È da poco passato mezzogiorno quando un camioncino verniciato di blu entra nella piccola comunità di Umm al Kheir, a Masafer Yatta. Arranca per la strada sterrata, è venuto a consegnare decine di sacchi di mangime destinato a nutrire pecore e capre. Da tempo ormai le greggi non possono più disperdersi nei pascoli intorno al villaggio. Il motivo è semplice, e terribile: le violenze ripetute e quotidiane dei coloni degli avamposti israeliani.
Profondo sud della Cisgiordania occupata, è qui che da anni - ben prima del 7 ottobre 2023 - si concentrano molti degli sforzi comuni di governo e coloni israeliani. L’obiettivo è noto: costringere le piccole comunità rurali palestinesi a lasciare le proprie terre, così da ampliare il perimetro degli insediamenti e procedere spediti verso l’annessione di quel pezzo di territorio a Israele. Nel mirino ci sono gli otto villaggi che ricadono nella cosiddetta Firing Zone 918, zona militare che Tel Aviv ha illegalmente dichiarato negli anni Ottanta (al fine, disse all’epoca, di godere di un sito di addestramento che somigliasse il più possibile al sud del Libano) e che ha costretto i 1.300 residenti palestinesi a decenni di cause legali nei tribunali dell’occupante. In qualche caso hanno vinto, in molti altri perso. Fino alla decisione della Corte suprema israeliana del 2022 che ha messo la parola fine alla battaglia legale: l’esercito israeliano è autorizzato a espellere i palestinesi dalla zona. Non i coloni, a quanto pare, eppure vivono letteralmente attaccati.
A Umm al Kheir il confine è una rete. Al di là c’è la colonia di Carmel che dagli anni Ottanta sovrasta le abitazioni palestinesi, qualcuna costruita con mattoni e fango, altre in alluminio. E poi ci sono i caravan. È successo ad agosto: dopo ripetuti attacchi alla comunità, i coloni hanno montato quattro container a pochi passi dall’ingresso del villaggio. Sopra sventola la bandiera israeliana. L’embrione di una nuova colonia.
In questo angolo di Cisgiordania si concentrano tutte le politiche ufficiali e ufficiose israeliane degli ultimi anni, e in particolare del biennio dal 7 ottobre: l’uso della forza brutale dei coloni per la pulizia etnica dei palestinesi, il sostegno aperto dell’esercito, l’impunità garantita dallo Stato e l’avallo “legale” della magistratura. Plastica, in tal senso, è stata l’uccisione - ripresa in un video - di uno dei più noti e amati attivisti di Umm al Kheir, Odeh Hathalin, ammazzato dal colono Yinon Levi il 28 luglio scorso. Levi gli ha sparato addosso, in pieno giorno, durante un’incursione nella comunità.
«La morte di Odeh è stata un colpo durissimo per tutti noi – ci dice il cugino Ahmad Hathalin, mentre siede su una delle panchine del centro comunitario – Era un modello ed era la voce della nostra gente all’estero. È da lui che è nato il movimento di solidarietà internazionale con Umm al Kheir. Nessuno può sostituirlo, né sostituire la sua allegria, il suo impegno, la sua generosità».
«Odeh è morto e il suo assassino è libero – continua Ahmad – Nessuna punizione. Zero conseguenze. Quel giorno i coloni mi hanno ferito alla testa con un escavatore e i soldati mi hanno arrestato. Sono rimasto in prigione quattro giorni. Yinon Levi ha ammazzato un essere umano e ha passato tre giorni ai domiciliari».
È la rete di impunità e collusione con cui lo Stato di Israele fa avanzare a ritmi record i piani di annessione in Cisgiordania. La simbiosi tra coloni e autorità è ormai palese: «A fine ottobre il deputato israeliano Tzvi Sukkot (lui stesso un colono, residente a Yitzhar, uno degli insediamenti più estremisti, ndr) è venuto qui e ci ha minacciato di espulsione – aggiunge Ahmad – Il giorno dopo l’Amministrazione civile, l’ente israeliano che “gestisce” i Territori occupati palestinesi, ci ha consegnato 14 ordini di demolizione, 13 case e questo centro comunitario dove ci sono la clinica e il parco giochi per i bambini e dove accogliamo gli ospiti. Non è un caso».

Umm al Kheir, negli anni, ha subito decine di demolizioni, ora nel mirino ci sono case in cui vivono 130 persone, la metà del totale. Un’oppressione cominciata nel 1948, con la Nakba: le famiglie provengono dal deserto del Naqab da cui furono espulse con la forza. In Cisgiordania sono minacciate di identico destino da decenni. Le loro terre si sono costantemente ristrette per far spazio a colonie, zone militari e presunte “terre statali”. Brandendo leggi, normative e ordini militari, Israele ha esercitato una pressione enorme senza riuscire nell’intento. Ora opera per altre vie: la violenza senza freni dei coloni. «Attaccano quasi ogni giorno – dice Ahmad – Hanno tagliato decine di ulivi, rubano le pecore, ci picchiano se usciamo con gli animali, danno fuoco alle auto. Sono coperti dall’esercito: se interviene, lo fa per arrestare noi. E succede spesso che un israeliano che ci aggredisce in abiti civili il giorno dopo si presenti qui con indosso l’uniforme».
«Sono decine le comunità già sfollate con la forza – ci spiega Hamed Qawasmeh, cooperante palestinese nella regione sud della Cisgiordania – Ora assistiamo a un’ulteriore escalation: dopo aver preso di mira i villaggi rurali, quelli beduini, i più piccoli e isolati, ora i coloni attaccano le cittadine, le comunità più grandi». Comunità che non ricadono solo in Area C, il 60% della Cisgiordania sotto il controllo civile e militare israeliane: le milizie stanno operando sempre più spesso in Area A e B, ovvero quello sotto il controllo civile palestinese, almeno in teoria.
«Godono di finanziamenti significativi, della copertura dell’esercito e di ministri come Ben Gvir e Smotrich, loro stessi coloni – continua Qawasmeh – Si tratta di una politica che precede il 7 ottobre, organizzazione israeliane come B’Tselem lo denunciavano già sei-sette anni fa. Il 7 ottobre ha solo accelerato questa dinamica».
Risalendo verso nord la situazione è identica: la violenza dei coloni si sta espandendo, dai piccoli villaggi rurali della Valle del Giordano verso ovest e verso le cittadine più grandi. Grazie a minacce, intimidazioni e veri e propri pogrom, ci spiega un attivista israeliano che preferisce restare anonimo, «non occupano solo il pezzo di terra dove costruiscono il nuovo insediamento, ma anche le terre adiacenti, gli appezzamenti agricoli, gli uliveti: in questo modo impediscono ai palestinesi di raggiungerli e spezzano la continuità tra la cittadina e le sue terre agricole». In questo modo, aggiunge, in pochi mesi hanno di fatto sottratto ai palestinesi un altro 14% di Cisgiordania.
Il resto lo fa lo Stato con numeri record di confische per “ragioni di sicurezza” o “interesse pubblico”, atti totalmente illegali secondo il diritto internazionale: nel 2024 si è toccato il record, 25mila dunam (pari a 25 chilometri quadrati) confiscati, un valore più grande di tutte le confische effettuate nei 25 anni precedenti combinati insieme. Nel 2025 di meno: 1.200 dunam, 1,2 chilometri quadrati di confische. Il grosso, quest’anno, lo hanno fatto i coloni.
Una strategia di sottrazione cristallina se la si osserva da Silwad, Turmus Ayya o Sinjel: tre cittadine abitate ognuno da 4-5mila persone, tutte a nord-est di Ramallah, nella direttrice che taglia a metà la Cisgiordania. Controllando queste terre si spezza in due la continuità territoriale palestinese, un piano già in atto con il progetto E1 tra Gerusalemme e la colonia di Ma’ale Adumim.
A Sinjel, sei mesi fa, l’esercito ha installato una rete che circonda la comunità. In cima c’è del filo spinato. Sulla principale via di accesso alla comunità ha montato un cancello arancione, uno delle centinaia con cui da due anni chiude e separa cittadine e villaggi. «L’obiettivo è impedirci l’accesso alle nostre terre», ci spiega il sindaco Motaz Tasfha, in piedi di fronte al cancello. Indica, al di là della rete, gli ulivi abbandonati. «Quest’anno non abbiamo potuto raccogliere nulla dai nostri alberi. In totale abbiamo perso 8mila dunam di terre. Le vogliono perché sono esattamente al centro della Cisgiordania, così la spezzano in due», continua.
Tasfha racconta degli attacchi dei coloni, sempre più frequenti e aggressivi: «Hanno svuotato 45 case. Lanci di pietre alle finestre, auto date alle fiamme, decine di ulivi tagliati, trattori rubati, persone ferite. Anche dei morti». Gli ultimi due a metà luglio: Mohammed al-Shalabi, 23 anni, colpito da una pallottola al petto e Saif al-Din Musalat, pestato a morte dai coloni. Musalat aveva anche la cittadinanza statunitense, era in visita alla famiglia. Entrambi tentavano di difendere le proprie terre dall’ennesimo attacco. Nessun arresto è stato compiuto per i due omicidi.
«Viviamo in una grande prigione – continua il sindaco – I bambini sono terrorizzati, la notte non si dorme. Mai vista una situazione del genere. A tutti noi palestinesi ricorda la Nakba, anche all’epoca venimmo aggrediti, uccisi, lasciati senza alcuna difesa e senza terra».
L’obiettivo è lo stesso di allora, come del resto lo è da ottant’anni: occupare più terra possibile con meno palestinesi possibile. In Cisgiordania come a Gaza, dove la pulizia etnica ha assunto le forme del genocidio. Come a Gerusalemme est, con occupazione di case e demolizioni. E come nelle comunità palestinesi dentro lo Stato di Israele, dalla Galilea al Naqab: anche qui, pur trattandosi di palestinesi con cittadinanza israeliana, demolizioni di interi quartieri e interi villaggi e l’impossibilità di costruire nuove abitazioni vanno nell’identica direzione, quella del concentramento della popolazione in spazi minimi (nel “migliore” dei casi) e quella dell’espulsione forzata e silenziosa (nel peggiore).
Intanto il mondo fuori si crogiola nell’idea della tregua a Gaza – che tregua non è perché le bombe cadono ogni giorno e compiono massacri – e di un piano di “pace” che ha legittimato il genocidio esentando Israele da qualsiasi responsabilità e che ha certificato, una volta di più, il mancato diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.
di Chiara Cruciati, dalla Cisgiordania occupata

