Chissà chi ricorda ancora lo slogan che, a partire dalla metà degli anni sessanta, dalla California (“Make lo ve not war”) si diffuse nel mondo intero? Erano i tempi in cui la società civile cercava di contrastare le guerre, in particolare l’intervento americano in Vietnam. Oggi i pacifisti sono detestati e disprezzati e in pochi osano esprimersi criticamente contro le maggiori guerre in corso, dalla Russia all’Ucraina, da Israele alla Palestina. Il Papa, una delle voci più lucide in tema, viene deriso. Invece “Fate l’amore e non la guerra” va ripetuto, va attualizzato, va rilanciato; per esempio, in Svizzera, all’indirizzo di Viola Amherd, capa del dipartimento della difesa, e di Thomas Süssli, capo dell’esercito. Battaglia persa, Viola e Thomas non pensano all’amore, si preparano alla guerra!
La Svizzera, per la sua storia, anche se forgiata più dall’ interesse che dall’etica, potrebbe diventare un faro di indipendenza, di autonomia e di neutralità, invece segue pedissequamente gli Stati Uniti e l’Unione europea. La corsa al riarmo coinvolge tutti i paesi europei, con investimenti miliardari, e la Svizzera segue. Lo ha spiegato il quotidiano francese “Le Monde” citando fonti della NATO: “La Svizzera non deve rappresentare un ‘buco’ nel dispositivo di sicurezza occidentale”.
Miliardi per le armi
Le spese per gli eserciti e per le armi aumentano dappertutto. Secondo l’ultimo rapporto dell’istituto svedese SIPRI, la spesa militare mondiale è aumentata del 6,8% nel 2023, raggiungendo un totale di 2’443 miliardi di dollari.
Una follia! La Svizzera si accoda e a settembre il Nazionale ha deciso di stanziare 29,8 miliardi di franchi per il periodo 2025-2028, quattro miliardi in più del previsto. Con l’obiettivo di raggiungere l’1% del PIL nel 2030 invece del 2035, come prevedeva il Governo. La scelta di spendere per il riarmo è chiara; meno limpida la scelta di come finanziare la spesa. Una proposta prevede di attingere fondi dalla cooperazione internazionale (dove già siamo tirchi), di sottrarre fondi ai Cantoni e di ridurre le spese per il personale dell’Amministrazione. Intanto la Confederazione pensa di tagliare cinque miliardi nel sociale, AVS, formazione, eccetera.
Il socialista Fabian Molina ha definito l’esercito un’associazione folcloristica, facendo infuriare alcuni deputati borghesi. Non staremo a rifare la lista delle inadeguatezze e delle incapacità della nostra milizia. Ricordiamo che l’ultima volta che i soldati svizzeri spararono è stato nel 1932, in occasione di uno sciopero a Ginevra: 13 morti e 65 feriti a colpi di mitraglia, e si trattava soprattutto di innocui passanti! Ultimamente abbiamo scoperto che i nostri gallonati non sono capaci a far di conto. E non dimentichiamo che il quasi generale Thomas Süssli ha dichiarato, imperturbabile, che in caso di conflitto il suo esercito dopo quindici giorni sarebbe spacciato e dovrebbe affidarsi alla NATO. Nel corso degli anni due consiglieri federali hanno dovuto dimissionare per le magagne causate dall’esercito. Chaudet a proposito dei caccia Mirage, Gnägi per il disastro del Panzer 68. Attenta ministra Amherd, la sedia di capa dell’esercito può diventare eiettabile, perché è impossibile essere competenti in materia (che ne sa la signora della qualità degli F-35?).

Vicinissimi alla NATO
Più soldi all’esercito, dunque, come suggerisce la NATO e, soprattutto, sempre più vicini all’Alleanza atlantica. In agosto il Consiglio federale ha approvato la partecipazione della Svizzera a due progetti della “Permanent Structured Cooperation (PESCO)” dell’Unione Europea. I due progetti, spiega il Governo, “Military Mobility” e “Cyber Ranges Federation” permettono di ampliare la possibilità di cooperazione internazionale tra forze armate”.
Da quasi tre decenni la Svizzera partecipa al “Partenariato per la pace” della NATO (pace qui sta, con grossolano artificio semantico, per guerra). Dal 2023 la Svizzera e l’Unione europea intrattengono un dialogo di alto livello sulla politica di sicurezza e di difesa (Security and Defence Dialogue).
Questo avvicinamento alla NATO è sostenuto dalla Commissione di studio per elaborare le basi della politica di sicurezza. Un gruppo scelto da Amherd e soci con particolare attenzione: sono tutti guerrafondai. La netta maggioranza dei membri, hanno scritto i giornali Tamedia, “è scettica sulla neutralità, simpatizzanti della NATO e sostenitori dell’UE”. La verde Marionna Schlatter ha detto: “Una commissione scelta arbitrariamente, che rifiuta il dialogo, una scelta tematica unilaterale: il rapporto della commissione di studio è una farsa”.
La commissione ha proposto una serie di punti: la politica di neutralità va rivista, deve essere più flessibile e orientata maggiormente alla Carta dell’ONU che distingue tra aggressore e vittima; la Svizzera dovrebbe collaborare più strettamente con la NATO e con l’UE nel settore militare; non dovrebbe più esistere il divieto di esportazione di materiale d’armamento svizzero; il bilancio dell’esercito dovrebbe aumentare più rapidamente; la popolazione deve essere sensibilizzata a un peggiormento della situazione di minaccia.
Nessuna invasione della Svizzera
No, non sono tutti d’accordo su questo scenario che ci prepara alla guerra. Il socialista Pierre-Alain Fridez, ha lasciato la commissione prima della fine dei lavori perché non ne condivide le conclusioni. Ha appena pubblicato un libro con un titolo significativo: “Perché i carri armati russi non invaderanno la Svizzera. La battaglia del Reno non avrà luogo”. Fridez è un socialista a favore dell’esercito, ma critica la politica di Viola Amherd. “Abbiamo bisogno di maggiori risorse contro il terrorismo, – afferma – i rischi climatici, i cyber attacchi, e di un sistema di difesa contro i missili di lunga gittata. Inoltre, mettendo 40 o 50 miliardi per sviluppare l’esercito nei prossimi anni, si impongono economie in campo sociale, nell’agricoltura, nella formazione e nell’aiuto allo sviluppo. Possiamo impegnarci maggiormente nella promozione della pace e nell’aiuto umanitario”.
Fate l’amore non la guerra! A proposito dell’avvicinamento alla NATO Fridez è chiaro: “Da venti, trentanni, l’Alleanza costituisce un fattore di destabilizzazione; la NATO è il braccio armato degli Stati Uniti. È bene che la Svizzera collabori con l’alleanza in Kosovo per il mante nimento della pace. Ma fare esercizi congiunti, e magari in futuro battersi al suo fianco, discredita la nostra neutralità”.
La casta militare ottiene più soldi, miliardi di franchi, e continua ad avvicinarsi alla NATO. Sembra che il nostro esercito sia sprovvisto di armi e malridotto. Bisogna ricordare che Viola Amherd ha appena ottenuto sei miliardi di franchi per comperare i caccia F-35, con un’approvazione sul filo di lana da parte del 50,1% dei votanti. L’iniziativa che due anni fa chiedeva di non acquistare i jet americani è stata ignorata da Amherd, che ha firmato il contratto prima di rendere possibile una votazione popolare. Un giochetto che non verrà ricordato come democraticamente esemplare. Sarebbe più che necessario che il Dipartimento della difesa presentasse un riesame delle spese e degli investimenti dell’esercito perché, va ricordato, negli ultimi decenni, nelle casse grigioverdi sono comunque stati buttati circa 4 miliardi di franchi l’anno.
Il denaro rende più facile la guerra
Cosa spendere per la sicurezza del Paese? Come spendere, che atteggiamento assumere nei confronti della NATO e dell’UE? Sono interrogativi che il Partito socialista svizzero dovrebbe porsi. Troppo spesso è stato ondivago o anche contraddittorio, con esponenti che si dichiarano a favore dell’esportazione di armi e altri più critici nei confronti della politica di difesa. Una riflessione pubblica e trasparente su questi temi si impone anche a sinistra, prima di ritrovarci armati fino al collo e agganciati mani e piedi alla NATO. I Verdi sono più critici e sembrano avere maggiore attenzione nei confronti della politica di pace. Fate l’amore non la guerra.
Da parte sua, il Gruppo per una Svizzera senza esercito, sempre attivo anche se ormai una voce nel deserto, lancia una campagna contro la follia del riarmo. “La stessa Confederazione – sostiene la segretaria del Gruppo, Pauline Schneider – considera improbabile un attacco contro la Svizzera. D’altra parte, la Svizzera è preparata male di fronte a minacce come le catastrofi naturali, le conseguenze della crisi climatica o le pandemie”. Certo, la sicuerzza della popolazione è minata più dai fenomeni naturali o dalle politiche antisociali che dal pericolo di essere invasi.
Va criticata la facilità con cui gli Stati contraggono debiti allo scopo di finanziare le guerre. Il debito è legittimo per realizzare progetti pacifici, ma, quando si tratta di conflitti internazionali, il denaro ha un “potere pericoloso” perché, “combinato con l’inclinazione dei politici alla guerra, la rende più facile”. È un commento (citiamo la filosofa albanese Lea Ypi), che si attaglia perfettamente alla nostra storia, all’attualità. È quanto sosteneva Immanuel Kant, grande filosofo illuminista tedesco, nel 1795 nel suo “La pace perpetua”, uno dei più famosi saggi contro la guerra.

