Nella notte fra il 2 e il 3 agosto, un gruppo di ragazzini ha circondato una giovane coppia per tentare 2 di rubargli l’auto. Al volante c’era Edward Corisitine, di poco più grande. Ma non si trattava di un diciannovenne qualunque. Coristine avrebbe reagito (“per proteggere la compagna” avrebbe poi dichiarato alla polizia) e i teppisti gli sarebbero saltati addosso. Quando è sopraggiunta una volante, Coristine era sanguinante dopo il pestaggio ricevuto e gli agenti sono riusciti ad arrestare due dei presunti aggressori, entrambi di 15 anni di età. La polizia ha indiziato un terzo minorenne afroamericano.

Coristine si diceva non era un giovane qualunque, e malgrado si sia diplomato al liceo poco più di un anno fa, in città ha amici assai altolocati. Si tratta di uno degli hacker che lo scorso inverno Elon Musk ha spedito a Washington con la missione di “smantellare lo stato amministrativo.” Forti di tesserino all-acess in quanto rottamatore del “DOGE” (l’agenzia di “efficientamento” creata da Trump e Musk, è assurto a celebrità sui social per il soprannome (“Big Balls”) e l’efficienza nel licenziare migliaia di dipendenti pubblici con poche ore si preavviso mentre aspirava dati riservati dei cittadini dai server ministeriali.

Ora il giovane Coristine promette di passare alla storia come casus belli per una nuova fase nel consolidamento del potere autocratico del regime Trump. Dopo il pestaggio, Musk ha invocato “misure straordinarie” ed il presidente ha inveito contro il “crimine dilagante” e l’insostenibile “anarchia” della capitale. Nel giro di una settimana, Trump è passato dalle sfuriate su Truth Social, al commissariamento di Washington, la seconda città eletta a laboratorio di totalitarismo militarista.

Come per Los Angeles l’invio delle truppe è stato pretestuoso. Lo stanziamento di 4000 soldati della Guardia Nazionale nella metropoli californiana, seguito dalla mobilitazione di 700 Marines lo scorso giugno è stato motivato da una inesistente “emergenza” di ordine pubblico. Le contestazioni contro le deportazioni sommarie, occasionali tafferugli compresi, rientravano del tutto nella norma delle manifestazioni di protesta gestibili da forze dell’ordine ordinarie. Allo stesso modo il tasso di criminalità a Washington, descritto da Trump come “fuori controllo” è in realtà ai minimi storici (sceso del 25% nell’ultimo anno) e nessuno crede ad una soluzione militare alla piaga dei senza tetto.

In entrambi i casi si profilano invece operazioni “esemplari” di tolleranza zero e repressione militare da parte di un regime che ha ormai cessato di dissimulare una deriva totalitaria. Come i rastrellamenti di immigrati da parte di squadre mascherate di paramilitari, i filtri e posti di blocco di soldati e agenti federali a Washington servono a normalizzare uno stato di polizia ad oggi sconosciuto in USA.

Nell’annunciare la stretta, Trump ha già prospettato operazioni simili a New York, Baltimora Chicago (ognuna – si noti – come LA e Washington – città con sindaci afro americani.) Nel caso della Grande Mela Trump ha detto che in caso di vittoria del “comunista” Zohran Mamdani il suo governo sarà costretto a “prendere il controllo di New York,” aggiungendo: “possiamo farlo e abbiamo molti strumenti per farlo.”

L’impiego politico della forza militare a Washington e Los Angeles ha ulteriormente normalizzato l’assolutismo presidenziale che caratterizza questa inedita ed inquietante fase negli Stati Uniti d’America. Vi è un consenso sempre più ampio che ritiene plausibile una deriva militarista sempre più marcata, a fronte di un’opposizione parlamentare annichilita ed una corte suprema connivente. La cronaca politica d’America assomiglia ormai sempre più ad un requiem per la sua democrazia. 

E tutto indica che l’utilizzo politico della forza militare voglia sancire rafforzare l’utima delle trasgressioni costituzionali che il regime persegue dall’insediamento del secondo governo Trump.

Sempre ad agosto settimana l’autorevole periodico The New Republic ha ottenuto e pubblicato un memo firmato da Phil Hegseth (il fratello minore del famigerato ministro della difesa, Pete Hegseth, anche lui consigliere del Pentagono) in cui si definiscono i passi per l’impiego delle forze armate in contesti civili. Pochi giorni dopo il Washington Post rivelava l’esistenza di un progetto per la creazione e di un corpo speciale di composto di due unità di 300 militari stanziati rispettivamente in basi in Alabama e Arizona. Le unità di risposta rapida sarebbero addestrate per sedare “disordini civili” in ogni città. Finora i militari sono stati mobilitati in base ad “emergenze” decretate dal presidente. Vista la disinvoltura con cui sono state giustificate molti paventano l’invocazione presidenziale del “Insurrection Act,” una legge del 1807 che permetterebbe a Trump di imporre la legge marziale vera e propria adducendo il cosiddetto “Reichstag moment,” un pretesto artefatto per un definitivo giro di vite.

Tutto indicherebbe che gli Stati Uniti siano oramai addentro una operativa fase anti democratica con un governo illiberale che fa le prove di regime militare, o quantomeno militaresco. Per ora il governo ha dimostrato di essere in grado di imporre una sorta di ordine paramilitare anche senza dichiarazione ufficiale, strumentalizzando non casualmente la retorica anti immigrati.

Ne è riprova la violenza bruta, di stampo “sudamericano,” fino a poco fa impensabili, che le squadre mascherate hanno introdotto nell’ordine quotidiano in cui ed ha sdoganato la pratica dei desaparecidos scardinando ideali secolari di giusto processo.
Come ripetono la sindaca di Los Angeles, Karen Bass, ed il governatore della California, Gavin Newsom, l’intento intimidatorio è palese. L’erosione dei diritti più elementari di giusto processo si ripercuotono inevitabilmente sulla tenuta generale dello stato di diritto, con l’effetto collaterale di spostare di continuo un’asticella costituzionale che non sembra ormai fornire più affidabili protezioni. Sui ricorsi presentati da singoli stati amministrazioni locali e soggetti sociali, grava la prospettiva di sentenze definitive deliberate da una corte suprema che continua a dimostrare un allineamento pressoché totale con la Casa bianca

I danni arrecati dal regime Trump rischiano di essere difficili da rimediare, soprattutto per quello che riguarda l’imponente infrastruttura repressiva in via di rapida espansione. Con la ratifica del “grande e splendido” decreto finanziario di luglio, al ministero della sicurezza della patria (Department of Homeland Defense), da cui dipendono le operazioni di deportazione, viene destinato un budget secondo solo a quelli degli eserciti americani e cinesi. Al solo ICE (Immigration and Custom Enforcement) toccano $37,4 miliardi, situandola il corpo di agenti mascherati al sedicesimo posto nella graduatoria delle forze armate mondiali, alle spalle del Canada e subito prima dell’Italia e facendone di gran lunga il maggiore corpo di polizia del paese. Il pacchetto prevede l’aggiunta al suo organico di 10000 nuovi agenti con fondi per salari da $100000 annui (oltre a premi di contratto da $50000 a $100000). L’età richiesta per il reclutamento è stata abbassata a 18 anni, mentre è stata eliminata la soglia superiore. Dietro le maschere potrà a breve celarsi un esercito di pre pensionati e ragazzini.

È facile immaginare, che per reclutare la nuova milizia, ICE rastrellerà balordi e bocciati ai test di idoneità, gli scarti dei corpi di polizia di mezzo paese, con preferenza data a chi è attratto dalla prospettiva di essere “sguinzagliati” sulla società senza limitazioni o conseguenze. Si tratta in buona sostanza, come l’ha descritto The Atlantic, di un assegno in bianco dato ad ICE col mandato di munirsi di equipaggiamenti da guerra.

A marzo Trump aveva firmato uno dei suoi decreti intimando, appunto, di “sguinzagliare le forze dell’ordine,” ed è bene forse rammentare che nel contesto americano si parla di dipartimenti di polizia che già “al guinzaglio” (cioè contenuti da precedenti norme disciplinari) producevano in media 1000 morti all’anno. Più che un laboratorio di autoritarismo si profila allora un incubatore di soprusi venturi da parte di un’agenzia con un budget illimitato e il mandato di costruire in tempo record un’infrastruttura della repressione e della detenzione extragiudiziaria.

ICE è solo una delle 22 agenzie che dipendono dal ministero DHS, il cui budget approvato dal Congresso ammonta complessivamente a $175 miliardi e comprende fondi per il rafforzamento della barriera di confine e oltre $40 miliardi per la costruzione di cento nuovi centri di detenzione. Questo aspetto in particolare, l’allestimento di un gulag destinato a raddoppiare la capienza del sistema attuale, verrà interamente appaltato a imprese private. D’altra parte la gestione della detenzione di immigrati è diventata negli ultimi 20 anni un principale settore di crescita del comparto della detenzione for profit.

Le prigioni a scopo di lucro hanno fatto la propria comparsa sulla scena una trentina di anni fa quando le carceri pubbliche, in un paese dalla maggiore percentuale di carcerati al mondo (oltre 2 milioni in totale) erano sopraffatte e sovraffollate e faticavano a far fronte alla “richiesta” determinata dalla stretta securitaria degli anni ’80 e ’90. Nel momento del primo boom la costruzione di nuovi penitenziari veniva contesa da municipalità, spesso in retroterra economici, come investimenti capaci di portare centinai o migliaia di posti di lavoro in località disagiate.

Ma il business si è rivelato suscettibile al dissapore di politici e amministrazioni locali e, nell’era Obama, la direttiva è diventata diminuire il tasso di carcerazione che da sempre colpisce in prevalenza le minoranze etniche, per favorire strategie di riabilitazione.

Le aziende hanno successivamente trovato un fertile terreno di crescita nel crescente settore degli immigrati. Il comparto della detezione e deportazione di immigrati, alimentato dalla deriva conservatrice e sovranista, aveva l’ulteriore vantaggio di detenzioni a tempo indeterminato, senza processi o perfino imputazioni, con individui dimenticati nei meandri del bizantino labirinto delle richieste di asilo e delle espulsioni. Un sistema molto meno regolato e suscettibile all’opinione pubblica. Condizioni ideali, dunque, per un’industria retribuita con appalti pubblici, in base al tempo di permanenza dei detenuti.

Ora la crescita determinata dalla “grande deportazione” prospetta una vera e propria età aurea, non è una coincidenza che i titoli in borsa della Geo e Core Civic, le due principali aziende del settore, si siano impennati nei giorni immediatamente successivi alla rielezione di Donald Trump (del 80% quelli della Core Civic e del doppio per la GEO).

Ad una conferenza di investitori, Damon Hininger, CEO di Core Civic, ha recentemente caratterizzato il momento come “uno dei più promettenti periodi a memoria della mia carriera di 32 anni.” Ad un certo punto vi è stata qualche preoccupazione attorno all’offshoring utilizzato dall’ammnistrazione principalmente in El Salvador ed ora in una manciata di paesi terzi in Africa. Erik Prince, già noto per essere stato uno dei maggiori fornitori di mercenari in Irak (e fratello della ultraconservatrice ministra dell’istruzione nel primo mandato Trump) ha proposto di costruire personalmente nuovi centri di detenzione in El Salvador. Ma ai suoi investitori, Hininger ha assicurato “Non la consideriamo un’opzione mutuamente esclusiva ma un’opportunità per entrambi i modelli.” In pratica “tranquilli ragazzi ce n’è per tutti.”

Attualmente i migranti in centri di detenzione si aggirano già attorno a 60000 (più del precedente record di 55000 durante il primo mandato Trump) ma si è dopotutto, solo agli inizi. E il business della “rimozione” innestato sulla politica xenofobica delle espulsioni, sembra davvero contenere appieno l’etos dell’attuale regime americano, caratterizzato da una corruzione che non ha immediati precedenti.

Con l’attuale amministrazione le aziende del settore giocano decisamente in casa. Gli appalti per le forniture sembrano ricalcare quelli del complesso militare-industriale, compresi gli stretti legami fra industria e funzionari di governo. Tom Homan, “zar” delle deportazioni, ad esempio, è stato consulente della GEO fono al 2023, la stessa ministra di giustizia, Pam Bondi, era lobbista per la stessa azienda fino al 2019.

È facile intuire, con queste premesse, come l’apparato in via di consolidamento rischi di divenire auto sostenente e difficilmente ridimensionabile anche qualora future amministrazioni lo volessero. Questo include le nuove agenzie di polizia plenipotenziaria con organici ipertrofici e la possibilità di espandere le mansioni ad altre mansioni quali la repressione del dissenso.