e le donazioni. “Per una politica climatica sociale finanziata in modo fiscalmente equo” prevedeva l’introduzione di un’imposta federale del 50% sulle successioni e sulle donazioni delle persone fisiche sull’importo eccedente i 50 milioni di franchi.

“I super ricchi stanno dando fuoco al nostro pianeta” afferma Manuel Schmitt di Oxfam. Lo studio “Climate Plunder”, appena pubblicato, inquadra con dati chiari. “Un individuo appartenente allo 0,1% più ricco del pianeta emette in un solo giorno più CO2 di quanto il 50% più povero della popolazione mondiale ne produce in un anno. Dal 1990, la quota di emissioni dei super ricchi è cresciuta del 32%, mentre quella della metà più povera si è ridotta del 3%”.

Anche la piazza finanziaria svizzera contribuisce in modo massiccio alla crisi climatica, spiega Infosperber: “Dall’accordo sul clima di Parigi, la sola UBS ha stanziato oltre 211 miliardi di dollari per progetti di petrolio e gas. E con l’uscita dalla Net Zero Banking Alliance nel 2025, UBS ha ufficialmente abbandonato l’obiettivo di conciliare i suoi investimenti con l’obiettivo di 1,5 gradi”.

Nel 2023 è stata lanciata la campagna europea “Tax the Rich”, promossa fra gli altri dall’economista francese Thomas Piketty, per chiedere alla Commissione europea di introdurre una tassa minima sui grandi patrimoni destinata a finanziare la transizione ecologica e a ridurre le disuguaglianze. Purtroppo non è stato raggiunto l’obiettivo di raccogliere un milione di firme.

Nell’estate dell’anno scorso, in occasione del G20 di Rio de Janeiro, l’economista francese Gabriel Zucman, fondatore dell’EU Tax Observatory, ha presentato un rapporto in cui propone di introdurre una tassa del 2% sui patrimoni dei circa 3 mila miliardari globali, che garantirebbe un gettito stimato tra i 200 e i 250 miliardi di dollari. Se il tributo fosse esteso anche ai titolari di ricchezza netta superiori a 100 milioni di dollari, ci sarebbero altri 100-140 miliardi di dollari di entrate erariali l’anno. “Il rapporto – ha detto Misha Maslennikov di Oxfam Italia - traccia nitidamente la strada per una maggiore giustizia fiscale. Tassare maggiormente gli ultra ricchi potrebbe generare risorse da investire nel contrasto alle disuguaglianze e nella lotta al cambiamento climatico”.

L’economista francese Gabriel Zucman ha spiegato, al Fatto Quotidiano, le responsabilità della politica: “Si credeva che le tasse basse per i ricchi avrebbero portato benefici al resto della popolazione. La famosa teoria del trickle-down (teoria dello sgocciolamento), sperimentata negli Stati Uniti negli anni ottanta senza successo: l’effetto principale è stato far crescere la disuguaglianza. Ma ancora più diffusa è l’idea che si tratta di fenomeni contro i quali non possiamo far nulla. In realtà, nel rapporto facciamo molte proposte che mostrano come sia possibile avere sia un’economia aperta, sia una tassazione progressiva con tasse elevate sul capitale”. Altro suggerimento dal rapporto Zucman è l’istituzione di una tassazione delle multinazionali (Global minimun tax) con un’aliquota del 25%, invece del 15%.

Se non è semplice, né facile, adottare riforme fiscali globali, è importante che i Paesi si muovano anche da soli.

Così Gabriel Zucman ha lanciato anche in Francia la proposta di introdurre un’imposta del 2% sui patrimoni superiori a 100 milioni di euro. La dovrebbero pagare solo 1800 persone ma, anche qui, c’è stata una reazione isterica, non solo da parte degli ultraricchi. C’è chi ha gridato a “una forma di saccheggio” e a “un chiaro desiderio di far crollare l’economia francese”. Un sondaggio del partito socialista ha rivelato che l’86% degli intervistati sostiene la tassa, ma in Parlamento la proposta è stata bocciata. Dove sono finite “Liberté, ‘Egalité, Fraternité”?


“Exit tax” per i super ricchi che scappano

“È tempo di riconoscere l’emergenza disuguaglianza” ha affermato il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che da anni sostiene la necessità di una riforma del sistema fiscale internazionale per permettere di tassare in modo efficace multinazionali e super ricchi. Di fronte allo spauracchio che i capitalisti agitano in continuazione, che con aumenti di imposizione i super ricchi scapperebbero, Stiglitz propone di introdurre una “Exit Tax” che costringa chi vuole emigrare a pagare comunque un tributo. Il premio Nobel mette in guardia sui pericoli per la democrazia. “È evidente che la Francia, come molti altri Paesi, ha creato oligarchi. Il pericolo è che gli oligarchi si impegnino sempre di più in politica. Molti di loro agivano dietro le quinte, ma è chiaro che oggi, come negli Stati Uniti, si danno da fare per ottenere dei favori particolari”.

Anche in Italia il dibattito su tassare i ricchi è aperto, ma con l’attuale maggioranza c’è poca speranza di ottenere risultati. Il leader del sindacato CGIL, Maurizio Landini, propone di introdurre un “contributo di solidarietà”, dell’1,3% sui patrimoni che superano i 2 milioni di euro e che riguarderebbe l’1% degli italiani.

La Norvegia ha deciso recentemente di aumentare l’imposta sui patrimoni e molti miliardari hanno lasciato il Paese. Il ministro delle finanze del governo di centro sinistra si è detto fiducioso che la fuga sia solo temporanea, perché il modello dello Stato norvegese è vincente. Interessante la dichiarazione del magnate Inge Rokke, che ha scelto la Svizzera: “Ho scelto Massagno come mia nuova residenza, non è né la più economica, né ha le tasse più basse. Ma in cambio è un posto fantastico con una posizione centrale in Europa”. Prendano nota i nostri politici che gufano prevedendo le fughe dei ricchi: contano di più il clima piacevole e la posizione geografica che l’imposta.

L’Unione europea ha appena deciso di abbandonare la Tassa sulle transizioni finanziarie (Ttf). Se ne discuteva dal 2013. Si trattava di un piccolo prelievo dello 0,1% sulle transazioni di azioni e obbligazioni e dello 0,01 sui derivati. Un’ occasione persa per cercare di tassare maggiormente la grande ricchezza. Da questa UE c’è poco d’aspettarsi, ormai è obnubilata dalla corsa al riarmo.


Rispettare la Costituzione

“Nonostante abbiano redditi molto alti, i ricchi e i super ricchi spesso pagano un’imposta sul reddito molto più bassa in termini percentuali rispetto alle famiglie a reddito medio. Anche in Svizzera, l’onere dell’imposta sul reddito dei miliardari è spesso significativamente inferiore a quello del resto dei contribuenti, grazie ai privilegi di cui godono gli imprenditori”. Non lo dice la Gioventù socialista, ma il KOF, l’Istituto di ricerca economica del Politecnico di Zurigo. “La ragione principale – spiega l’Istituto – è che gli individui facoltosi guadagnano principalmente reddito da investimenti (dividendi, reddito da locazione e interessi), che di solito è tassato a un’aliquota inferiore rispetto agli stipendi e non è soggetto a contributi previdenziali. Inoltre, il reddito da investimento da varie fonti può esere raggruppato in un’unica attività in modo che per il momento non sia dovuta alcuna imposta sul reddito”. Il KOF spiega bene, in uno studio del 2024 (Martinez) che piove sempre sul bagnato, ovvero che il reddito dei super ricchi, siccome è diversificato, riesce a mantenere basso il carico fiscale. L’imposta sul patrimonio, o sulla sostanza, permette di riequilibrare in piccola misura: “Anche l’imposta sulla ricchezza globale del 2% su miliardi di beni, attualmente in discussione nel G20, dovrebbe rientrare in questa logica”. E, ricorda ancora l’Istituto dell’ETH: “Il principio della tassazione in base alla performance economica, su cui la Svizzera è esplicitamente impegnata secondo la sua Costituzione (art.127), dovrebbe essere più pienamente preso in considerazione”.

L’iniziativa per il futuro dei Giovani socialisti partiva da queste premesse: dalle disuguaglianze crescenti, dall’inquinamento causato dai super ricchi e dalla volontà, espressa da molte voci, di esigere giustizia sociale: è una rivendicazione da non mollare!

Anche l’Istituto di Ricerche Economiche (IRE) ticinese è sensibile al tema e ha lanciato la discussione su: “La grande ricchezza: il ruolo economico e fiscale di successioni e donazioni in Svizzera”. “Una delle leve fiscali in cui la Svizzera risulta ancora attrattiva è la trasmissione generazionale dei patrimoni. – dice Davide Airoldi dell’IRE – Mentre in Europa, con l’esclusione dell’Austria, tali passaggi sono tassati con aliquote più o meno elevate sulla base dei legami di parentela e dell’importo del patrimonio (dal 7% al 50% in Germania, dal 5 al 60% in Francia e dal 4% all’8% in Italia), in Svizzera è lasciata ampia autonomia fiscale ai cantoni”. Successioni e donazioni toccano il cuore del nostro sistema economico e sociale, afferma l’IRE, e uno dei grandi dilemmi delle economie e delle democrazie moderne è come garantire il giusto equilibrio tra equità sociale e efficienza economica nel passaggio fra generazioni.


Più disuguaglianza meno democrazia

Certo, la questione fiscale condiziona le democrazie moderne. Le disuguaglianze portano a un aumento della povertà e dell’esclusione, fenomeni che creano segregazione sociale e possono incrinare la coesione. Mentre le grandi ricchezze crescono, i governi tagliano il welfare e riducono lo Stato sociale: la pentola a pressione potrebbe scoppiare!

La campagna inscenata in Svizzera contro l’iniziativa per il futuro, a suon di milioni di franchi, con manifesti indecenti, con messaggi pubblicitari falsi e al limite dell’oscenità, si spiega con il terrore di tassare i super ricchi. Qualche magnate potrà anche andarsene, ma basterebbe la Exit Tax proposta da Stiglitz per frenare l’evasione. Cominciare a discutere di una tassazione nazionale delle successioni e donazioni è indispensabile. Certo, sarebbe necessario e utile che i paesi dell’OCSE adottassero misure coordinate per evitare la concorrenza fiscale tra le nazioni, così come si dovrebbe fare in Svizzera per evitare la concorrenza fra cantoni.

La forza delle tasse progressive, e la grande paura che crea ai super ricchi, la spiega l’economista francese Thomas Piketty, famoso per il suo saggio Il capitale nel XXI secolo.

“Lo Stato sociale e l’imposta progressiva – scrive – rappresentano senza dubbio una trasformazione sistemica del capitalismo. Se le concepiamo nella misura più radicale possibile, ci accorgiamo che queste due riforme istituzionali costituiscono una tappa fondamentale verso una nuova forma di socialismo democratico, fondato sul decentramento e sull’autogestione, ecologico e meticcio, in grado di strutturare un mondo diverso, ben più emancipatore ed egualitario del mondo attuale”.

Morale: tassare i ricchi deve essere un punto chiave dell’agenda delle sinistre.