Intervista a Nilüfer Koç, portavoce del Congresso nazionale del Kurdistan, sulla proposta di una pace giusta e duratura promossa dal leader del PKK, Apo Öcalan
| Nilüfer Koç è la portavoce della Commissione per le Relazioni Estere del Congresso Nazionale del Kurdistan, organismo che raggruppa tutti i partiti kurdi nei quattro Stati in cui, dalla fine della prima guerra mondiale, le potenze coloniali hanno spezzettato il suo popolo, suddividendolo tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Dal 2013 al 2019 è stata copresidente del Congresso nazionale del Kurdistan, trascorrendo gran parte del periodo nel Kurdistan meridionale (Kurdistan-Iraq) e nel Rojava/Siria nord-orientale. Parallelamente agli sforzi per l’unità nazionale, Koç è molto attiva sulla scena internazionale nella sensibilizzazione sul diritto all’autodeterminazione del popolo curdo e di tutte le componenti etniche e religiose del Kurdistan, e s’impegna nella partecipazione attiva e autonoma delle donne in tutti i campi della società e della politica. Figlia di lavoratori curdi emigrati in Germania, ha studiato Biologia e Scienze Politiche all’Università di Brema. Di recente, i suoi impegni l’hanno portata a Bellinzona, dove abbiamo colto l’opportunità di raccogliere la sua opinione rispetto alla proposta di pace del Partito dei lavoratori del Kurdistan. |
Nilüfer Koç, per molti simpatizzanti del movimento curdo e sostenitori del Confederalismo Democratico applicato nel Rojava, l’annuncio della fine della lotta armata e lo scioglimento del PKK, è stata accolta con stupore. Può aiutare a capire le ragioni alla base di questa scelta?
Capiamo la sorpresa delle amiche e amici del nostro popolo e vogliamo ringraziarli per il loro sostegno lungo tutti questi anni. Non si è il primo tentativo dell’organizzazione di trovare una soluzione pacifica alla questione curda in Turchia. Già nel 2013 fu avviato un processo di dialogo, naufragato per volontà del regime turco. Nel decennio che seguì, lo stato turco ha condotto una guerra feroce contro il popolo curdo. Una guerra che non si è limitata alle regioni popolate da curdi, ma esportata anche in Europa. Ricordo, ad esempio, che a Parigi furono uccise a sangue freddo Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Soylemez, tre militanti curde del Partito dei lavoratori (PKK). Malgrado per un decennio abbiano messo a ferro e fuoco le città del Kurdistan turco, incarcerato sindaci e migliaia di persone, represso ogni forma di disobbedienza civile pacifica, bombardato ripetutamente le basi nelle montagne, non sono riusciti a sconfiggerci. Sanno che non possono eliminarci. Anche noi sappiamo che difficilmente sarà possibile sconfiggere militarmente l’esercito turco, il secondo esercito più importante della Nato. La proposta di pace di Öcalan vuole essere una via di uscita a questa situazione che ha provocato tanti morti e tanto dolore. Non è tempo di dogmatismo.
Come è stata recepita la proposta di Öcalan del disarmo e dello scioglimento all’interno del popolo curdo?
La risposta è arrivata dalla strada. L’appello di Ocalan è stato fatto in febbraio. A fine marzo, il popolo curdo festeggia il Newroz, il capodanno curdo. Milioni di persone si sono riversate in strada con la bandiera di Öcalan. È la testimonianza migliore che il popolo condivide l’approccio del leader. Il cambiamento democratico è in movimento, non si può arrestare. Dopo quarant’anni di lotta, oggi posso dire: io sono una curda. Prima dell’inizio della lotta, era impensabile. È un traguardo importante, non simbolico. La lotta ha dato dignità a un popolo che gli era stato negato dai poteri mondiali.
Erdogan non è considerato un personaggio affidabile, avendo già tradito in passato i dialoghi di pace. In cosa riporre speranza che il processo vada a buon fine?
La via passa forzatamente dalla democratizzazione della società turca. Erdogan ha costruito il suo potere negli apparati statali in un sistema fondato sulla corruzione e il nepotismo. La situazione economica interna è disastrosa, l’inflazione è alle stelle e le conseguenze sono drammatiche per la popolazione. Con l’avvio del processo di pace, chiediamo ai soggetti politici turchi di adoperarsi per democratizzare la società e lo stato. Senza un cambiamento democratico, i conflitti sociali saranno inevitabili. Da parte nostra, abbiamo dimostrato di saper affrontare e gestire dei cambiamenti radicali. Il Confederalismo democratico rappresenta uno dei passaggi più importanti per la nostra organizzazione. Abbiamo dimostrato nella pratica la gestione veramente democratica di un territorio, inclusivo delle etnie che lo popolano. Una rivoluzione che ha avuto al centro le donne, portando l’emancipazione femminile a componente fondamentale per una società realmente democratica. La democratizzazione della società curda è un fatto concreto in Rojava. Abbiamo dimostrato di essere in grado di assumerci le nostre responsabilità. Lo stato turco non può dire altrettanto. Tocca alle forze politiche turche avviare un reale processo di democrazia. Il nostro interlocutore è la società turca nel suo insieme. La questione curda è un passaggio inevitabile della democratizzazione in Turchia.
Da anni, nel suo ruolo di portavoce, lei ha frequenti relazioni con le istituzioni europee. Ci sono state reazioni alla proposta di pace del fondatore del PKK?
Poche e molto timide. La Germania, nazione in cui vivono molti turchi e curdi, ha salutato positivamente l’annuncio di Ocalan. Ma non sono seguiti altri fatti concreti. Come detto, il vero interlocutore della proposta di pace è la società turca. Non si possono riporre speranze nelle istituzioni internazionali. Basti vedere le gravi e continue violazioni al diritto internazionale in Palestina, ignorate da gran parte dei governi europei. Lo stesso popolo curdo ben conosce l’inaffidabilità dei governi europei. In Rojava, da osannati per aver sconfitto le bande nere dello Stato islamico, pochi anni dopo nessuno si è adoperato per fermare le invasioni turche come ad Afrin. La speranza di un cambiamento può arrivare solo dalla società turca, che prenda coscienza e si adoperi per l’implementazione di un sistema realmente democratico in Turchia.

