La Svizzera rischia di compiere un passo che contraddice profondamente la propria storia, i propri valori umanitari e compromette al contempo la propria neutralità e credibilità internazionale. Suona esagerato? Purtroppo no, come cercherò di dimostrare ampiamente nel corso di questo articolo.
Con la prevista modifica di legge sul materiale bellico (LMB), approvata alla fine della sessione invernale nel dicembre 2025, Parlamento e Consiglio federale intendono allentare in modo sostanziale norme introdotte nel 2022 grazie al controprogetto dell’iniziativa contro le esportazioni di armi verso Paesi in guerra civile (Iniziativa correttrice). Criteri chiari e trasparenti introdotti proprio per impedire che armi svizzere finissero in guerre civili, regimi autoritari e teatri di gravi violazioni dei diritti umani.
Si tratta chiaramente di una scelta politica, profondamente voluta dalla maggioranza di destra del Parlamento, che mette il profitto e gli interessi della lobby dell’armamento elvetica al di sopra delle vite umane. Una grave violazione dei principi fondamentali della politica estera e di sicurezza della Confederazione! Pertanto un’ampia alleanza di partiti e organizzazioni della società civile ha lanciato ad inizio gennaio il referendum.
Negli ultimi anni, proprio grazie a queste regole chiare e vincolanti, la Svizzera ha limitato la possibilità che materiale bellico elvetico finissero in teatri di guerra attivi. Non si è trattato di un atto ideologico, bensì di responsabilità: evitare che armi prodotte nel nostro Paese contribuiscano a massacrare la popolazione civili, repressioni interne o crimini di guerra. La proposta di modifica di legge ribalta tale principio, subordinando la tutela dei diritti umani e della neutralità a interessi economici e ‘presunti’ di politica estera.
Ma cosa prevede esattamente la revisione di legge sul materiale bellico? Le regole sull’esportazione di armi vengono allentate, rendendo l’esportazione di armi possibile in linea di principio ovunque e in qualsiasi momento. In particolare, le esportazioni verso 25 Paesi occidentali (allegato 2 dell’ordinanza sul materiale bellico OMB) diventerebbero ammissibili anche se quest’ultimi sono coinvolti in guerre civili o internazionali oppure responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.
Il cuore del problema sta proprio nella perdita di controllo democratico. Da un lato, il Consiglio federale si attribuisce la facoltà di derogare ai criteri di esportazione praticamente per qualsiasi Paese, invocando motivi vaghi come “interessi di sicurezza”. Che cosa ciò significhi nel dettaglio non è al momento dato sapersi, rimanendo pertanto a discrezione del Governo senza alcun diritto d’appello da parte di popolazione e Parlamento. Dall’altro, viene smantellato il principio della dichiarazione di non riesportazione, che finora garantiva che il materiale bellico svizzero non potesse essere trasferito a terzi senza il consenso di Berna.
In futuro, vista la quasi totale abolizione della dichiarazione di non riesportazione, le armi potrebbero cambiare destinatario senza alcun controllo democratico, finendo quasi sicuramente in zone di guerra o nelle mani di attori coinvolti in atrocità. Ciò potrebbe portare, ad esempio, a un impiego indiretto di armi svizzere a Gaza, poiché il materiale venduto agli USA è stato poi a sua volta trasferito e fornito ad Israele. Non si tratta di mera millanteria: i dati dell’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI) sono inequivocabili, dato che gli Stati Uniti sono di gran lunga il principale fornitore d’armi di Israele, rappresentando circa i 2/3 delle importazioni di materiale bellico.
Non è nemmeno rischio teorico, come lo ha dimostrato anche la storia recente. Quando i controlli si allentano, le conseguenze sono concrete: armi svizzere sono già comparse in Yemen, in Siria, nelle mani di milizie e gruppi terroristici. Ripetere quegli errori significa accettare consapevolmente che il nostro Paese contribuisca a rendere il mondo più instabile e violento, in un periodo storico dove i conflitti a livello globale sono in rapida crescita.
Particolarmente grave ed ipocrita è l’argomento secondo cui questa modifica di legge sarebbe un atto di “solidarietà” nei confronti dell’Ucraina. È un’argomentazione completamente fuorviante, dato che non permette né esportazioni dirette né indirette verso l’Ucraina, proprio per ragioni di neutralità. Posizione confermata dal Consiglio federale, motivo per cui anche le riesportazioni verso tale Paese non potranno di principio essere autorizzate.
Al contrario, la modifica della LMB apre la strada a esportazioni verso Paesi autoritari e coinvolti in conflitti, dimostrando che la vera priorità non è la solidarietà internazionale, bensì ancora una volta, la tutela degli interessi dell’industria bellica in un contesto di riarmo globale. Abusare della solidarietà nei confronti della terribile situazione in Ucraina è francamente abominevole.
C’è poi una questione di principio che va oltre il tema delle armi. Consentire al Consiglio federale di decidere quasi unilateralmente verso chi esportare significa indebolire il controllo parlamentare e popolare su una materia eticamente sensibile. Le decisioni sulle esportazioni di materiale bellico non sono pratiche amministrative: sono scelte politiche che incidono sulla reputazione, sulla sicurezza e sulla responsabilità morale della Svizzera.
La tradizione umanitaria e la neutralità non sono slogan da evocare nei discorsi ufficiali, ma impegni concreti da rispettare sempre, anche nei momenti più difficili. Accettare che il profitto di pochi prevalga sulla protezione della popolazione civile e sul diritto internazionale significa tradire ogni principio che la Confederazione rappresenta sul piano geopolitico. Il referendum rappresenta pertanto uno strumento essenziale per restituire tale decisione alla popolazione ed impedire un allentamento estremamente pericoloso e difficilmente irreversibile della legge sul materiale bellico.
Dire no a questa modifica di legge non significa ignorare la realtà geopolitica, ma assumersene la responsabilità. Significa ribadire che la Svizzera non vuole essere complice di guerre, repressioni e sofferenze, e che la sicurezza e la dignità umana valgono più di qualsiasi interesse economico. No a quest’assegno in bianco all’industria dell’armamento!

