Oltre alla questione dei dazi al 39%, un altro dossier sull’asse Svizzera-Stati Uniti continua a tenere banco in queste ultime settimane: la saga – per non dire lo scandalo – degli F-35. Ad inizio agosto, il Consigliere federale Martin Pfister ha dovuto confermare che gli aerei da combattimento prodotti dall’americana Lockheed Martin costeranno di più. Molto di più: circa un miliardo di franchi che dovrebbe sommarsi ai 6 miliardi approvati dalla strettissima maggioranza (50,1%) dei votanti nel 2020. Quella votazione non chiedeva alla cittadinanza di prendere posizione sul modello di aerei – come era stato fatto nel 2014 con i Gripen, poi respinti in votazione popolare – bensì su un generico credito per l’acquisto di nuovi aerei militari.
«Il decreto federale sul quale siamo chiamati a votare prevede che per l’acquisto dei nuovi aerei non possano essere spesi più di 6 miliardi di franchi», scriveva allora il Governo nel tradizionale libretto di votazione. Nel giugno 2021, l’allora ministra della difesa Viola Amherd annunciò la scelta fatta dal suo dipartimento: la Confederazione avrebbe acquistato trentasei F-35. L’aereo americano era risultato il più vantaggioso da un punto di vista economico a seguito di una procedura di valutazione pilotata – è proprio il caso di dirlo – da armasuisse. Quattro anni dopo, il nuovo responsabile del dossier, Martin Pfister, è costretto ad ammettere che qualcosa è andato storto.
Il punto centrale è la nozione di “prezzo fisso”, sempre dato per certo dal Consiglio federale. Nel 2022, il Controllo federale delle finanze aveva già messo in guardia sulla mancanza di certezza dei prezzi, ma il Dipartimento della difesa ignorò tali avvertimenti. Lo scorso agosto a Martin Pfister è toccato così annunciare che i prezzi fissi non erano poi…così fissi. Era da un anno che i vertici del Dipartimento lo sapevano e da sei mesi che tutto il Governo era stato informato. Ma comunicarlo è stato un grande imbarazzo. A seguito dell’annuncio, in molti, a Berna, hanno chiosato contro Donald Trump e i suoi “metodi mafiosi”. Una narrazione che fa storcere il naso al Consigliere nazionale socialista Pierre-Alain Fridez: «La colpa in questo dossier è interamente degli svizzeri e non degli americani che non rispettano i contratti. È cosa nota che gli USA utilizzano le Letters of offer and acceptance in cui non è indicato un prezzo fisso, ma solo un’indicazione. L’attitudine di Trump è utilizzata ora dalla destra come una scusa. La trattativa è iniziata sotto l’amministrazione Biden, che già lo scorso anno ci aveva reso attenti dell’aumento dei costi».
Fridez è forse la persona che in Svizzera conosce meglio le controversie del dossier F-35, alle quali ha dedicato due libri di cui uno uscito qualche settimana fa (F-35 ou l’histoire d’une manipulation. Révélations su un scandale d’Etat, Favre). Membro della commissione sicurezza del Consiglio nazionale, il deputato giurassiano ha sempre manifestato i suoi dubbi per la scelta. In primo luogo per ragioni tecniche: «La metà degli F-35 operativi al mondo sono fermi per problemi tecnici e questo aereo ha creato enormi problemi finanziari a tutti i paesi che l’hanno scelto» ci dice.
A destare maggiori perplessità è però, soprattutto, il modo con il quale i velivoli americani sono stati scelti: «Tutta la procedura che ha portato a questa scelta è stata completamente opaca, falsata e manipolata da persone che hanno scelto questo tipo di aereo ancora prima di cominciare la procedura di scelta» continua Pierre-Alain Fridez. I punti controversi sono molti. A partire dal costo previsto per trent’anni di utilizzo che per gli F-35, rispetto ai concorrenti in gara, è stato falsato riducendo del 20% le ore di volo. Così facendo l’offerta della Lockheed Martin è risultata più conveniente di circa 1,5 miliardi rispetto alla concorrenza. Ciò che non ha lasciato così margine apparente di scelta al Consiglio federale. Nel nuovo libro di Fridez emergono altri dettagli, come ad esempio le modifiche nei criteri di valutazione e della loro ponderazione che hanno ulteriormente favorito gli F-35. Un aereo, che oltre a legarci inesorabilmente agli Stati Uniti, è performante per incursioni rapide in territorio nemico e non per delle operazioni di polizia aerea. Il contrario insomma di quello che servirebbe ad un paese piccolo e pacifico come la Svizzera.
Prossimamente, Martin Pfister dovrebbe fare sapere cosa vuole fare per risolvere un problema. La messa in discussione dei contratti non pare un’opzione. Da parte sua, la Commissione della gestione del Consiglio nazionale ha lanciato un’inchiesta per fare luce sulla questione del prezzo fisso. Nel frattempo però i principali responsabili del dossier hanno lasciato il loro posto: Viola Amherd si è dimessa a sorpresa ad inizio gennaio, seguita a ruota dal capo dell’esercito Thoma Süssli, dal comandante delle forze aeree Peter Merz e dal responsabile delle acquisizioni aere Darko Savic. Non sappiamo se questa fuga di gruppo sia dovuta a questo dossier, ma è molto probabile. Quello che appare certo è che in seno ad armasuisse si è fatto di tutto per spingere a scegliere questo modello di aerei ultra costoso e controverso. Come mai? Per Pierre-Alain Fridez «è certo che in seno ad Armasuisse vi è una certa attrazione per gli Stati Uniti e Israele come dimostra anche il caso relativo ai droni della Elbit System». Il consigliere nazionale non vuole parlare di corruzione, ma di una sorta di «attrazione fatale».

