“Mille navi passano accanto alla barca affondata e mille alberi fioriscono di fronte all’albero morto”. Al recente IV Plenum del XX Comitato centrale del Partito comunista, chiamato a varare proposte e linee guida per il XV piano quinquennale, Xi Jinping ha scelto questa massima per indicare la strada della Cina verso il 2030. Nei suoi discorsi programmatici, il segretario generale del Partito e presidente della Repubblica Popolare è abituato a citare antiche frasi o poesie classiche. Uno strumento retorico per conferire profondità morale e legittimità culturale alle proprie campagne, in particolare alla lotta per la corruzione. In più di un’occasione, Xi ha citato versi della poesia Tang e Song per descrivere il senso etico della sua battaglia contro “tigri e mosche”, ossia i grandi e piccoli funzionari corrotti. “Quando il vento è giusto, l’erba si piega”, si legge d’altronde nei Dialoghi di Confucio.
Nella visione ormai compiutamente olistica di Xi, l’ultima citazione può avere più significati. Primo: la campagna anti corruzione non è ancora finita, come dimostrano peraltro le recenti espulsioni dalla Commissione militare centrale e dal Politburo, né finirà. Secondo: gli obiettivi politici ed economici fissati dalla leadership non verranno compromessi da eventuali resistenze interne. Terzo: il modello di sviluppo “con caratteristiche cinesi” resisterà alle pressioni e turbolenze esterne. Un triplice messaggio che lascia intendere che Pechino è consapevole che il “ventennio di opportunità strategiche” profetizzato nel 2002 dall’ex presidente Jiang Zemin si è concluso già da tempo, e che per realizzare il “sogno cinese” bisognerà superare “ostacoli” e “turbolenze”, in un contesto di “crescenti incertezze e fattori imprevedibili”. Tradotto: i conflitti globali e la guerra commerciale con gli Stati Uniti, che nonostante la recente tregua siglata con Donald Trump nell’incontro di Busan, Xi è convinto sia destinata a durare a lungo.
Ecco perché la Cina deve essere pronta a “osare combattere” i rischi e affrontare le sfide, in una versione aggiornata della celebre dottrina di Deng Xiaoping: “Nascondi la tua forza, aspetta il tuo momento e non prendere mai il comando”. Nel 1955, Mao Zedong disse che l’obiettivo era “raggiungere e superare” gli Stati Uniti. “Ci vorranno almeno 50 anni, forse 75”, prevedeva il “grande timoniere”. A un lustro da quella scadenza, la Cina ha già dimostrato di saper sostenere lo scontro commerciale con Washington. Grazie all’esperienza coltivata durante il primo mandato di Trump alla Casa Bianca, Pechino ha mostrato di essere molto più pronta a fronteggiarlo dopo il suo ritorno.
Nelle proposte per il nuovo piano quinquennale, che verrà ufficialmente approvato durante le “due sessioni” di marzo, emerge la consapevolezza di quali siano stati i punti di forza decisivi per resistere sin qui alla pressione americana, nonché quali dovranno essere i prossimi passi per schermarsi ulteriormente da future sanzioni e restrizioni alle catene di approvvigionamento. I punti cardine della strategia sono due: mantenimento, anzi rafforzamento, della forza industriale e perseguimento dell’autosufficienza tecnologica. Sono questi gli ingredienti chiave di un menù più ampio, che punta a soddisfare la fame di trasformazione del modello di sviluppo. L’orizzonte retorico è la “modernizzazione socialista di base”, da raggiungere entro il 2035, l’azione pratica prevede un virtuoso innesco della domanda interna accompagnato a una “militarizzazione” degli snodi strategici della competizione commerciale e tecnologica.
Nonostante gli sforzi del governo e le numerose misure di stimolo, la Cina continua a incontrare difficoltà nel rilanciare i consumi interni, un obiettivo che Xi ha indicato come pilastro della “doppia circolazione”, la strategia annunciata nell’autunno del 2020 e che punta ad aumentare la spinta al motore della crescita derivante dalla domanda domestica (circolazione interna). Obiettivo: ridurre la dipendenza dalle esportazioni (circolazione esterna). Il problema, tuttavia, è strutturale e va oltre la congiuntura post-pandemica: dopo decenni di un modello centrato sugli investimenti pubblici, sull’export e sulla crescita immobiliare, le famiglie cinesi si trovano in una fase di incertezza economica. I salari reali crescono lentamente, la disoccupazione giovanile rimane elevata e la ricchezza privata è ancora legata al mercato immobiliare, oggi in fase di rettificazione dopo decenni di crescita sregolata con un modello di business basato sul debito. Nel nuovo piano quinquennale, si promettono “politiche proattive” di stimolo. Le misure previste spaziano dall’aumento del potere d’acquisto dei residenti e del livello di servizi pubblici alla riforma delle politiche fiscali e di welfare, con un intento redistributivo e di stabilizzazione sociale: l’allargamento della fascia di reddito medio e la promozione della “prosperità comune” sono riproposti come obiettivi prioritari. Possibile un pacchetto di incentivi fiscali e sussidi per l’acquisto di beni durevoli, magari a partire da quelli compresi sotto l’ombrello delle cosiddette “nuove forze produttive”, formula coniata da Xi nel 2023 e ora elevata a mantra ufficiale. Ne fanno parte i veicoli elettrici. Ma non solo. Chip, intelligenza artificiale, bio fabbricazione, quantistica, spazio, macchine madri e strumenti scientifici vengono elevati al rango di beni strategici. Non come cluster separati, ma come infrastrutture di potere che sostengono ogni altro obiettivo: stabilità dei mezzi di sussistenza, resilienza della catena industriale, continuità fiscale, capacità militare, margine diplomatico.
Nella visione di Xi, sicurezza e sviluppo sono due concetti indivisibili. L’uno è la condizione dell’altro. In tal senso, l’innovazione è la premessa di entrambi. La crescita futura, secondo Pechino, dipende dalla capacità di conquistare l’autonomia nelle tecnologie chiave e di integrare ricerca, industria e formazione del talento. A questo scopo, verranno approntate misure per rafforzare la ricerca di base, costruire infrastrutture scientifiche strategiche, incentivare le imprese leader e creare centri regionali di innovazione. L’obiettivo dichiarato è chiaro: ridurre la vulnerabilità alle strozzature esterne e avvicinare l’autosufficienza.
Allo stesso tempo, il Partito punta a rafforzare e modernizzare le industrie tradizionali, segnale che non si vogliono abbandonare le posizioni favorevoli (talvolta dominanti) raggiunte in alcuni comparti manifatturieri e industriali. Sono proprio loro ad aver consegnato a Pechino le armi negoziali necessarie a resistere alla pressione tariffaria di Trump. A partire dalla leadership globale nell’estrazione, raffinazione e lavorazione delle terre rare e dei metalli cruciali per elettronica, tecnologia verde e difesa. Acciaio, chimica, manifattura meccanica, tessile e cantieristica resteranno al centro. Le industrie tradizionali, spesso concentrate nelle province centrali e settentrionali, restano peraltro una fonte cruciale di occupazione e stabilità.
In quest’ottica, sono in arrivo piani specifici per favorire la trasformazione tecnologica e verde per far evolvere le industrie tradizionali in “industrie intelligenti”, capaci di generare valore aggiunto elevato e di inserirsi in catene globali sempre più sofisticate. Si punta a consolidare un “nuovo sistema energetico pulito, a basse emissioni e sicuro”, ad accelerare la modernizzazione agricola e a promuovere la “produzione intelligente” e la digitalizzazione dell’industria. Ciò implica impegni sia di politica industriale (sostegno a cluster strategici e industrie emergenti) sia di politica infrastrutturale (reti energetiche, ricarica elettrica, reti dati). Tuttavia, il Partito ammette che il mix elettrico attuale e la dipendenza residua da fonti fossili rappresentano un limite: la decarbonizzazione richiede investimenti sistemici e tempi non immediati.
Nel nuovo ciclo di pianificazione delineato da Pechino, il settore privato sembra riconquistare un certo margine d’azione, ma all’interno di un “new normal” del capitalismo di Stato cinese. L’apertura fino al 10% dei progetti d’investimento pubblici a imprese private è indicativa di questa strategia: un tentativo di riattivare la fiducia imprenditoriale e stimolare l’innovazione, senza però rinunciare al controllo politico sulle priorità dello sviluppo. Dopo la campagna di rettificazione del quinquennio in chiusura, culminata con le campagne di regolamentazione sulle big tech, ora si punta a rilanciare il dinamismo del settore privato. Ma lo si fa in modo guidato e funzionale agli obiettivi strategici nazionali, non è un ritorno al laissez-faire dell’era pre-Xi.
Tutto questo non significa però chiusura alla “circolazione esterna”. Sul piano internazionale, il nuovo piano quinquennale è destinato a declinare una visione di “apertura ad alto livello”. Per usare le parole del ministro degli Esteri Wang Yi, la Belt and Road Initiative dovrà realizzare “progetti piccoli ma belli”. Ciò significa una riduzione dei progetti mastodontici degli scorsi anni, che hanno peraltro aumentato i timori debitori di diversi Paesi del Sud globale, e un aumento di quelli legati alla sfera tecnologica e digitale. Nelle proposte del XX Comitato centrale, figura anche l’obiettivo di “sostenere l’unità e autosufficienza del Sud globale”. Questo lascia intendere che si cercherà un rafforzamento di organizzazioni multilaterali come BRICS e SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), puntando a conferirgli una dimensione maggiormente operativa. In ogni caso, anche sul fronte bilaterale Pechino spingerà per nuovi accordi commerciali e per l’internazionalizzazione del renminbi attraverso una maggiore diffusione dell’utilizzo delle monete nazionali.
Sul fronte politico, non ci sono invece segnali di turbolenze interne nella marcia di avvicinamento al XXI Congresso del 2027. O meglio, non ci sono segnali di incertezza sulla tenuta della leadership. “Mille navi passeranno accanto alla barca affondata”, dice Xi. Per restare a galla e potenziare la propria flotta, il Partito è convinta che serve un timoniere con la mano salda.

