Chissà dove saranno i “nostri” Vanni Bianconi e Fabrizio Ceppi quando leggerete queste righe? Quando abbiamo chiuso l’articolo, a fine settembre, i due ticinesi che partecipano alla Global Sumud Flotilla stavano entrando con le loro rispettive barche – la Wahoo e la Mango – nella fase più critica della loro missione. Gaza, quella strisciolina di terra martoriata laggiù in fondo al Mediterraneo, quel puntino buio dell’umanità, era ormai sempre più vicina. Così come prossima era la scontata e temibilissima risposta del governo di Israele che già in precedenza, agendo nel torbido come consuetudine, non aveva esitato a muovere droni in acque internazionali e a sparare i primi colpi d’avvertimento. Preambolo dell’inferno che li avrebbe attesi, qualunque sia stato l’esito finale: il rapimento, l’imprigionamento o l’approdo in quella Striscia mediterranea dove è in corso un genocidio in diretta streaming, nell’assordante silenzio dei governi occidentali, Svizzera compresa.
Quando leggerete queste righe è probabile che avremo già la risposta a questa semplice quanto spaventosa domanda: che fine hanno fatto Vanni e Fabrizio, e Juliet, Carrie, Laura, Cedric, Frances, Suh e tutti quanti gli altri membri di questa grande e variegata ciurma salpata dalle coste europee e del Maghreb nell’ardito tentativo, non solo di rompere il blocco israeliano a Gaza e portare aiuti umanitari ad una popolazione stremata, ma di scuotere anche l’indifferenza delle genti, dei popoli e per prima cosa dei governi.
Non abbiamo scelto la parola “ciurma” a caso. Attenzione: non va qui intesa nel senso dispregiativo che troviamo nei dizionari. Non stiamo – no di certo – parlando di “gentaglia”, “marmaglia” o di un “gruppo turbolento di gente poco raccomandabile”. “Chourmo”, il secondo libro della trilogia noir marsigliese di Jean-Claude Izzo, fa riferimento ad un termine provenzale che designa un gruppo di persone che condividono tutto, le perdite come i guadagni, i dolori e le gioie. Applicato agli abitanti dei quartieri popolari di Marsiglia evoca l’idea di solidarietà e di convivenza, nel bene e nel male, malgrado le avversità della vita agra delle banlieue. Un’immagine che si accolla perfettamente anche al significato profondo di una Flotilla che di nome fa “Sumud”, parola che tradotta in due parole sarebbe la “perseveranza costante” del popolo palestinese.
Letteralmente, “ciurma” significa “rematori della galera”. Un termine, “galera”, che aggiunge non poca inquietudine in riferimento ad uno dei possibili scenari che si è celato ai naviganti dietro all’orizzonte blu del Mashrek, il Levante. “Galera” richiama a sua volta ad un tipo di navi utilizzato in passato nel Mediterraneo e che hanno fatto la fortuna della potenza della repubblica di Genova: la “galea”, spinta quasi completamente dalla forza dei remi, dalle braccia di schiavi o condannati. Galeotti, per l’appunto, che scontavano la loro pena in stive malsane, vogando e vogando, spogli e malnutriti. Le imbarcazioni della Flotilla non sono galee: sono spinte dal vento, in parte dai motori; gli uomini e le donne hanno scelto autonomamente di salire a bordo. Nonostante gli ostacoli, i rischi, nonché le tensioni e anche le divergenze di vedute che, inevitabilmente, si sono palesate durante l’estenuante viaggio insieme alle occhiaie sempre più profonde dei loro occhi, causate dai droni, dalla mancanza di sonno, dall’ondeggiare del mare e dall’avvicinarsi dell’ignoto.
In questo contesto di avversità, e a prescindere dall’esito della missione, questa ciurma ha avuto un altro grande merito: ha rotto gli argini, ha mobilitato persone, associazioni e sindacati, ha fermato la passività sociale che da tempo attanagliava molti di noi. E se abbiamo parlato di Genova non è nemmeno questo un caso. La mobilitazione della città ligure, per raccogliere gli aiuti, ma soprattutto per dare un sostegno da terra alla Flotilla è stato esemplare. Il 22 settembre l’Italia si è praticamente bloccata con uno sciopero generale convocato da un sindacato di base, l’USB. Altre azioni sono seguite. In questa lotta, i camalli – i portuali – stanno avendo un ruolo di primo piano: la parola camallo, tra l’altro, ha origini arabe (hammal, “portatore”), a rappresentazione di come il Mediterraneo, come analizzava lo storico Fernand Braudel, oltre che terra di conflitti, sia anche sempre stato un crocevia di civiltà e culture, di scambi e contaminazioni. Un mare che oggi, invece, oltre ad essere al contempo un cimitero di migranti e un grande parco d’attrazione turistica, sembra dividere anziché unire.
Ed è significativo che il contrasto a questa dinamica, al cui apice vi è il crimine più abominevole di tutti i crimini in corso all’estremità più orientale del mare, vi sia proprio il mare stesso. Da una parte, sopra al Mediterraneo, la ciurma della Flotilla, dall’altra, negli sfinteri logistici del capitalismo globalizzato, i camalli. I portuali genovesi da anni coniugano le loro battaglie sindacali all’analisi critica delle multinazionali dei mari e al contrasto del traffico di armi. Una lotta che oggi diventa una rappresentazione plastica dell’opposizione a quella che Francesca Albanese, relatrice speciale per le Nazioni Unite per i territori occupati palestinesi, ha definito come l’“economia del genocidio”. Da Genova, in queste settimane, sono partiti i blocchi e le mobilitazioni contro l’attracco di navi che trasportano armi, o anche solo che supportano lo sforzo di guerra israeliano. Ne è nato un movimento sempre più esteso e ramificato: Livorno, Ravenna, Taranto, altre città e altri porti, ma anche aeroporti, università, centri logistici, stanno alzando le barricate per dire no, e no ancora, al commercio della morte.

