Quindici donne e quindici uomini del PKK, alla loro guida Bese Hozat, la storica comandante, scendono dalla grotta di Jasana ad una cinquantina di chilometri da Slemani (Sulaymanyiah in arabo). 

Sono passate da poco le undici di venerdi 11-07-25, una data che entrerà nella Storia. Lei e i combattenti del braccio armato del PKK danno fuoco ai loro Kalashnikov, Bazooka e caricatori. 

Le 500 persone presenti, dalle madri dei martiri ai rappresentanti delle varie frazioni kurde, dal clan Barzani a quello dei Talabani ai DEM kurdo-turchi; ai rappresentanti della Turchia, persino del MIT, dei famigerati servizi segreti turchi, sono tutti testimoni del fatto che il PKK fa sul serio con l’offerta di pace del suo fondatore e storico leader Abdullah “Apo” Öcalan. Le emozioni fanno scorrere delle lacrime, di gioia, ma anche di malcelata preoccupazione. 

Come reagirà Erdogan, il principale avversario del PKK? Canterà egli vittoria oppure si presterà ad un vero dialogo di pace? Sarà la storia a dare ragione o torto ad Apo ed alle sue truppe, quelle in divisa e quelle in borghese. Il PKK sarà tolto dalla lista delle organizzazioni terroristiche? 

Nemmeno due mesi fa la Germania ha messo in prigione Yüksel Koc, leader del braccio politico del PKK e compagno di viaggio nella nostra movimentata traversata del Mediterraneo da Atene a Napoli un paio d’anni or sono. Ricordiamoci che fu il cancelliere Kohl ad aver fatto mettere il PKK sulla lista delle organizzazioni terroristiche, per fare un piacere al governo amico turco. Secondo Jan van Aken, co-leader “Die Linke” e suo capo-frazione nel Bundestag, un habitué di Slemani – l’ultima volta, tre anni fa, giravamo assieme nella regione, alla ricerca di armi chimiche impiegate dalla Soldateska di Erdogan – la Germania deve svolgere un ruolo importante di mediazione, finora rifiutata però dal regime del Sultano Erdogan. 

La nostra delegazione invitata da Nilüfer Koc (vedi sua intervista a pagg. 20-21) comprendeva sostenitrici e sostenitori della causa kurda e amici dei Kurdi. Tra l’altro con noi c’era un avvocato basco, membro permanente del tribunale internazionale sul Rojava, che ho conosciuto in occasione dell’ultima sessione questa primavera a Bruxelles. Presente un’importante delegazione dalla Germania con Jan van Aken co-presidente della Linke, una deputata al Bundestag di origini kurde ed un altro heval naturalizzato germanico. 
Inoltre nella delegazione c’era un professore per i diritti dei popoli di New York e last but not least, Chiara Cruciati, corrispondente per “il manifesto” dal Kurdistan e grande conoscitrice ed amica del popolo kurdo. Il sottoscritto rappresentava IPPNW Germany e Switzerland, i mandanti della missione sulle armi chimiche e da sempre vicini ai Kurdi. 

Nel 150 anniversario della morte di Henri Dufour, il generale che non volle combattere la Guerra del Sonderbund, ma si vide costretto a dover farlo e poi lo fece nel più breve tempo e con il minor numero di morti possibili, Bese Hosat con il suo messaggio di pace mi ricordava il grande ginevrino, salvatore della Svizzera. 

Bese ha dovuto combattere durante trent’anni e lasciare sul campo più di diecimila combattenti, per la maggior parte giovani donne e uomini. Il numero stimato di caduti mi è stato fornito da un esperto londinese, membro della nostra delegazione, cifra che non contempla però le vittime di JPG e YPG (15’000?) nella lotta contro Daesh (“ISIS”) e per la liberazione delle donne e dei bambini yezide, altrimenti condannati alla morte o alla schiavitù. 

Se J. W. von Goethe assistendo alla “cannonade de Valmy” realizzò di essere testimone oculare dell’apertura di un nuovo importante capitolo della Storia, anch’io ho avuto la fortuna di aver potuto assistere ad un grande momento della Storia, che dalle nostre parti non ha trovato l’attenzione che avrebbe meritato, pure in considerazione del gran numero di Kurdi in Ticino, in gran parte naturalizzati, presi com’erano i nostri media con la storia molto cantonticinese attorno al così detto “arrocchino”. 

Ogni popolo vive la sua Storia: in Kurdistan una colomba di pace esce come l’araba fenice dal rogo delle armi, in Ticino, nel “paese degli orologi a cucù” (Orson Welles), prepotenza leghista e genuflessione del Consiglio di Stato surriscaldano le anime.


di Beppe Savary-Borioli, invitato a Slemani, Kurdistan
in rappresentanza di IPPNW Germany e Switzerland