Per un breve periodo, prima dell’estate, sembrava che al popolo ucraino sarebbe presto stato chiesto di scegliere tra la guerra e la resa. Anche se la scelta retorica sarebbe stata più felice con «pace», e se negli Stai Uniti la chiamano «accordo», ci sono diverse valide ragioni per cui sarebbe improprio optare per questi due termini, le stesse per le quali in Ucraina non c’è unanimità di pensiero sul proseguire o no nei combattimenti.

Partiamo da una premessa, a eccezione della Russia, che ha la maggior parte del suo territorio in Asia, il Paese più esteso d’Europa è l’Ucraina. Tra il confine polacco di Leopoli e quello russo di Lugansk corrono 1400 km, tra la Crimea e Chernihiv (a nord) 900. Per un totale, su carta, di 603.700 kmq. Il doppio dell’Italia. Per restare in questa comparazione, il solco che nello Stivale esiste tra nord e sud, in Ucraina c’è tra l’est e l’ovest. Il centro austro-ungarico di Leopoli, dove la maggior parte degli ucraini che si incontrano dice che bisogna combattere «fino alla vittoria» o per lo meno combattere, non ha nulla a che vedere con i vialoni spogli delle città sovietiche del Donetsk e del Lugansk. Città di operai, piene di cemento vecchio, dove le stele che ricordano la fondazione e i monumenti all’Armata Rossa sono tra le attrazioni principali. Tutto intorno le Krusciovke, i comprensori tutti uguali di palazzi ormai fatiscenti con al centro il cortile, e poi le case di campagna. Già prima del 2014, ovvero prima che scoppiassero le proteste di Piazza Maidan e iniziasse la guerra con i separatisti in Donbass, gli ucraini dell’Est erano più poveri, generalmente meno istruiti, sottopagati nelle miniere di carbone e sfruttati da uno degli oligarchi di turno (ucraino o russo). L’invasione russa del 2022 ha accentuato questa divisione. Basti osservare una cartina con l’evoluzione del conflitto sul campo, le battaglie campali, gli assedi e le avanzate. Eccezion fatta per il primo mese di guerra e il tentativo fallito di prendere Kiev, la costante è che nel Donbass non si è mai smesso di combattere. Ancora oggi i combattimenti più feroci si svolgono in quest’area. E dato che qui si combatteva già, anche se in modo completamente diverso, dal 2014, sono 11 anni che in questa parte dell’Ucraina non c’è pace. Chiedere a uno degli anziani che ancora vive a Kostiantinivka, a Pokrovsk o a Siversk (alcuni dei centri più bersagliati dall’artiglieria russa) cosa desidera di più significa non avere cervello né immaginazione. Declinata in modi diversi tutti daranno la stessa risposta: la fine della guerra. Subito, a tutti i costi. Per questo, alcuni di loro ancora oggi sono accusati di essere “filo-russi” dai soldati ucraini dislocati in queste regioni. Anche se, contrariamente a quanto si potrebbe credere, persino negli anziani nati e cresciuti nell’Unione Sovietica durante questi tre anni e mezzo di invasione le simpatie russe si sono ridimensionate. 

In ogni caso, la conclusione di questo primo ragionamento è evidente: chi subisce davvero la guerra sulla propria pelle, quotidianamente, non ne può più. L’anno scorso, nei pressi di Chasiv Yar, un’anziana mi rispose così quando le chiesi se sarebbe stata contenta di passare sotto il controllo russo: «Russi, ucraini, persino i marziani, mi vanno bene tutti, basta che finisce». A Dnipro, a Kiev, a Odessa e, soprattutto, nell’Ovest, questo non possono capirlo appieno. Nessuno ha vissuto la guerra come gli abitanti del Donbass. In pochi altri centri meno famosi come Sumy, Kherson o Mykolaiv si sono vissuti mesi molto duri, ma sono casi isolati. Per citare un solo esempio, a Mykolayiv nel 2022 si decise di pompare acqua salata dal mare perché le riserve di acqua dolce erano state tutte compromesse dai bombardamenti russi. Ad ogni modo si tratta di città che non sono mai state isolate dal resto del Paese.

Nella capitale e nelle altre grandi città delle retrovie si ragiona su come potrebbe finire la guerra e il malcontento verso quella che appare un’epopea infinita cresce. Ma, e non lo si dimentichi mai quando si parla di Ucraina, con oltre un milione di soldati mobilitati, dei quali oltre il 70% impegnati in combattimento attivo, quasi tutte le famiglie ucraine hanno un padre, figlio, fratello, marito impegnato in combattimento. Se ne può parlar male? È il grande problema per l’opinione pubblica di ogni stato impegnato in un conflitto. Le famiglie assumono un atteggiamento protezionistico verso l’esercito perché questo è formato dai loro cari. Certo, si maledicono la guerra, i vertici politici e i comandanti militari, ma sputare addosso alle fanfare non si può. Almeno finché una società resta unita, se tutto si sfaldasse tornerebbe il vecchio «ognun per sé…».

Eppure delle piccole crepe si intravedono. Le associazioni di mogli e madri dei soldati al fronte sono sempre più rumorose. Chiedono una riforma delle rotazioni in prima linea, licenze più lunghe per i combattenti e periodi di lontananza prolungati per quei soldati che hanno servito in certi settori. All’inizio alcuni media e commentatori le trattavano con sussiego o con aperta derisione, quando non le insultavano. Ora si tratta di migliaia di donne in tutto il Paese che non chiedono la fine della guerra, ma un trattamento più umano per i propri mariti e una redistribuzione equa del carico in tutto il Paese. Gli imboscati, si sa, esistono, e in un Paese con i tassi di corruzione dell’Ucraina sono una folta schiera.

Questo è certamente un fattore di divisione sociale. Osservare i bar e i ristoranti di Odessa pieni di gente festante, che vive quasi normalmente se non fosse per gli allarmi, il coprifuoco e gli sporadici bombardamenti è deprimente per chi non vede il proprio caro da mesi o per chi non lo vedrà più. Si noti che questo non è solo un problema affettivo o di frustrazione personale. I militari al fronte iniziano a provare rancore contro chi non sta dando il proprio apporto di sangue alla causa e quando la guerra finirà i reduci saranno centinaia di migliaia. Tenerli a bada contro mire autoritarie e risentimento non sarà semplice.

Inoltre, ci sono i tentativi di Volodymyr Zelensky di accentrare sempre di più il potere, al di là della legge marziale. Il decreto che aboliva gli organi statali anti-corruzione ne è stato la prova. Ma ciò che ha sorpreso il presidente e i suoi fedelissimi è che, nonostante tutto, nel Paese esiste ancora un’opinione pubblica. Nelle piazze, in piena guerra, si sono svolte proteste che oltre ad aver messo in grande imbarazzo il leader ucraino, hanno spostato l’attenzione dell’Unione Europea su quanto stava avvenendo in Ucraina. «La limitazione dell’autonomia degli organi anti-corruzione è una seria ipoteca sul percorso di adesione all’Ue per Kiev» avevano dichiarato da Bruxelles. Neanche il tempo di dare un seguito alle minacce che Zelensky è stato costretto a ritirare la misura. La gente che protestava contro le derive autoritarie del presidente vorrebbe la fine della guerra?

La risposta è abbastanza semplice: sì. La schiacciante maggioranza degli ucraini vorrebbe la fine della guerra. Se non per uscire dall’orrore, come i residenti del Donbass, almeno per ricominciare a vivere senza la paura dei bombardamenti, per pensare al futuro (prima ancora di ricostruirlo). Ma qui ci sono i distinguo che citavamo in apertura. Questa percentuale di favorevoli alla fine immediata del conflitto si ridurrebbe drasticamente se si trattasse di cedere sovranità. Non solo territori, ma esercito ridotto, neutralità perpetua, reintroduzione del russo come lingua ufficiale dello stato e libertà di culto per la chiesa ortodossa russa… addirittura riforma dello stato in senso federale e allontanamento di Zelensky. Queste sono solo alcune delle richieste uscite in questi ultimi mesi da parte russa. Le più credibili sono senz’altro i territori, il divieto perenne di ingresso nella Nato e la neutralità, ma le altre ci dicono anche che tipo di guerra stiamo analizzando. È un conflitto del quale adesso si sottolineano essenzialmente i tratti di espansione territoriale, ma è prima di tutto uno scontro culturale. Per gli ucraini acconsentire alle richieste russe significa ammettere che questi anni di guerra sono stati inutili. Chi si sente pronto a farlo? Di certo non i soldati, che sono numerosissimi e che hanno già lasciato intendere a Zelensky che di regalare territori ai russi non se ne parla. Ma neanche molti civili. Se il Cremlino fosse favorevole a congelare i confini lungo le attuali linee del fronte la guerra finirebbe oggi stesso, perché gli ucraini non esiterebbero a firmare. Ma Putin vuole che prima si risolvano «le cause profonde del conflitto». Nato, rapporti di forza con l’occidente, territori dei cosiddetti «russofoni» e rapporti di vicinato con Kiev. Al momento le sue richieste sono riassumibili in un solo termine: resa. Ed è questo che alla maggioranza della popolazione ucraina, ancora oggi, appare inaccettabile. Senza escludere il fatto che se la guerra dovesse continuare da qui a un anno cambierebbe il contesto, al momento è così.

L’altro aspetto sono i rapporti con l’Occidente, o meglio con gli Usa. L’Ue possiamo tenerla fuori da questo ragionamento perché gli ucraini hanno capito che non è una minaccia per il loro futuro. Come invece potrebbe essere l’America di Donald Trump. Il volubile e irascibile presidente che già più volte si è schierato con Putin. Gli ucraini lo temono e non si fidano di lui, ma al contempo sperano che in qualche modo il tycoon riesca a convincere Putin a un accordo che non pretenda la sottomissione di Kiev. Senza contare che la confusione che vediamo noi dall’esterno si percepisce anche da qui, gli ucraini non sono immuni da questo clima di incertezza che alla fine, anche dopo parabole smisurate, sembra ricadere sempre sulle loro teste. Perciò non si fidano e non sono entusiasti, come vorrebbero gli Occidentali, dell’eventualità che la fine della guerra diventi anche la fine delle loro aspettative future, per quanto flebili queste possano essere oggi.