“Nascondi la tua forza, aspetta il tuo momento e non prendere mai il comando”. Per lungo tempo, la postura internazionale della Cina si è sempre basata su queste linee guida, messe a punto dall’ex leader Deng Xiaoping. Già da qualche tempo, invece, Xi Jinping ha coniato i principi della “nuova era”, in cui la Cina si impegna a raggiungere “proattivamente gli obiettivi”. In che modo? “Restando uniti” e “osando combattere”. Verbo utilizzato sin qui in modo figurato, ma applicato con decisione sul fronte diplomatico. La Cina di Xi non si è fatta trovare impreparata al ritorno di Donald Trump. Durante il primo mandato del presidente degli Stati Uniti, Pechino aveva provato ad arrivare a un accordo commerciale con la Casa Bianca attraverso una iniziale posizione accomodante. Salvo poi contrattaccare con enorme vigore nella seconda fase della prima guerra dei dazi, dopo l’arresto in Canada di Meng Wanzhou, figlia del fondatore e patron del colosso tecnologico Huawei. Fu quello il momento della svolta, in cui il Partito comunista capì che l’obiettivo di Trump non era solo quello di riequilibrare la bilancia commerciale, ma di soffocare l’ascesa tecnologica della Repubblica Popolare. Dunque, soffocarne l’ascesa. La risposta fu aggressiva e guidata dai cosiddetti diplomatici “lupi guerrieri”.

Stavolta, è cambiato tutto. Ai dazi di Trump, la Cina ha risposto colpo su colpo con ritorsioni multiformi, non dando mai segnali di debolezza. Anzi, Pechino è riuscita a porsi almeno momentaneamente in una posizione di forza, utilizzando leve negoziali fondamentali come le terre rare, risorse cruciali per elettronica, difesa e tecnologia verde. Averne riattivato il flusso verso gli Stati Uniti ha garantito non solo due proroghe sull’entrata in vigore delle tasse aggiuntive (non ottenute da nessun altro Paese, compresi gli alleati dell’America), ma anche concessioni significative sull’esportazione di software tecnologici e persino su Taiwan, con Trump che ha negato il transito a New York al presidente Lai Ching-te e ha congelato 400 milioni di dollari di aiuti militari per Taipei.

L’attuale fase di dialogo con Washington potrebbe non durare a lungo. Trasformare l’armistizio in una vera pace commerciale è assai complicato. Xi lo sa. E anche per questo sta elaborando con maggiore chiarezza la sua visione di ordine globale. Non solo attraverso il consueto canale commerciale, che resta comunque centrale nelle relazioni internazionali di Pechino. Già negli scorsi, la Cina è intervenuta con inedita audacia su alcune crisi internazionali, favorendo il riavvio delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Iran. Oppure ospitando round negoziali tra le diverse fazioni palestinesi, proponendosi addirittura come “portavoce” dei Paesi musulmani dopo l’azione militare lanciata da Israele contro Gaza.

Facendo leva sull’insoddisfazione generale causata dai dazi, negli ultimi mesi c’è stato un ulteriore salto di qualità, dimostrato plasticamente dalla cosiddetta “settimana globale” di Xi, quando tra fine agosto e inizio settembre il presidente cinese ha ospitato a Pechino una lunga serie di eventi bilaterali e multilaterali. Intensificando gli sforzi per ridisegnare l’architettura delle relazioni internazionali. Non si tratta tanto di demolire l’ordine esistente, quanto piuttosto di adattarlo a un sistema multipolare che rifletta meglio le esigenze dei Paesi emergenti e che riduca la dipendenza dalle logiche tradizionali di potere. In questa prospettiva, Pechino cerca di coniugare tre dimensioni principali: il rafforzamento del commercio, la valorizzazione della cooperazione multilaterale e il superamento della contrapposizione rigida tra blocchi. Gli strumenti privilegiati di questa strategia sono l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), i BRICS e una serie di nuove iniziative che puntano a ridefinire la governance globale.

Il vertice SCO di Tianjin, il 31 agosto e 1° settembre, ha segnato un passaggio di rilievo. Fondata nel 2001 come piattaforma di sicurezza regionale, oltre all Cina include anche Russia, Bielorussia, India, Pakistan, Iran e quattro repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan). Con il summit di quest’anno, il gruppo ha ampliato il proprio mandato, includendo anche cooperazione economica, tecnologica e culturale. A Tianjin, per la prima volta, i Paesi membri hanno adottato non solo una dichiarazione congiunta ma anche una strategia di sviluppo decennale con orizzonte 2026-2035. Il documento esprime l’intenzione di trasformare la SCO in uno strumento operativo, capace di promuovere un commercio più equo e multilaterale, di difendere i Paesi emergenti da dazi e sanzioni considerate illegittime e di costruire infrastrutture comuni.

In quest’ottica si inserisce la creazione di una banca di sviluppo della SCO, pensata per ridurre la dipendenza dal dollaro e facilitare l’uso delle valute locali negli scambi, nonché l’avvio di nuove piattaforme di cooperazione in settori chiave come l’energia, l’economia digitale, l’industria verde e l’intelligenza artificiale. Sul piano politico, il vertice è stato anche l’occasione per un significativo disgelo con l’India. Dopo anni di tensioni e di scontri militari al confine himalayano, Xi e Narendra Modi hanno riaperto il commercio transfrontaliero e avviato un nuovo meccanismo di dialogo. Non si può parlare di una riconciliazione strategica, poiché restano aperti numerosi contenziosi, ma la distensione è sufficiente a rafforzare il potenziale operativo di una piattaforma spesso frenata dalle rivalità interne.

Accanto al multilateralismo, Pechino ha curato i rapporti bilaterali, soprattutto con Mosca. Con Vladimir Putin è stato firmato un accordo vincolante sul gasdotto Power of Siberia 2, destinato a trasportare in Cina 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno. L’intesa non solo rafforza la dipendenza russa dal mercato cinese, ma consolida un’alleanza che rende più difficile ogni tentativo americano di separare i due partner.

A Tianjin Xi Jinping ha colto anche l’occasione per lanciare la Global Governance Initiative, un progetto di più ampio respiro volto a ridefinire le regole della cooperazione internazionale. L’enfasi è posta sul principio di uguaglianza sovrana tra le nazioni e sulla riduzione del divario tra Nord e Sud del mondo, attraverso la riforma delle istituzioni multilaterali esistenti, come le Nazioni Unite e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, in modo da renderle più inclusive e rappresentative. Questa proposta si lega a un più vasto sforzo intellettuale cinese, volto a costruire un sistema di conoscenza indipendente e alternativo ai paradigmi occidentali delle relazioni internazionali.

Alla proiezione diplomatica e commerciale Xi ha affiancato una componente simbolica. La parata militare per l’ottantesimo anniversario della resa del Giappone ha mostrato al mondo non solo la potenza tecnologica e militare del Paese, ma anche la volontà di riaffermare il ruolo storico del Partito comunista nella vittoria sul militarismo nipponico. Una narrativa funzionale sia a consolidare la legittimità interna sia a giustificare rivendicazioni presenti, a partire da quella su Taiwan.

Il bilancio della strategia cinese è complesso. Da un lato, vi sono risultati concreti: il disgelo con l’India, la creazione della banca SCO, l’accordo energetico con la Russia e il lancio di nuove iniziative di governance globale. Dall’altro, restano evidenti i limiti: le rivalità tra membri della SCO, la debolezza operativa dell’organizzazione di fronte alle crisi geopolitiche, la difficoltà di implementare una vera de dollarizzazione e il timore diffuso che la Cina possa esercitare un ruolo troppo centrale.

Pechino sta provando a ridurre i dubbi, ergendosi a potenza responsabile e fattore di stabilità su diversi dossier internazionali, favorita dall’incertezza causata da Trump. Intanto sul commercio, coj i dazi che rappresentano il principale collante della variegata costellazione dei Paesi non soddisfatti degli equilibri internazionali attuali. Durante l’assemblea generale dell’Onu, la Cina ha annunciato che non rivendicherà più il trattamento speciale riservato ai Paesi in via di sviluppo presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio, aprendo alla sua riforma in una fase in cui la vecchia istituzione viene indicata come ancora di salvataggio in mezzo alle turbolenze trumpiane.

Ma attenzione anche al digitale e alla tecnologia. Sempre alle Nazioni Unite, la Cina ha proposto la creazione di un organo multilaterale per lo sviluppo congiunto dell’intelligenza artificiale, in contrapposizione all’avanzamento deregolamentato e personalistico promosso da Washington. E poi c’è il clima. Rispondendo al negazionismo di Trump, Xi ha annunciato nuovi impegni per la riduzione delle emissioni di gas serra, seppure con criteri non in linea con le tabelle di marcia desiderate dall’Occidente. Anche in questo caso, la Cina si fa “portavoce” di un’ampia fascia di economie emergenti che non apprezza la fuga dagli impegni climatici degli Usa, ma allo stesso tempo chiede più tempo per adeguarsi agli standard dei Paesi più avanzati, per avere il tempo di completare il proprio sviluppo.

Insomma, la Cina sta provando ad accreditarsi come leader di un multilateralismo alternativo, capace di intercettare le insoddisfazioni del Sud globale e di ridurre l’egemonia statunitense. Tanto che tra i massimi esperti cinesi di politica internazionale, si chiede ora esplicitamente la creazione di un sistema unico di conoscenza sulle relazioni estere, rifiutando i concetti occidentali e proponendo con maggiore ambizione i concetti con “caratteristiche cinesi”. Resta da vedere se questo progetto riuscirà a tradursi in un’architettura stabile e operativa dell’ordine internazionale, o se resterà confinato soprattutto nella sfera delle dichiarazioni e delle ambizioni politiche.