Pesanti venti di guerra soffiano sull’Europa: le minacce di Donald Trump di impossessarsi della Groenlandia, la guerra in Ucraina che si prolunga senza fine, il coinvolgimento indiretto dell’Europa nello sterminio realizzato da Israele a Gaza, il moltiplicarsi di azioni militari dal Medio Oriente al Venezuela cambiano le dinamiche europee. L’Europa si sta trasformando, da una comunità costruita su una prospettiva di pace a un’Unione (spesso disunita per la verità) caratterizzata da priorità militari. 

Questo passaggio nasce già prima della guerra in Ucraina. Nel 2024, i Paesi dell’UE (secondo le definizioni e i dati della NATO) hanno speso 346 miliardi di euro per i loro bilanci militari, con un aumento in termini reali del 66% tra il 2013 e il 2024. Se consideriamo il totale dei Paesi UE della NATO e le principali economie europee – Germania, Francia, Italia e Spagna – vediamo che nell’ultimo decennio l’espansione dei bilanci militari nazionali e, in particolare, l’acquisizione di nuove armi, ha superato di molto la crescita del PIL, della spesa pubblica totale e della spesa sociale e ambientale.

A livello di Unione Europea, i fondi comunitari destinati ai programmi militari – ricerca e sviluppo nel settore della difesa, produzione di armi, acquisti congiunti, mobilità militare e forniture di armi – sono aumentati esponenzialmente, con una crescita del 350% dal 2021 al 2024. Le dimensioni sono ancora limitate – nel 2024 le spese militari nazionali aggregate dei Paesi UE della NATO ammontano a più di 40 volte il totale dei fondi per il settore militari stanziati dall’Unione – ma i nuovi strumenti europei per espandere la spesa militare si stanno moltiplicando, dalla possibilità per gli stati di aumentare la spesa militare fuori dei vincoli del Patto di stabilità, alle proposte su debito comune europeo per il riarmo.

La Commissione europea ha un ruolo sempre più importante nello sviluppo di iniziative nel settore della difesa, con programmi come il Fondo europeo per la difesa (EDF) che finanzia la ricerca e la produzione di nuovi sistemi d’arma. Il programma più corposo dal punto di vista delle risorse è il Fondo europeo per la pace (EPF), finanziato dagli Stati membri dell’UE per la fornitura di armi e munizioni a Paesi terzi. L’Ucraina, per esempio, ha ottenuto dal Fondo europeo per la pace 5,6 miliardi di euro di forniture militari dall’inizio della guerra con la Russia fino al 2025. In totale, ai programmi militari dell’Unione sono stati destinati di 8,2 miliardi di euro nel 2023, contro i 200 milioni di euro del 2019 – come documenta l’ebook di Sbilanciamoci! “L’Europa a mano armata”.
Importanti sviluppi politici stanno accelerando questo percorso di militarizzazione. La nomina per la prima volta di un commissario europeo per la difesa e lo spazio – il lituano Andrius Kubilius – mostra la centralità della difesa a livello politico all’interno dell’Unione. L’attivismo sul piano militare dei maggiori paesi europei – Francia e Germania, oltre al Regno Unito – sull’Ucraina, sulla Groenlandia e su altri fronti segnala la ricerca di un ruolo militare europeo, tra una Nato che al tempo di Trump ha perso la propria funzione e un pericoloso ritorno a ambizioni di potenza nazionale dei singoli paesi.

Paradossalmente, il nuovo attivismo militare dell’Europa non nasce da un dibattito sulle reali esigenze di sicurezza, da una seria valutazione delle possibilità di “autonomia strategica”, del modello di difesa e del sistema di accordi che potrebbe assicurare un ordine di pace in Europa. Manca un confronto politico su questi temi e l’opposizione alla deriva militare dell’Europa è ancora frammentata.

In tutti i paesi ci sono state importanti manifestazioni contro lo sterminio a Gaza, ma con forti differenze all’interno delle mobilitazioni e nelle iniziative dei diversi paesi. Contro un’Europa militare si è costituita la campagna Stop Rearm Europe, sulla base di un appello che ha raccolto novecento adesioni di sigle da diciotto Paesi Ue, e che ha organizzato manifestazioni contro il vertice Nato del 21 giugno 2025 (https://stoprearm.org/).

In Italia le mobilitazioni sono state particolarmente ampie – con l’importante saldatura tra pacifisti e sindacato, con l’impegno della Cgil e dei sindacati di base contro il riarmo e le guerre – e hanno riguardato anche la legge di bilancio 2026 che rilancia la spesa militare. Nell’autunno 2025 la Rete italiana pace e disarmo e Sbilanciamoci! hanno promosso la campagna “Ferma il riarmo” che ha organizzato una carovana in 50 città italiane dove si sono tenute proteste e iniziative. Il 12 ottobre si è tenuta la marcia Perugia-Assisi e diverse manifestazioni hanno riguardato le produzioni militari di Leonardo e altre imprese belliche (https://sbilanciamoci.info/per-unitalia-e-uneuropa-non-violente/).

Sul piano culturale, si può ricordare che in Italia è nato il dottorato nazionale di Studi sulla Pace e si è tenuta una scuola estiva internazionale su guerra e pace (i video so­no di­spo­ni­bi­li qui).

Resta forte, tuttavia, la distanza tra le iniziative dei movimenti per la pace e la scarsa azione delle forze politiche e dei governi – a scala nazionale come a quella europea. Insieme all’eterogeneità delle esperienze nazionali, tutto questo ha limitato finora la possibilità di costruire un fronte europeo comune capace di opporsi alle politiche di riarmo e di sviluppare alternative di pace. 

di Mario Pianta, Campagna Sbilanciamoci!