A tutte le latitudini la marea delle proteste contro il genocidio israeliano a Gaza e in favore del riconoscimento di uno stato di Palestina sta rapidamente crescendo in modo impressionante: era dai tempi del Vietnam che non si vedeva più un movimento di protesta globale così imponente.

Questa protesta è alimentata avantutto dalle orribili immagini che giornalmente ci arrivano da Gaza: bambini maciullati, operati senza anestesia, morti di fame e di sete, senza contare i medici e i giornalisti massacrati a centinaia, gli ospedali distrutti, la fame e la sete usati sistematicamente come arma. Neanche la peggior propaganda del governo razzista di Netanyahu riesce più a mascherare la verità. Ancora prima dell’ultimo massiccio assalto a Gaza City, persino l’ex capo dell’esercito israeliano Halevi ha riconosciuto che almeno il 10% della popolazione di Gaza è stata uccisa o ferita, equivalente a 220.000 vittime, sono civili. Di fronte all’immane tragedia appaiono perciò ridicoli i piagnistei (anche de La Regione!) per i tre piatti rotti durante la manifestazione a Bellinzona, con cui si voleva dimostrare al ministro degli esteri Cassis lo sdegno e lo sconcerto di gran parte della popolazione ticinese per la totale passività del Consiglio federale, che secondo il diritto internazionale (vedi Convenzione ONU sulla prevenzione del genocidio) potrebbe configurarsi come corresponsabilità nel genocidio.

Riteniamo dunque corretta e doverosa la segnalazione pubblica agli elettori dei parlamentari ticinesi che a Berna hanno votato contro qualsiasi sanzione per spingere Israele a fermare il genocidio. Una decisione vergognosa del nostro Parlamento federale che ci riporta ai tempi bui della Seconda Guerra Mondiale, quando respingevamo su ordine di Berna gli ebrei alle nostre frontiere, mandandoli ad Auschwitz.

Quanto avviene a Gaza non è solo un genocidio di un popolo, ma l’espressione estrema della brutalità del capitalismo. Ne sono un esempio lampante i piani di trasformare le magnifiche spiagge di Gaza, una volta “liberate” dai palestinesi, in un grande affare immobiliare.

Non è una casualità che il sostegno al governo messianico e suprematista di Netanyahu non arrivi solo dall’Internazionale Nera (da Salvini a Orbán, da Trump a Farage), ma comprenda la cupola mondiale del sistema economico-capitalista, ormai ovunque alleata coi movimenti neofascisti.

Non è nemmeno un caso che una dopo l’altra, quasi fosse una valanga, numerose categorie di lavoratrici e lavoratori, dai portuali e di chi lavora nel settore della salute e della sanità, si stia mobilitando pubblicamente contro il genocidio e a favore della Palestina. La protesta non cresce unicamente sulla spinta dell’orrore, ma è una diretta conseguenza dell’aumento della precarietà, della povertà e della concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi oligarchi fascistoidi. Che stia nascendo un nuovo movimento globale di resistenza all’Internazionale fascistoide, le classi dirigenti l’hanno capito immediatamente. Ovunque la macchina reppressiva del dissenso è stata attivata. Non solo per difendere Trump e Netanyahu, ma loro stessi. Ne va della loro sopravvivenza. Forse in questo contesto, non resta forse che ispirarsi allo sciopero generale italiano e al debordante movimento di protesta in Francia, potrebbe esser giunto il momento di “bloccare tutto”.