Pacifismo e Giappone sono stati spesso visti come sinonimi. Quantomeno negli ultimi decenni, dopo che la fine della Seconda Guerra Mondiale impose la fine della brutale era coloniale dell’impero nipponico. Unico Paese ad aver vissuto la devastazione delle bombe atomiche, il Giappone procede ora verso il riarmo, immaginando persino un futuro superamento del tabù nucleare. Ipotesi forse impensabile fino a qualche tempo fa: ora non più.
Il dibattito sul riarmo del Giappone, tornato prepotentemente al centro della scena internazionale negli ultimi mesi, ha subito un’accelerazione con l’ascesa di Sanae Takaichi alla guida del governo. Con la nuova premier nazionalista, questo processo ha assunto una chiarezza politica, una velocità e una carica simbolica forse senza precedenti nel Giappone del dopoguerra. Il Paese sembra pronto a mettere in discussione non solo singole politiche, ma l’intero impianto identitario costruito dopo il 1945, a partire dal pacifismo costituzionale e dalla rinuncia all’uso della forza.
Il riarmo va letto attraverso un doppio binario parallelo. Da un lato c’è un processo graduale e tecnocratico portato avanti dai governi moderati di Fumio Kishida prima e di Shigeru Ishiba poi, fondato su valutazioni strategiche condivise dall’apparato della sicurezza e su un linguaggio volutamente prudente. Dall’altro lato, con Takaichi lo stesso processo viene accelerato, politicizzato e caricato di una retorica nazionalista che ne cambia profondamente la percezione interna ed esterna, pur poggiando su basi materiali e concettuali già esistenti.
Il primo binario riguarda la percezione del rischio: l’ambiente strategico intorno al Giappone è peggiorato in modo strutturale. Kishida e Ishiba hanno interiorizzato questa lettura senza trasformarla in una narrazione identitaria. Il loro approccio è stato quello di un adattamento progressivo, presentato come necessario e difensivo, non come una rottura ideologica. La guerra in Ucraina ha avuto un effetto dirompente, perché ha dimostrato come un conflitto su larga scala possa esplodere improvvisamente e ridefinire gli equilibri regionali. A Tokyo, questa lezione è stata letta attraverso il prisma dell’Asia orientale: l’ascesa della Cina, il continuo sviluppo nucleare e missilistico della Corea del Nord, il riavvicinamento strategico tra Pechino e Mosca e l’accordo di mutua difesa tra Russia e Pyongyang hanno alimentato la percezione del rischio. In questo contesto, l’idea che la sicurezza nipponica possa continuare a poggiare esclusivamente su un’interpretazione restrittiva della Costituzione e sull’ombrello americano appare sempre meno sostenibile.
L’aumento della spesa militare, la revisione della Strategia di Sicurezza Nazionale, l’introduzione del concetto di “capacità di contrattacco” e l’acquisizione di sistemi d’arma a lungo raggio sono state giustificate come risposte pragmatiche a minacce concrete. Già Kishida e Ishiba si erano mossi verso una cooperazione sempre più stretta con gli Stati Uniti, la firma di accordi di sicurezza con Paesi come Australia, India e Filippine e uno storico documento di partnership con la Nato. Kishida ha insistito nel presentare queste scelte come coerenti con lo spirito dell’articolo 9 della Costituzione imposta dal generale americano Douglas MacArthur, con cui Tokyo rinuncia formalmente al diritto sovrano di belligeranza a favore di una pace internazionale basata su ordine e giustizia. Per questo, formalmente, il Giappone non ha un esercito ma delle forze di autodifesa. Kishida e Ishiba hanno sempre evitato di parlare di “attacco preventivo” o di riarmo in senso classico, preferendo formule come “rafforzamento della deterrenza” e “difesa realistica”.
Il secondo binario è specificamente legata alla figura di Takaichi. Esponente dell’ala più nazionalista del Partito Liberal Democratico (al potere quasi ininterrottamente da 70 anni) e considerata l’erede politica di Shinzo Abe, la premier incarna una visione del Giappone che non si limita ad adattarsi al contesto internazionale, ma intende ridefinire attivamente il ruolo del Paese. La sua retorica sull’”orgoglio nazionale”, il richiamo a una maggiore autonomia strategica e la critica implicita alla cosiddetta “diplomazia delle scuse” per l’era coloniale segnano una discontinuità simbolica forte. Takaichi non teme di mettere in discussione i tabù fondativi del Giappone postbellico, convinta che questi abbiano finito per trasformarsi in freni più che in garanzie di sicurezza. Questa impostazione emerge chiaramente nel programma di riarmo che la premier sostiene con decisione. L’aumento massiccio della spesa militare, destinato a essere finanziato anche attraverso nuove tasse, non è presentato come una misura temporanea, ma come un investimento strutturale per trasformare il Giappone in una potenza militare moderna, capace non solo di difendersi, ma anche di dissuadere attivamente eventuali aggressori. Il rafforzamento delle capacità di attacco preventivo, tema particolarmente sensibile in un Paese che per decenni ha dichiarato di possedere solo strumenti difensivi, rappresenta un ulteriore salto concettuale.
Anche la cooperazione con gli Stati Uniti assume un significato diverso: non più soltanto alleanza asimmetrica basata sulla protezione americana, ma partnership più equilibrata, in cui Tokyo si assume una quota maggiore di responsabilità e rischi.
Al centro di questo impegno c’è innanzitutto un incremento senza precedenti della spesa per la difesa. Il bilancio per l’anno fiscale 2026 prevede circa 9.000 miliardi di yen (circa 49 miliardi di euro), superando i precedenti record e spingendo Tokyo verso l’obiettivo di destinare circa il 2% del PIL alle spese militari entro il 2027, in linea con gli standard della Nato e con una prospettiva di crescita ancora più ambiziosa negli anni seguenti. Questa maggiore disponibilità finanziaria non è generica: è accompagnata da una ridefinizione delle priorità capaci di incidere sulla dottrina difensiva giapponese. Per la prima volta una parte significativa del budget è destinata allo sviluppo e all’acquisizione di capacità di contrattacco, cioè sistemi in grado di colpire obiettivi nemici prima che possano rappresentare una minaccia diretta al territorio nazionale. Questo concetto, in passato politicamente controverso in Giappone, è ora formalizzato nei documenti strategici della sicurezza e tradotto in investimenti concreti.
Tra le capacità in fase di acquisizione o potenziamento vi sono infatti missili a lungo raggio. Il Giappone ha concordato contratti con Mitsubishi Heavy Industries per produrre missili migliorati della serie Type-12 con gittata estesa fino a circa 900-1.500 km, capaci di colpire bersagli terrestri così come navi in mare lontano. Parallelamente, Tokyo ha programmato l’acquisto di circa 400 missili da crociera Tomahawk di fabbricazione statunitense, con raggio operativo di circa 1.600 km. Queste capacità – che includono anche piani per lo sviluppo futuro di veicoli plananti ipersonici con gittate ancora maggiori (fino a 3.000 km) – sono concepite per creare una forma di deterrenza che non si limita a respingere un attacco, ma “tenere sotto pressione” potenziali avversari prima che possano agire. In termini strategici, significa passare da una difesa passiva alla capacità di colpire le reti di lancio nemiche, basi avanzate o navi portaerei opponenti in una crisi grave.
È in questo quadro che si inserisce anche il dibattito, finora impensabile, sulle armi nucleari. Pur rimanendo ufficialmente fedele ai Tre Principi Non Nucleari, il fatto stesso che alti funzionari governativi e settori della maggioranza parlino apertamente dell’ipotesi di una futura dotazione autoctona segna una rottura. Il Giappone ha costruito parte della propria identità internazionale sulla memoria di Hiroshima e Nagasaki. Mettere in discussione quel tabù, anche solo a livello teorico, significa riconoscere che la logica della deterrenza sta tornando a prevalere su quella del monito morale. Per Takaichi, il punto non è necessariamente dotarsi di un arsenale nucleare, ma liberare il dibattito da vincoli considerati ormai anacronistici.
La questione di Taiwan è emblematica di questa differenza di approccio. I governi moderati avevano riconosciuto l’importanza strategica dello Stretto, ma avevano evitato dichiarazioni che potessero essere lette come un impegno diretto del Giappone in caso di conflitto. Takaichi, al contrario, afferma esplicitamente che un attacco a Taiwan sarebbe una minaccia esistenziale per il Giappone e che potrebbe portare a un intervento militare di Tokyo, rompendo l’ambiguità strategica. Questa scelta non cambia automaticamente le capacità militari del Paese, ma ne cambia profondamente la postura percepita, soprattutto agli occhi di Pechino, che interpreta il nuovo corso come un ritorno a una logica di potenza.
Le conseguenze di questo nuovo corso sono profonde. Il riarmo “moderato” di Kishida e Ishiba tendeva a smussare i conflitti, cercando consenso attraverso gradualità e linguaggio tecnico. L’accelerazione di Takaichi, invece, polarizza il dibattito. Rafforza il consenso dei settori nazionalisti e di chi ritiene che il Giappone debba finalmente assumere un ruolo più assertivo, ma riattiva anche le paure storiche, le opposizioni pacifiste e le tensioni nelle regioni più esposte, come Okinawa. Il riarmo smette di essere un processo quasi invisibile e diventa una scelta politica divisiva.
La Cina vede (o quantomeno racconta) questa trasformazione come una minaccia diretta e come un ritorno, seppur in forme diverse, di un Giappone militarizzato. Questa percezione alimenta una spirale di diffidenza reciproca, in cui ogni passo di Tokyo verso una maggiore autonomia strategica viene letto a Pechino come una provocazione.
D’altronde, il riarmo promosso da Takaichi non è solo una questione di bilanci, armamenti o alleanze. È una scelta che tocca il cuore dell’identità giapponese, sospesa tra il retaggio del pacifismo postbellico e la pressione di un mondo sempre più instabile.

