Avviso per chi legge: in questo articolo si parla di temi potenzialmente sensibili o traumatizzanti per alcune persone. Viene tematizzata la violenza di genere, abusi come la condivisione non consensuale di materiale intimo e i femminicidi.

 

Spazi digitali nei quali uomini condividono materiale1 di donne che conoscono e senza il loro consenso, chiedendo ad altri di commentarle, spesso in modo degradante e violento, esistono da anni. Il materiale viene pubblicato senza autorizzazione, circolando su diversi canali, spesso accompagnato da commenti che incitano alla violenza di genere. Comportamenti simili avvengono pure su scala minore, ad esempio nelle chat legate allo sport, a quella dei compagni di classe e tra colleghi di lavoro. In gran parte dei contesti sopra menzionati, dove sono presenti solamente uomini (detti, in sociologia, omosociali) tali comportamenti non solo non vengono sanzionati, ma anzi vengono incoraggiati chiedendo una replica.

Pratiche dunque estremamente misogine che non sono una moda del momento, bensì una questione nota da decenni e che riguarda prettamente la sfera maschile, tanto che la maggioranza degli uomini lo considera un fatto banale, parte del chiacchiericcio quotidiano tra pari. Quando la questione salta alla ribalta, come è successo recentemente, ottenendo una risonanza prettamente negativa, molti utenti maschi rispondono in modo stupido e infastidito riassumibile nella frase: “Ma che problema c’è?”. Tra chi frequenta questi luoghi digitali non c’è dunque assolutamente alcuna concezione dell’importanza del tema legato al consenso: è considerato un concetto d’importanza secondaria, ampiamente negoziabile. Che si tratti di un abuso che colpisce le vittime su più livelli2 e dunque di un reato denunciabile, conosciuto con il nome tecnico di condivisione non consensuale di immagine, sembra non essere stato recepito.

Su questo punto ci ritorneremo.

Ma vorrei ora menzionare un caso specifico, che ha avuto ampia risonanza mediatica sul finire dell’estate, ovvero il gruppo Facebook “Mia moglie” attivo dal 2019 e che contava circa 32.00 membri. Sulla pagina uomini si scambiavano foto intime delle mogli per commentarne l’aspetto in modo esplicito e volgare, dando voce a fantasie sessuali anche molto violente. Il gruppo era utilizzato anche in Ticino, dove la pagina era conosciuta come luogo digitale nel quale trovare informazioni e materiale, spesso nominando le donne specificatamente per nome e cognome. A seguito di numerose denunce la società Meta ha finalmente chiuso la pagina verso fine agosto, ma la questione resta d’attualità, poiché nel mondo virtuale è assai facile spostarsi e riorganizzarsi in poco tempo.

Quando si parla di violenze di genere uno degli argomenti che spuntano con estrema regolarità è quello di “non tutti gli uomini” poiché si sa, la maggioranza è composta da brave persone che non farebbero mai male a qualcuno. La gravità del fatto viene così sminuita, poiché in quel contesto si stava solo scherzando (o non si era in sé) e dunque non bisogna assolutamente prenderla sul serio! Insomma giusto una ‘goliardata’.

Chi è vittima di una situazione del genere, è stata per lungo tempo all’oscuro della circolazione di immagini e video nel mondo virtuale, dove è impossibile sapere con assoluta certezza chi e quante persone abbiano visto il materiale, aggravando ulteriormente l’impatto di quanto successo. Sfido qualunque persona a ricostruirsi una vita e a continuare a fidarsi del proprio cerchio di conoscenze più intimo. Soprattutto se si scopre di essere state tradite da persone ritenute fidate, che si conoscono da anni e con le quali si hanno relazioni stabili di amicizia o di coppia.

Perché è violenza, e questo non dobbiamo assolutamente dimenticarlo. Condividere le foto di una persona a sua insaputa, una persona che si fida di noi, è un atto di violenza estremo. Non si tratta solamente di un linciaggio simbolico, è violenza digitale che diventa spettacolo e oggetto di degustazione collettiva.

Certo è, che è più facile essere compartecipe di una cultura cosiddetta dello stupro3, che funge da humus per violenze indicibili e che parte dai commenti ‘da bettola’ che normalizzano il classificare le donne in base all’aspetto fisico o lo scambiarsi commenti in generale su di loro a sfondo sessista ed oggettificante, fino ad arrivare a diverse forme di violenza fino al femminicidio4.

Il concetto della piramide della violenza di genere (vedi immagine a lato) illustra perfettamente questa cultura: l’apice è fatto di femminicidi e violenza sessuale, ma le fondamenta poggiano su una solida base della normalizzazione di un liguaggio sessista e discriminante. La base della piramide alimenta ulteriormente il patriarcato e la violenza maschile, radicata nella nostra società e cultura. Un problema dunque non del singolo, bensì sistemico. La soluzione deve dunque essere un mutamento radicale della struttura di pensiero.

Ancora oggi vi è una differenza rilevante nella vita delle persone socializzate come donne e di quelle socializzate come uomini. Quest’ultimi, essendo il maschile IL genere di base sul quale è costruito il mondo capitalista occidentale, non sono tenuti ad una presa di coscienza sul proprio genere e su quali implicazioni ciò abbia sulla propria vita e quella delle altre persone. Tutti gli uomini rispondono e godono dunque del privilegio di agire in un sistema patriarcale.

In sintesi la stragrande maggioranza degli uomini non s’interroga sulla matrice culturale dei propri comportamenti e sul loro impatto sulle altre persone. Non si rendono dunque conto di comportamenti tossici in svariate situazioni, e come questo sia legato a doppio filo al proprio genere. Il fatto che tale coscienza collettiva maschile sia piuttosto scarsa, impedisce a diverse persone di accorgersi che la violenza di genere è sistemica, ovvero intessuta nel modo stesso in cui funziona la nostra società, e che tale violenza non è pertanto né automatica né inevitabile.

Ma torniamo alla questione del consenso, che avevo accennato in apertura. Una grande maggioranza degli uomini, nel rapporto con altre persone, non ritiene il consenso qualcosa d’imprescindibile e fondamentale, la base dalla quale ogni tipo di relazione deve partire. Emblematico in tal senso il nome del gruppo della pagina FB “Mia moglie” che implica come la donna sposata sia di proprietà del marito e che il consenso sia dunque implicito e non vada espresso, poiché le donne sono semplicemente a disposizione degli uomini. Spesso è proprio la mancanza di consenso e l’idea di possedere una persona senza la sua volontà ad eccitare (sessualmente). Il corpo della donna viene ridotta a proprietà, a merce di scambio e trofeo da esibire e condividere nello spazio pubblico (uguale se fisico o virtuale) per ottenere commenti e plausi.

Il corpo femminile è da sempre stato oggetto di potere e desiderio maschile, uno strumento per affermare la propria identità in quanto maschio, poiché avere successo e un certo status con le donne viene rafforzato e confermato proprio attraverso l’approvazione esterna da parte di altri uomini. In tali contesti il desiderio maschile si misura e confronta con quello degli altri, alimentando una dinamica di dominio e sopraffazione. La pagina ‘Mia moglie” non è dunque un isolato episodio di degrado digitale, bensì un esempio concreto di quanto sia radicata la convinzione patriarcale che l’intimità non appartenga del tutto a chi la viva, ma possa essere sottratta,usata e condivisa.

Tantissime persone (e sicuramente la maggioranza delle donne) si saranno chieste: ma cosa passa per la testa degli uomini che animano questi spazi? Che spiegazioni si possono dare a tali comportamenti? Ma soprattutto, e ancora più importante: dove sono gli uomini in tutti questi discorsi? Perché di questo tema ne parlano solamente le donne? Perché il primo istinto degli uomini non è controllare il gruppo e vedere se hanno partecipato dei loro conoscenti e prendere dei provvedimenti concreti?

La verità è che in più di un secolo di ondate femministe e in oltre cinquant’anni di studi di genere, non solo si continua ad ignorare l’emergenza sociale della violenza di genere, ma ci si rifiuta ancora oggi di prendere provvedimenti che rompano i modelli di pensiero e di ruolo patriarcale. La violenza di genere non dipende dalla classe sociale o dalla provenienza. Non mi stancherò mai di dirlo: è un fatto che ha origini culturali, che si può contrastare solo con un’adeguata formazione e con l’educazione (ad esempio introducendo l’educazione all’affettività e alla sessualità). Bisogna agire per fermare la cultura che alimenta la base della piramide: solo colpendo la sua base abbattiamo l’intera struttura.

In tal senso i ‘cantieri’ in Svizzera non mancano: l’introduzione del numero di emergenza nazionale per le vittime di violenza 142, coordinata dalla Confederazione, sta richiedendo tempi lunghi e frustranti. Dopo cinque anni, forse sarà operativo il prossimo maggio, ma non è detto. Non esiste una visione d’insieme, né un coordinamento centrale delle misure adottate nei diversi Cantoni e Comuni.

Soprattutto alla luce delle attuali misure di risparmio su diversi livelli, non ci sono quasi né risorse né fondi per centri specializzati e personale qualificato per prevenire la violenza di genere ed assistere le vittime. Ciò che esiste attualmente avviene con risorse limitate e su base quasi puramente volontaria.

E questo nonostante in media ogni 10 giorni avvenga un femminicidio in Svizzera con una quota che a settembre 2025 ha raggiunto i 25 femminicidi. Si tratta dell’anno più mortale da quando si è cominciato nel 2020 a contare tale fenomeno in maniera amatoriale, dato che non esiste una statistica ufficiale. Le cifre sono sconcertanti e fanno male, perché dalla ratificazione nel 2017 della Convenzione di Istanbul5 i numeri dei femminicidi continuano a crescere in maniera esponenziale.

Pertanto, il fatto che la co-presidenza delle donne PS intenda lanciare un’iniziativa popolare per garantire, tramite un investimento annuo di 500 Mio. di franchi il finanziamento, la consulenza e la prevenzione, chiedendo uno standard minimo a livello nazionale, non può che essere salutato con favore. Ni una menos!

 


1 Parlo qui di materiale poiché la gamma di foto e video è assai vasta, si va da foto rubate dal profilo social di una persona ad esempio tramite screenshot, a materiale intimo o a video amatoriali sessualmente espliciti. Gli utenti (parlo qui specificatamente al maschile) decidono anche spesso di sessualizzare foto che non hanno, di per sé, nulla di intimo, magari zoomando sui piedi o sul seno delle persone rappresentate.

2 Sia da un punto di vista della salute fisica, che psicologica ed emozionale. Vari studi hanno dimostrato come quanto accaduto abbia serie conseguenze sulle vittime: si va da sintomi clinici come depressione, attacchi di panico, ansia generalizzata fino nei casi più severi a disturbo post traumatico da stress ed ideazione suicidaria. Se per di più il materiale circola nel cerchio delle proprie conoscenze, la vittima può diventare isolata socialmente a causa dello stigma, arrivando persino a perdere il proprio lavoro.

3 Il concetto di cultura dello stupro viene introdotto negli studi di genere e nella letteratura post-moderna dopo la seconda ondata femminista negli Stati Uniti. Si tratta di un’insieme di credenze che incoraggia l’aggressione (sessuale) da parte maschile, normalizzando l’utilizzo di un lessico misogino e l’oggettivazione del corpo femminile, che sono alla base della violenza di genere. La cultura dello stupro affonda le sue radici in una società di natura patriarcale e in un sistema di giustizia penale fallace.

4 L’uccisione di una donna a causa del suo genere in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione di un’intera categoria di persone.

5 La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza di genere, nota anche con il nome di Convenzione di Istanbul. Essa definisce la violenza di genere come una violazione del diritto umano ed impegna in maniera vincolante gli Stati firmatari a combattere la violenza di genere così come a garantire il diritto delle vittime di violenza all’assistenza e alla protezione.