Ci aveva visto lungo Samir Flores: di fronte a quello che sta succedendo dobbiamo resistere, non declinare, lottare come i nostri antenati per lasciare un futuro migliore ai nostri figli. E dovremo farlo tutte assieme perché dobbiamo capire che quello che ci aspetta è molto grave per tutti. Samir, contadino nahuatl di Morelos in Messico, maestro di scuola, locutore della radio comunitaria di Amilcingo, instancabile difensore di popoli e territori, membro del Congresso Nazionale Indigeno e attivista del Fronte Popolare in Difesa della Terra e dell’Acqua di Morelos, Puebla e Tlaxcala, intuì che i mega progetti imposti sulle terre dove nacque Emiliano Zapata non avrebbero portato nient’altro che morte, distruzione e lauti profitti per gli interessi del crimine organizzato e delle grandi imprese transnazionali. Il 20 febbraio 2019, Samir Flores fu brutalmente assassinato da sicari mandati dal governo.

La sua lotta all’inutile Progetto Integrale Morelos (termoelettriche, acquedotti, “basurero” a cielo aperto e gasdotto tra Puebla, Tlaxcala e Morelos), voluto dal governo “progressista” di Manuel López Obrador, l’ha pagata con la vita. Proprio come per altri mega progetti venduti sotto una parvenza di modernità dal governo della “Quarta Trasformazione-4T” (il Tren Maya, costosissima linea di treno a capitale straniero, sotto utilizzata e ora dedita quasi unicamente al trasporto di merci o il Corridoio Transoceanico, dannosa alternativa al Canale di Panama, che collega gli oceani Atlantico e Pacifico), per cui vari attivisti sono stati fatti sparire o ammazzati e i cui unici benefici sono per le transnazionali che guadagnano milioni di dollari. Altro che “il Messico non è più un paese neoliberista,” come giornalmente ripete la prima donna presidente in Messico, la presidenta, Claudia Sheinbaum. 

Oggi invece il Messico – dopo sette anni di governo di pseudo sinistra – è un paese alle deriva, con una preoccupante percezione generale di insicurezza, di paura e di instabilità, dove sequestri e omicidi sono in costante aumento. Un narcogoverno dove il solco tra il crimine delle narcomafie e quello governativo non è più tangibile. Il supposto quarto periodo di trasformazione della vita pubblica del paese, si infrange con il costo della vita e salari che non si alzano, con la militarizzazione del territorio e la paura di essere sequestrati dall’apparato militar-poliziesco o dal narco.

In Messico oggi è in corso una guerra. Una guerra anomala, asimmetrica, lontana dalle guerre tra eserciti o da quelle ufficiali per sterminare intere popolazioni, come in Palestina. Ma una guerra altrettanto devastatrice. Una guerra “di frammentazione territoriale”. Una guerra capitalista, volta ad accumulare quantità assurde di denaro, trafficando merci e corpi. Corpi picchiati, violentati, sfruttati, torturati e poi fatti a pezzi, bruciati, evaporati e dispersi nel nulla dell’oblio. Corpi di donne, intrappolate nei circuiti di tratta, nei lavori forzati, in abusi e torture inimmaginabili. Corpi di giovani uomini attratti e reclutati da offerte di lavoro ingannevoli, di bambini spariti in un angolo di città, di giovani indigeni separati dalle loro comunità1.

Corpi deportati di chi tenta di raggiungere il confine nord. È la fabbrica del terrore, la necro-produttività capitalista, che l’investigatrice queer di Tijuana, Sayak Valencia, definisce come Capitalismo Gore. In Messico ci sono oggi 123.808 persone “desaparecidas”. Più di 50.000 persone scomparse negli ultimi 6 anni, a cui si sommano gli omicidi avvenuti dall’inizio della cosiddetta guerra al narco (dicembre 2006): 532.609, di cui almeno 250.000 durante gli ultimi sei anni di 4T. Un campo di battaglia esplosivo, frammentato in micro-conflitti con una moltiplicazione di attori armati che elevano brutalmente il tasso di mortalità fra la popolazione civile, in un contrasto devastante con l’idilliaca visione del turismo internazionale.

L’ultimo terrificante esempio è quello del ranch Izaguirre a Teuchitlan, dove è “apparso” il centro di morte e di addestramento forzato, gestito dal Cartel Jalisco Nueva Generacion e scoperto il 5 marzo 2025 dal collettivo “Guerreros Buscadores de Jalisco”. A un’ora da Guadalajara, a mezz’ora da una caserma militare, in uno stato (Jalisco) che conta 186 siti di sepoltura clandestina, sono scovati 3 forni crematori, frammenti umani, 400 paia di scarpe e centinaia di oggetti personali. E nel gioco del rimpallarsi le responsabilità, proseguono gli attacchi diretti a organizzazioni politiche che si oppongono al governo della 4T: l’arresto di due basi d’appoggio zapatiste (liberate anche grazie alla pressione internazionale), l’assassinio di un conosciuto attivista ambientalista e di una madre “buscadora” di Jalisco e di suo figlio. 

Se dopo l’insurrezione zapatista del 1994 per il governo messicano reprimere la resistenza popolare con le forze armate ha avuto, e continua ad avere, un costo politico molto alto (come ad esempio Ayotzinapa), l’uso delle forze dei sicari come outsorcing della repressione è diventato negli anni un vero e proprio dispositivo di terrore generale. Un dispositivo – teorizzato anni fa dall’EZLN – volto a raggiungere territori strategici, spopolarli attraverso la politica del terrore, riordinarli e ripopolarli secondo una logica economica specifica (impiantare una miniera, un consorzio turistico, un porto, una diga o ri-organizzare la forza lavoro e le risorse).

Ma la dignità e la capacità di resistenza del popolo messicano rimangono punti fissi, così come le forme di autorganizzazione e di costruzione di autonomie di popoli indigeni, movimenti, comunità, quartieri, nuclei famigliari. Pochi mesi fa – nell’attuale fase di riorganizzazione dei loro territori – si è tenuto un nuovo incontro (Rebel y Revel) in terre zapatiste.

Dopo più di due anni di chiusura per questioni di sicurezza e di attacchi paramilitari, le comunità ribelli zapatiste – in particolar modo le nuove giovani generazioni – si sono riaperte ricevendo migliaia di persone, mostrando come la nuova proposta di gestione della terra sintetizzata nel “comune”, oltre a superare la dicotomia pubblico/privato, radicalizza perfino il concetto della proprietà collettiva della terra (ejidos), facendo della frase di Magon (e poi di Zapata) “la terra è di chi la lavora,” un vero meccanismo di organizzazione collettiva e ri/produttiva, attorno alla quale si rigenera la comunità, in termini economici, sociali e politici.

Senza troppi fronzoli ideologici ma con principi solidi, l’EZLN punta sempre più a decentralizzare il potere politico, con l’intento di rendere la struttura organizzativa sufficientemente flessibile per reggere l’impatto della crisi ecologica, sociale e politica in corso, da loro definita “la tormenta”. Dimostrando ancora una volta in 30 anni di autogoverno che è possibile vivere in autonomia (la futura costruzione di una sala operatoria nella selva, autofinanziata da una campagna internazionale di solidarietà, è un ulteriore passo), con dignità, in una democrazia radicale senza Stato costruita dal basso, nel rispetto di corpi, natura e territori. Uno spazio di libertà e uguaglianza reali, in un Messico – lontano dalla romanticizzazione becera delle narco serie tv – che assomiglia purtroppo sempre più a un’immensa fossa comune.

 


1 L’anomalia della guerra in Messico, Nodo Solidale