Di fronte alla competizione globale sull’intelligenza artificiale, la domanda su chi “vincerà” non è soltanto tecnologica ma profondamente politica, industriale e culturale. La Cina, sempre più spesso indicata come principale sfidante degli Stati Uniti, non sta giocando la stessa partita dell’Occidente con regole simili: sta costruendo un ecosistema diverso, coerente con il proprio modello di sviluppo. È in questo scarto strutturale che si colloca l’idea, sostenuta anche dal capo del colosso tecnologico Nvidia Jensen Huang, secondo cui Pechino sarebbe destinata a prevalere. Non perché oggi disponga dei modelli più avanzati o dei chip più potenti, ma perché ha impostato l’intelligenza artificiale (IA) come un’infrastruttura strategica di lungo periodo, integrata nello Stato, nell’economia reale e nella società.

Il primo elemento decisivo è la regolamentazione. In Occidente, e in particolare negli Stati Uniti, lo sviluppo dell’IA è stato finora trainato quasi esclusivamente dal settore privato, in un contesto di deregolamentazione o di regolazione ex post. L’approccio promosso già dalla prima amministrazione Trump ha lasciato alle Big Tech un’enorme libertà di sperimentazione, con l’idea che il mercato avrebbe selezionato le soluzioni migliori. Questo ha prodotto un’accelerazione impressionante, ma anche una frammentazione profonda: modelli chiusi, guerre sui dati, competizione estrema per il talento e una crescente distanza tra ricerca di frontiera e interesse pubblico.

La Cina ha seguito una strada opposta. Fin dall’inizio ha scelto di intervenire in modo diretto, definendo cornici normative stringenti non per frenare l’innovazione, ma per incanalarla. Le regole sui modelli generativi, sull’IA che simula personalità umane o che interagisce emotivamente con gli utenti, rispondono a una logica di governance preventiva: stabilire cosa è ammesso, cosa è vietato e quali obiettivi strategici devono essere perseguiti. In questo senso, la regolamentazione non è un ostacolo, ma uno strumento di coordinamento. Riduce l’incertezza, orienta gli investimenti e consente allo Stato di allineare università, startup, grandi imprese e apparato produttivo attorno a priorità condivise.

Questa pianificazione si riflette direttamente nel secondo fattore chiave: l’uso dell’intelligenza artificiale come tecnologia operativa, incorporata nei processi materiali dell’economia e non confinata al livello simbolico delle interfacce conversazionali. In Occidente, il dibattito pubblico sull’IA è spesso dominato da chatbot, generatori di immagini, strumenti per il marketing o per la produttività individuale. In Cina, pur esistendo anche queste applicazioni, il baricentro è spostato altrove. L’IA è pensata prima di tutto come leva per aumentare l’efficienza agricola, ottimizzare la manifattura, sostenere un sistema sanitario sotto pressione demografica, rafforzare l’istruzione scientifica e tecnologica, automatizzare la logistica e l’energia. È per questo che Pechino investe massicciamente in robotica, in sistemi di visione artificiale per le fabbriche, in assistenti intelligenti per gli anziani, in piattaforme educative adattive già diffuse nelle scuole. L’intelligenza artificiale non è vista come un “oracolo” che risponde alle domande, ma come una forza lavoro cognitiva distribuita, destinata a entrare stabilmente nei luoghi della produzione e della cura.

Questo approccio produce un vantaggio spesso sottovalutato: enormi quantità di dati reali, generati in contesti concreti e ripetitivi, che alimentano un ciclo di miglioramento continuo. Mentre molti modelli occidentali vengono addestrati su dati testuali e simulazioni, le applicazioni cinesi raccolgono feedback dal mondo fisico, dall’interazione quotidiana con macchine, pazienti, studenti, utenti. È un tipo di apprendimento più lento, meno spettacolare, ma estremamente robusto. Inoltre, consente di sviluppare soluzioni altamente specializzate, magari meno “brillanti” nei benchmark generali, ma molto più efficaci nel risolvere problemi specifici. In prospettiva, questo potrebbe rivelarsi decisivo quando l’attenzione si sposterà dall’intelligenza astratta all’intelligenza incorporata, capace di agire nel mondo.

Sorprende la varietà di applicazioni pratiche dell’IA nella vita industriale, sociale e persino ludica della Cina. Qualche esempio? Entro il 2035, si punta a creare un ecosistema educativo scientifico e tecnologico completamente integrato. Non si tratta solo di aggiornare i programmi scolastici o di introdurre corsi di coding, ma di ripensare l’intero ambiente educativo come un sistema in cui l’IA è al tempo stesso oggetto di studio, strumento didattico e infrastruttura invisibile che supporta l’apprendimento. Le recenti linee guida pubblicate dal governo per il rafforzamento dell’istruzione scientifica e tecnologica chiariscono questo punto senza ambiguità: l’IA non è più una competenza specialistica da riservare a élite accademiche, ma una conoscenza di base da introdurre fin dall’infanzia, al pari della matematica o delle scienze naturali.

In questo quadro, la diffusione dei giochi dotati di IA non è un elemento marginale, ma una componente fondamentale. I compagni conversazionali per bambini, spesso descritti in Occidente come semplici giocattoli “controversi”, in Cina svolgono una funzione educativa implicita. Abituano i più piccoli a interagire con sistemi intelligenti, a porre domande, a ricevere risposte personalizzate, a considerare la tecnologia come qualcosa di dialogico e adattivo. Il confine tra gioco e apprendimento si fa sempre più sottile: il gioco diventa una prima forma di familiarizzazione cognitiva con l’IA, la scuola ne rappresenta la formalizzazione, l’università e il lavoro il naturale proseguimento. Questi dispositivi non sono pensati come gadget occasionali, ma come presenze quotidiane, integrate nella routine domestica, educativa e persino affettiva. È per questo che, quando smettono di funzionare, la reazione non è quella che si avrebbe di fronte a un oggetto qualsiasi, ma somiglia a un lutto in miniatura. In Occidente, una scena del genere viene spesso letta come un campanello d’allarme. Il dibattito pubblico tende immediatamente a spostarsi sui rischi: dipendenza emotiva, confusione tra umano e artificiale, manipolazione psicologica, mancanza di consenso informato.

La Cina ha scelto un approccio radicalmente diverso. Da un lato, ha riconosciuto che questo tipo di tecnologia sarebbe comunque entrata nella vita dei bambini; dall’altro, ha deciso di governarne lo sviluppo anziché subirlo. Le autorità hanno introdotto regolamenti specifici sull’intelligenza artificiale che simula personalità umane e interagisce a livello emotivo, imponendo limiti, obblighi di trasparenza e responsabilità precise ai produttori. Ma, ed è questo il punto cruciale, la regolamentazione non è arrivata per bloccare il settore, bensì per renderlo scalabile. Le aziende e le piattaforme che sviluppano IA capaci di simulare personalità umane sono chiamate a implementare meccanismi di supervisione, valutazione del rischio e controllo dei contenuti. Questo include la prevenzione di comportamenti ingannevoli, la gestione delle interazioni emotivamente sensibili e la possibilità di intervenire rapidamente in caso di effetti negativi sugli utenti. In altre parole, la Cina trasferisce sulle imprese una quota significativa di responsabilità sociale, rendendola parte integrante del modello di business. L’innovazione non viene lasciata a se stessa, ma accompagnata da obblighi precisi.

Il terzo elemento è l’apertura open source, che rappresenta una delle mosse più intelligenti della strategia cinese. Progetti come DeepSeek, Qwen o altri modelli rilasciati apertamente non sono soltanto un gesto di trasparenza o di collaborazione scientifica, ma uno strumento geopolitico. In un contesto in cui molti modelli occidentali restano chiusi, costosi e vincolati a infrastrutture proprietarie, l’open source cinese offre un’alternativa accessibile, adattabile e sovrana. Questo è particolarmente rilevante per il Sud globale, dove molti Paesi non possono permettersi di dipendere da modelli statunitensi, né economicamente né politicamente. Fornire modelli aperti, localizzabili in più lingue e utilizzabili su hardware meno avanzato significa costruire alleanze tecnologiche di lungo periodo. Non è un caso che molte iniziative cinesi puntino esplicitamente a supportare contesti educativi, amministrativi e industriali in Asia, Africa e America Latina.

L’open source, inoltre, svolge una funzione interna cruciale. In un sistema dove le risorse di calcolo sono più limitate rispetto agli Stati Uniti, la condivisione del codice e dei modelli favorisce l’ottimizzazione, l’ingegneria efficiente, la cooperazione tra università e imprese. Come hanno sottolineato diversi ricercatori cinesi, la scarsità relativa di circuiti elettronici ad alta capacità di calcolo (GPU) ha spinto a innovare sul piano algoritmico e architetturale, riducendo sprechi e duplicazioni. Questo non elimina il divario complessivo di potenza di calcolo, ma crea una cultura dell’efficienza che potrebbe diventare un vantaggio competitivo nel medio periodo, soprattutto se i costi energetici e computazionali continueranno a crescere.

Naturalmente, in Cina non mancano limiti strutturali importanti, a partire dalla dipendenza da tecnologie critiche come la litografia avanzata e dalla difficoltà di guidare veri cambi di paradigma nella ricerca di frontiera. Ma la direzione di marcia è chiara. La combinazione di pianificazione statale, applicazioni concrete e apertura strategica sta costruendo un ecosistema coerente, orientato non al primato simbolico, ma alla trasformazione profonda della società e dell’economia.

Se l’intelligenza artificiale del futuro sarà soprattutto un’infrastruttura invisibile, integrata nei sistemi produttivi, educativi e sanitari, allora la Cina sta probabilmente preparando il terreno con maggiore coerenza rispetto all’Occidente. Non perché ignori i rischi o le questioni etiche, ma perché le affronta all’interno di un progetto politico preciso.

 

L’economia di mercato guidata della Cina


Rainer Land, conosciuto economista tedesco, ha pubblicato per il Promedia Verlag di Vienna nella collana Makroskop, un libro estremamente interessante, purtroppo per il momento disponibile solo in tedesco. Il titolo è “Chinas gelenkte Marktwirtschaft. Hintergründe eines Booms”. Land analizza profondamente gli sviluppi dell’economia cinese dal momento delle riforme lanciate da Deng Xiaoping nel 1978 e dimostra come questa sia sì un’economia di mercato, ma strettamente guidata dalle decisioni fondamentali dello stato.

Descrive anche le cause del boom cinese, che secondo lui continuerà e porterà la Cina a essere la prima economia mondiale. A proposito degli strumenti democratici, egli criticamente dice che per il momento sono ancora insufficienti: se però, come han promesso di fare, i dirigenti cinesi sviluppassero ulteriormente la partecipazione popolare alle decisioni (in parte, almeno a livello regionale, già molto presente) secondo Rainer Land ci sarebbero tutte le condizioni per arrivare a termine a sviluppare una società socialista e democratica.