Nonostante che tutta l’élite economica e reazionaria degli Stati Uniti si sia coalizzata contro di lui, Zohran Mamdani è stato trionfalmente eletto a sindaco di New York.
Nato in Uganda (non potrà quindi candidarsi alla carica di presidente USA), naturalizzato solo pochi anni fa, musulmano, socialista, critico acerrimo di Israele, in una città dove vive un milione di ebrei: ce n’era più che a sufficienza per scatenare le ire di tutti i fascio-leghisti sulle due sponde dell’Atlantico, che difatti il giorno dopo l’elezione non hanno potuto nascondere i loro travasi di bile.
La sua elezione non è stata una sorpresa: non pensiamo tanto ai sondaggi preelettorali, ma agli studi demografici che da tempo indicano come almeno la metà dei giovanissimi statunitensi preferiscano il socialismo al capitalismo. Difatti l’enorme partecipazione al voto dei giovani, che ultimamente un po’ dappertutto hanno brillato per l’assenza alle urne, è stato uno dei fattori decisivi per la vittoria di Mamdani.
Qualcosa di simile lo ritroviamo anche in recenti tornate elettorali in Europa, con la vittoria della nuova presidente irlandese, dei D66 in Olanda o l’affermazione della Linke in Germania, quest’ultima chiaramente targata giovani.
Questa tendenza sembra richiedere per manifestarsi un discorso radicale, abbandonando vecchi discorsi compromissori, che spingevano gli elettori a pensare “sono tutti uguali, quindi stiamo a casa”.
È quindi necessario alzare il livello dello scontro politico, anche per rispondere per le rime alle nuove sfide della destra.
A Trump e agli oligarchi della Silicon Valley non basta difatti più aver annullato le conquiste sociali strappate dal movimento operaio nel secondo dopoguerra, ma hanno chiaramente dichiarato che la democrazia stessa va abolita o perlomeno fortemente ridimensionata, perché è diventata un intralcio alla loro sete inestinguibile di profitto. E anche da Berna cominciano ad arrivare segnali in questo senso: si pensi ai cedimenti di fronte ai ricatti di Ermotti o alle richieste isteriche di limitare le manifestazioni di dissenso, dopo il successo delle manifestazioni pro-Palestina.
La prima conclusione è che quindi dobbiamo prepararci ad uno scontro più duro: è perciò fondamentale ridiscutere, come si è cominciato a fare, una maggiore unità di tutto il popolo rosso-verde. In proposito, in questo numero pubblichiamo un’intervista a Fabrizio Sirica, dopo quella a Matteo Pronzini nell’ultimo numero. Sul tema ritorneremo spesso.
L’altro insegnamento dell’elezione newyorkese si riferisce a come Mamdani ha costruito la sua vittoria, avendo praticamente tutti i media contro di lui. Centinaia di giovani influencers di sinistra hanno inondato i social media di suoi messaggi, mentre decine di migliaia di attivisti han battuta tutta New York porta a porta.
È ora che anche da noi si capisca, che le elezioni non si vincono partecipando solo ai dibattiti di 60 minuti o a quelli di TeleTicino. E che l’unica ricetta contro la strategia fascio-leghista di sfruttare il malcontento per aizzare la guerra tra i poveri sta nel canalizzare le grandi frustrazioni sociali dei meno abbienti contro i ricchi e gli sfruttatori. Cioè nel riscoprire la lotta di classe.

