Il Consiglio federale giustifica lo sgravio 27 con l’obiettivo di “impedire deficit importanti, rispettare il freno all’indebitamento e riportare il bilancio in equilibrio”. Ma tagliare ricerca e formazione per inseguire un deficit che spesso, a consuntivo, scompare? Quanto grave è e di quanto parliamo?

Nel quadro del pacchetto di sgravio 27, la Confederazione prevede una riduzione importante dei finanziamenti alla ricerca scientifica. Il bersaglio principale è il Fondo Nazionale Svizzero (FNS/SNSF): circa 270 milioni di franchi in meno in due anni, che si riflettono in un taglio del 10% nel 2027 e dell’11% nel 2028.
Gli effetti sono già visibili: nel 2025, per assorbire in anticipo una parte dei tagli previsti, sono stati finanziati meno progetti. E secondo le stime del FNS, nel prossimo biennio si potranno finanziare complessivamente circa 500 progetti in meno.

E non è solo una questione di numeri: alcune misure colpiscono direttamente innovazione e giovani. Ad esempio, con la sospensione dei progetti SPARK, uno strumento pensato per sostenere idee innovative e non convenzionali: niente nuovi bandi almeno fino a fine 2027. Oppure i progetti SPIRIT, crearti per facilitare collaborazioni con paesi del “sud globale”, sospesi fino al 2028.

Il punto vero, però, è politico: colpire ricerca e formazione è un errore strategico. Non sono una voce flessibile del bilancio da comprimere per inseguire un deficit che, quasi ogni anno, a consuntivo si ridimensiona o scompare. Tagliare significa fermare progetti pluriennali, indebolire infrastrutture e rendere più fragili le carriere dei giovani, non risparmiare. Ipotecando il futuro con meno innovazione, meno competitività, meno attrattività.


Ultimamente ci sono state delle proteste da parte soprattutto degli studenti per queste misure di risparmio, meno ci sembra dei ricercatori. Com’è l’ambiente? Ci si può aspettare delle proteste un po’ più vigorose?

L’ambiente è teso e, rispetto al passato, decisamente più politicizzato. Le proteste ci sono state: il 1° ottobre 2025 si è svolta una mobilitazione nazionale, con una grande manifestazione a Berna e azioni in diverse città, culminata nella consegna di una petizione con 37’361 firme. Gli studenti sono stati in prima linea perché hanno più libertà di esporsi. Per molti ricercatori, soprattutto giovani, la precarietà contrattuale e la dipendenza dai finanziamenti rendono la protesta più difficile e meno “visibile”. Proteste più vigorose sono possibili se le misure di risparmio diventeranno tangibili nella vita quotidiana delle università: meno progetti, meno opportunità, maggiore insicurezza. 


Altri paesi europei, per attirare ricercatori di punta dagli Stati Uniti, a seguito del caos creato da Donald Trump, stanno aumentando i budget di ricerca in modo anche mirato. Non è un grosso controsenso che la Svizzera stia facendo proprio il contrario?

Sì, è un controsenso. La Svizzera sta rinunciando a un’opportunità storica. In questo momento diversi Paesi europei stanno cercando esplicitamente di attrarre ricercatori dagli Stati Uniti, anche con misure mirate: la Commissione europea ha lanciato iniziative “Choose Europe” per rendere più attrattive le carriere scientifiche e sostenere la mobilità dei talenti, e l’ERC ha aumentato i fondi aggiuntivi per chi si trasferisce in Europa (fino a 2 milioni di euro). Anche singoli Paesi si stanno muovendo con programmi ad hoc (es. Austria, Norvegia).

In questo scenario la Svizzera avrebbe vantaggi naturali enormi: qualità della vita, stabilità, infrastrutture scientifiche eccellenti. Ma tagliare ora manda il messaggio opposto: “qui non investiamo”. E anche questa è una scelta miope: la Svizzera ama definirsi “Paese dell’innovazione”, ma poi rischia di trattare la ricerca come una spesa comprimibile. In realtà è l’opposto: oggi la competitività e anche la sicurezza di un Paese dipendono da capitale umano, capacità tecnologica e autonomia scientifica. Tagliare la scienza quando gli altri investono non è prudenza contabile: è un errore strategico.


Andrea Cavalli
Group Leader, Computational Structural Biology, Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB), Università della Svizzera Italiana, Bellinzona