Il presidente Zelensky ripete che il nuovo piano di pace di Kiev è quasi pronto, che una volta ottenute le garanzie necessarie dagli Stati Uniti sarà disposto a «parlare con la Russia in qualsiasi formato». La tanto attesa autorizzazione degli alleati della Nato a utilizzare le armi occidentali in territorio russo non è ancora arrivata, e non è affatto scontato che arriverà, ma intanto i droni ucraini hanno messo a segno tre colpi devastanti ai depositi di munizioni dell’esercito russo in una sola settimana. Sul campo le truppe ucraine occupano ancora una parte della regione russa di Kursk, ma il Cremlino ha deciso di affrontare la questione con calma, senza distrarre reparti da Pokrovsk, la cittadina del Donetsk che è il diventata il nuovo epicentro degli scontri armati.

Un fronte di oltre 1200 km, che dalle cittadine meridionali del Donbass si sviluppa fino alle porte di Kharkiv, costringe gli ucraini a distribuire i soldati per presidiare tutte le possibili direttrici d’avanzamento nemiche e lascia diversi punti deboli. La superiorità numerica, infatti, è diventata una delle armi principali di Mosca sul terreno e tenere impegnata la controparte in più punti si sta rivelando una tattica efficace. Soprattutto se si considera che la sproporzione tra gli effettivi dei due belligeranti dopo quasi tre anni di guerra aperta ha un peso significativo e crescente. Per quanto Kiev si ostini nella sua incessante operazione diplomatica volta a ottenere nuovi armamenti, il problema degli uomini resterà sempre insormontabile. 

La Nato potrebbe inviare tutte le munizioni e le armi che Zelensky chiede e comunque ci sarebbe bisogno di soldati che le maneggino. Per questo se la guerra continuerà oltre la primavera dell’anno venturo una nuova mobilitazione sarà inevitabile, ma la coesione nazionale e – in modo particolare – la popolarità già incrinata del presidente ne risentirebbero significativamente.

L’associazione delle Madri e mogli dei soldati ucraini al fronte, nata l’anno scorso per protestare contro i tempi di permanenza dei soldati al fronte e per chiedere una rotazione più equa dei reparti, ormai conta sedi in ogni grande città del Paese. L’ultimo slogan che queste donne stanno diffondendo su internet è «un esercito stanco è un esercito sconfitto», ma i vertici militari non sentono ragioni. Impossibile mandare a casa gli uomini delle brigate d’assalto e quelli con più esperienza. Tuttavia, l’esperienza acquisita sul campo, che in molti casi si traduce in mesi e mesi di battaglie sanguinose a Bakhmut, ad Avdiivka, a Chasiv Yar e ora nei pressi di Pokrovsk (tutte cittadine del Donetsk), si paga con i traumi psicologici, con l’esaurimento mentale e fisico delle forze, con la perdita di lucidità. Non è questa la sede per discutere sulle conseguenze che l’invasione russa avrà sulla società ucraina, una società militarizzata in cui una parte consistente degli uomini tra i 18 e i 60 anni ha combattuto per anni, ma ciò che è certo è che gli effetti si protrarranno ben oltre il cessate il fuoco.

La questione dei reduci sarà uno dei temi fondamentali all’ordine del giorno per qualsiasi governo ucraino d’ora in avanti. Sempre che le potenze internazionali che ora sostengono Kiev non decidano, come hanno fatto spesso dal secondo dopoguerra a oggi, di non chiudere la questione e di lasciare che nell’est dell’Europa prosegua un conflitto intermittente. In tal caso lo squarcio sanguinante che lacera centinaia di migliaia di famiglie ucraine, in ultima analisi si potrebbe dire che affligge tutta la società, ci metterà ancora di più a rimarginarsi.

Ma torniamo al presente. I reparti ucraini sono in difficoltà per vari motivi. I due principali li abbiamo evidenziati: stanchezza e inferiorità numerica. Quest’ultimo, con il protrarsi del conflitto gioca enormemente a sfavore dei difensori perché se da un lato il Cremlino può contare su puntuali iniezioni di forze fresche e garantire una (seppur minima) rotazione ai reparti in prima linea, dall’altro Kiev non ha la stessa possibilità. Se i due eserciti fossero ad armi pari la sproporzione numerica potrebbe essere anche mitigata in alcuni casi dal contesto. La dottrina militare, ad esempio, ci dice che chi difende ha un vantaggio di 1 a 3 su chi attacca, ovvero, per ogni 3 soldati lanciati all’assalto ne basta uno ben posizionato a resistere. E infatti durante tutto il 2022 abbiamo assistito all’infrangersi dei sogni di rapida conquista di Putin sul campo di battaglia. Poi, quando l’estate successiva l’Ucraina avrebbe dovuto lanciare la controffensiva che avrebbe «cambiato le sorti del conflitto», il teorema si è rovesciato e i soldati di Zelensky non sono riusciti a sfondare in nessuno dei punti prescelti per gli attacchi. Bisogna aggiungere che nell’autunno del primo anno di guerra l’Ucraina riuscì effettivamente a riconquistare alcuni territori, ma anche in questo caso l’impreparazione dell’esercito russo ha giocato un ruolo fondamentale. Per ben due volte, insomma, gli uomini di Putin sono stati sorpresi dalla reazione ucraina: una in attacco e una in difesa. 

A cambiare le carte in tavola è intervenuto l’ex comandante in capo delle forze armate russe in Ucraina, Sergej Surovikin. Questi ha preso due decisioni che hanno cambiato il corso della guerra. In primis la costruzione di due linee di trincee fortificate nel sud-est dell’Ucraina, in tutta l’area che va dalla parte orientale di Kherson sul fiume Dnipro e si interrompe nel Donetsk meridionale. Gli ucraini nel 2023 hanno provato più volte a spezzare questa linea per arrivare al mare e interrompere così la catena di approvvigionamento russa, ma senza successo e a costo di molto perdite. Sia di soldati sia di mezzi e armamenti occidentali. Motivo per cui gli alleati sono stati molto scontenti dei vertici ucraini e l’invio massiccio di armi che aveva preceduto quelle manovre fallimentari probabilmente non si ripeterà più. La seconda è la decisione di bombardare a tappeto e periodicamente le infrastrutture energetiche ucraine. «La situazione è drammatica» ha dovuto ammettere Maxim Timchenko, il capo di Dtek, uno dei due principali operatori energetici del Paese insieme a Ukrenergo. «Oltre il 60% della capacità di produrre energia dell’Ucraina è stata distrutta». Senza contare le sottostazioni energetiche che portano la corrente nei centri urbani, senza le quali le città restano comunque al buio. Due anni dopo questa strategia si è rivelata tragicamente efficace.

Nell’est i blackout sono frequenti, il ministro dell’energia ucraino, German Galushchenko, a maggio aveva dichiarato che «il prossimo inverno potremmo essere costretti a interruzioni di corrente prolungate in molte regioni, fino a 20 ore nelle aree più colpite». Soltanto quattro ore di fornitura elettrica in una stagione in cui il termometro a volte supera anche i -20°. Diversi commentatori l’hanno definita «l’arma di Putin per mettere in ginocchio la popolazione ucraina» ma la verità è che al momento ci sono due ucraine. Quella a ovest del fiume Dnipro e l’altra. Nella prima, soprattutto a Leopoli e nelle altre città al confine con la Polonia e l’Ungheria ma anche a Odessa e a Kiev, si è ricominciato a vivere. Beninteso, i bombardamenti russi non si sono fermati ma durante i periodi senza raid la situazione è quasi stabile. I locali commerciali e quelli per lo svago notturno hanno riaperto, imponenti generatori sopperiscono alla mancanza di elettricità quando ce n’è bisogno, i ristoranti sono pieni, si fanno passeggiate con la famiglia o gli amici non mobilitati e qualcuno va addirittura a pesca o ad allenarsi in bicicletta. C’è il coprifuoco e diverse altre restrizioni, gli allarmi anti-aerei suonano quotidianamente e a volte cadono anche missili devastanti. Dunque la vita non scorre affatto in modo ordinario. Ma nell’altra parte del Paese è un altro mondo: le strade buie, i palazzi bombardati, i civili impauriti e stipati negli scantinati degli edifici residenziali o nelle case rurali. Qui l’inverno fa davvero paura perché il freddo può uccidere. Dalla città di Dnipro l’autostrada che porta verso il fronte è un degradare continuo verso la sofferenza e le difficoltà. Difficoltà di procurarsi il cibo nelle zone più vicine al fronte, di percorrere chilometri con un carrettino arrugginito a traino per riempire una tanica d’acqua, di implorare ogni passante per una pila che permetta di vederci qualcosa durante le lunghissime ore nei rifugi e di comunicare con chiunque a causa dell’assenza totale di copertura telefonica e internet.

Questa parte dell’Ucraina è distrutta, non solo fisicamente, dalla guerra. Molte delle persone che non se ne sono andate sono anziani ai quali a malapena basta la pensione per mangiare. Sono contadini che in molti casi non hanno neanche mai varcato i confini regionali. Gente impaurita, ridotta alla miseria da un conflitto che non accenna a concludersi e che a ogni nuova offensiva militare cresce di numero a causa del mutare della linea del fronte. Per un ucraino di Leopoli non è così difficile dire «resisteremo per tutto il tempo, fino alla vittoria», ma per un ucraino del Donetsk o di Sumy quella vittoria oramai è un miraggio. La fine di un gorgo infernale che al momento appare senza uscita. E, infatti, non ci si pensa più. Si vive alla giornata, concentrandosi sulle cose necessarie a sopravvivere, sperando che il prossimo bombardamento non ti colpisca. Il problema è che anche la speranza, a lungo andare, diventa un lusso e neanche si ragiona più su un ipotetico domani ma si vive un eterno presente in cui i giorni sono tutti uguali fino a perdere la spinta a vivere. La guerra ammazza anche così e non c’è manovra militare che possa sovvertire quest’assioma se non la fine delle ostilità.