A più di dieci anni dall’entrata in vigore della Legge federale sulla protezione del territorio, il Ticino non applica ancora la legge perché il Cantone è in ritardo e i Comuni inadempienti.


Nel 2013 il popolo svizzero ha approvato la revisione della Legge federale sulla pianificazione del territorio (LPT) come controprogetto all’Iniziativa per il paesaggio. Il messaggio era chiaro: basta espansione incontrollata delle zone edificabili, basta consumo di suolo, basta pianificazione piegata agli interessi immobiliari. Da allora, le zone edificabili devono essere dimensionate esclusivamente in base al fabbisogno prevedibile dei prossimi quindici anni, le riserve sovradimensionate vanno ridotte e la crescita deve avvenire all’interno degli insediamenti esistenti.

In Ticino, però, questo mandato democratico è stato svuotato dall’interno e con tentativi fatti a più riprese.

Quando nel 2022 il Cantone ha finalmente trasmesso a Berna le schede del Piano direttore R1 e R6, la Confederazione è dovuta intervenire direttamente, correggendo d’ufficio le previsioni demografiche e occupazionali, giudicate troppo permissive. Il Consiglio federale ha imposto cifre di crescita molto più basse e ha ribadito che il perimetro delle zone edificabili è di fatto congelato fino al 2050. Il messaggio federale è stato inequivocabile: niente nuove espansioni, prima si usino le riserve e si riducano le superfici sovradimensionate.

Ma una cosa è ricevere le regole scritte nero su bianco, un’altra è applicarle.

Il sistema di calcolo utilizzato in Ticino per determinare il fabbisogno abitativo e lavorativo produce risultati distorti. Il fabbisogno di zone edificabili abitative viene mediato con il fabbisogno di zone lavorative, anche quando si tratta in larga parte di lavoratori frontalieri che non vivono in Ticino e che difficilmente vi si trasferiranno, producendo delle distorsioni. In questo modo si gonfia artificialmente la domanda di zone edificabili abitative e si giustifica il mantenimento di vaste riserve edificabili. A questo si aggiunge un secondo artificio: i terreni per cui vengono rilasciate licenze edilizie, anche se i cantieri non sono mai partiti, vengono sottratti dalle riserve. Le superfici edificabili scompaiono sulla carta, entrano a far parte del costruito, ma di fatto restano intatte sul territorio e dovrebbero costituire a tutti gli effetti delle riserve di zona edificabile.

Infine, il calcolo ignora sistematicamente un altro dato fondamentale: il patrimonio abitativo esistente. In molti Comuni ci sono centinaia di appartamenti vuoti, ma questi non entrano in conto come riserva e quindi non entrano nel calcolo del dimensionamento. Il risultato è che Comuni con riserve enormi, ben sopra i limiti posti dagli intenti della LPT, risultano improvvisamente “in regola”.

Il caso di Stabio è emblematico. Con circa 4’800 abitanti, 3’300 posti di lavoro e oltre 300 appartamenti sfitti, il Comune dovrebbe essere uno dei più sovradimensionati nei fondi valle del Cantone. Eppure, grazie ai correttivi descritti in precedenza, risulta solo leggermente oltre i limiti e può evitare vere riduzioni di zone edificabili. Non contento di ciò, per rientrare nei parametri ricorre allora alla riduzione degli indici di sfruttamento: si costruisce meno in altezza o in volume, ma non si restituisce suolo alla natura o all’agricoltura. È una riduzione ingannevole, che non risponde allo spirito della LPT e nemmeno alle intenzioni dei cittadini che l’hanno votata.

Ancora più grave è ciò che accade sul terreno. Se i Comuni sovradimensionati non adottano celermente, così come previsto dalla Legge, delle zone di pianificazione volte a tutelare gli interessi della comunità si rischia una disparità di trattamento tra cittadini a causa di un conflitto normativo tra il diritto federale della pianificazione del territorio, vincolante, e piani regolatori comunali non ancora adeguati.

Nei Comuni fortemente sovradimensionati, le misure di salvaguardia nei fatti potrebbero venir applicate in modo arbitrario. Un fondo inserito nell’edificato, quindi in una zona urbanizzata, potrebbe essere bloccato con una decisione sospensiva se qualcuno impugna la licenza. Mentre un fondo ai margini del territorio edificabile, magari confinante con una zona agricola, in assenza di opposizioni, potrebbe essere tranquillamente edificato. Chi ha un vicino che inoltra un ricorso potrebbe venir congelato, mentre chi non ce l’ha costruisce. Questa non è giustizia, è incertezza giuridica e caos amministrativo.

Si crea una palese violazione del principio di uguaglianza. La legge federale impone di ridurre le zone sovradimensionate in modo generale e trasparente, non di colpire singoli casi a seconda dei ricorsi inoltrati. In questo modo non si fanno gli interessi della comunità ma di singoli proprietari.

Il territorio è un bene collettivo. Continuare a gestirlo con trucchi e inadempienze procedurali significa tradire la volontà popolare espressa nel 2013 e compromettere definitivamente la qualità del paesaggio ticinese.

In tutto questo il Cantone è un complice che si sottrae deliberatamente alle proprie responsabilità. Se la Sezione dello sviluppo territoriale accerta che i Piani regolatori comunali sono sovradimensionati e che, di conseguenza, sussistono le condizioni legali per l’adozione immediata di misure di salvaguardia della pianificazione, allora ogni licenza edilizia rilasciata in tale contesto dovrebbe essere valutata alla luce di questo obbligo superiore. Tuttavia, invece di imporre criteri chiari e un’applicazione uniforme del diritto, il Cantone rinvia ai Municipi la decisione se sospendere o meno le licenze edilizie, trattando l’attuazione delle misure come una facoltà discrezionale anziché come un dovere giuridico. In questo modo, pur avendo riconosciuto l’incompatibilità della pianificazione comunale con il diritto federale, l’autorità cantonale si sottrae al proprio ruolo di vigilanza e consente che le licenze edilizie vengano rilasciate o bloccate in modo disomogeneo e imprevedibile. Ne risulta un’applicazione selettiva della LPT che mina la certezza del diritto e trasforma il Cantone, di fatto, in un garante passivo di una pianificazione non conforme, anziché nel custode dell’interesse pubblico e dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

La verità è semplice. E allora o si applica davvero la LPT, oppure si ha il coraggio di ammettere apertamente di volerla aggirare. Tutto il resto è ipocrisia. Il risultato è che nel nostro Cantone la modifica della LPT votata nel 2013 non avrà alcun effetto, violando di fatto il volere popolare senza alcun rispetto di chi erediterà un territorio distrutto.

di Ivo Durish, capogruppo socialista in Gran Consiglio