Che giudizio generale date sullo stato delle proposte per quanto riguarda il nuovo accordo quadro tra Svizzera e UE?


Graziano Pestoni

Prima di rispondere a questa domanda mi sembra indispensabile soffermarci un momento sulla natura dell’UE. Quando fu fondata, nel 1957, la Comunità economica europea comprendeva sei Paesi e lo sviluppo economico e sociale era fondato sulle teorie di John Maynard Keynes. Lo Stato svolgeva un compito fondamentale, l’obiettivo era la piena occupazione, la riduzione delle disuguaglianze, lo sviluppo delle infrastrutture, l’istruzione, la sanità e altri servizi sociali, strumenti essenziali per migliore la qualità della vita e favorire uno sviluppo sostenibile. La politica economica e sociale di Keynes, in sintesi, si fonda sull’idea che il mercato, lasciato a sé stesso, può generare instabilità, incertezza, disoccupazione, disuguaglianze ed è pertanto necessario un intervento pubblico per assicurare stabilità e benessere sociale. La stessa politica era condotta dalla Svizzera, sin dalla metà del XIX. secolo, quando la concezione radicale dello Stato che imperava allora, propugnava uno stato laico e forte. Sono gli anni in cui è stato istituito un forte servizio pubblico: la nazionalizzazione delle ferrovie, della posta, l’istituzione dell’AVS, dell’INSAI (ora SUVA), le banche cantonali. Nel mondo del lavoro si sono generalizzati i contratti collettivi di lavoro, che non hanno evidentemente risolto tutti i problemi, ma hanno permesso un miglioramento sostanziale delle condizioni di lavoro e di vita.

A partire dagli anni Settanta questa situazione non era più gradita dalla maggioranza delle forze politiche e economiche che decisero di cambiare rotta. Essa decise di adottare le teorie liberiste di Milton Friedmann, il consigliere di Augusto Pinochet, autore materiale del colpo di stato del 1970 contro il governo di Salvador Allende, democraticamente eletto tre anni prima. Il mercato, la concorrenza, la competitività, l’individualismo diventarono i nuovi valori in grado di soddisfare i bisogni della società. Sulla scia di quanto stava succedendo negli USA con Ronald Reagan (1981-1989) e in Gran Bretagna con Margaret Thatcher (1979-1990), ci fu un attacco ai sindacati, si tagliarono le tasse ai ricchi, peggiorarono le condizioni di lavoro e si privatizzarono i servizi pubblici. L’Europa diventò solo un grande mercato. 

Le direttive dell’UE non hanno mai inteso conferire allo Stato un ruolo positivo per promuovere l’economia, la ricerca, la formazione, la socialità, l’energia, i trasporti pubblici. Tra il 2017 e il 2022 l’UE ha adottato 850 nuove regole contenute in 36 direttive e 80 regolamenti, per un totale di 5422 pagine (Le Temps, 24.1.2025). Qualcuno ha affermato che gli USA innovano, la Cina produce e l’UE regolamenta. 

Anche gli accordi tra Svizzera e UE, in discussione in questo momento, prevedono soltanto una serie di misure puntuali allo scopo di allineare la legislazione svizzera a quella europea e ad adeguare molte attività secondo la politica neo-liberale in voga nell’UE ormai da diversi decenni. L’obiettivo è quello di orientare ulteriormente la nostra politica verso il mercato e la concorrenza, a scapito degli interessi dei cittadini e dei salariati.

Il giudizio su questo accordo non può quindi essere positivo.


Vasco Pedrina
Gli accordi bilaterali III appena negoziati hanno quale obiettivo un ulteriore sviluppo dei rapporti bilaterali con l’UE. La questione decisiva in materia riguarda le condizioni.

Il carattere dell’UE come quello della Svizzera è contradditorio. L’economia si basa in ambedue sul sistema capitalista. Entrambe si contraddistinguono però da istituzioni democratiche e con regolamentazioni sociali, che assicurano l’integrazione della maggioranza della popolazione. 
Che un’integrazione nel mercato europeo unico si faccia su basi capitalistiche non può sorprendere e non è motivo sufficiente per scegliere la via solitaria, tanto più quando in gioco vi sono molti posti di lavoro.

Che dopo merci e capitale anche il lavoro possa approfittare della libera circolazione rappresenta dal 2004 – con i Bilaterali I – un progresso fondamentale. Anche se non è popolare dirlo in Ticino, l’abolizione del sistema dei contingenti e dei suoi statuti discriminatori, come l’infame statuto dello stagionale, e l’introduzione della libera circolazione delle persone con l’UE, insieme alle misure sociali d’accompagnamento, hanno non solo permesso di ottenere la parità dei diritti, ma pure di migliorare sensibilmente salari e condizioni di lavoro; ciò grazie a un sistema di contratti collettivi di lavoro (CCL) e di controlli nettamente rafforzati (in Ticino pure grazie a vari contratti normali di lavoro e al salario minimo legale).

In questo contesto decisive sono le regolamentazioni sociali in vigore. Negli anni 2000 dominarono nell’UE politiche neoliberali, di austerità e di deregolamentazione. Negli ultimi 5-10 anni l’UE ha messo nel frigorifero la politica d’austerità e a seguito del Covid ha messo in moto un massiccio programma d’investimenti (compreso il New Green Deal) di centinaia di miliardi. Inoltre, con il piano in 10 punti per un «Pilastro sociale», ha adottato nuove direttive, quali ad es. sul lavoro nelle piattaforme informatiche o su salari minimi e contratti collettivi di lavoro, come pure sulla responsabilità sociale delle imprese, che vanno ben al di là della legislazione svizzera.

Dall’autunno scorso, con lo spostamento degli assi politici a destra, a Bruxelles, associazioni padronali e destra sono tornate all’offensiva contro la socialità. è lotta di classe nell’UE come lo è in Svizzera. I sindacati si battono lì come qui contro ogni peggioramento. La Confederazione europea dei sindacati (CES) si impegna con efficacia ormai da anni accanto all’USS per le esigenze comuni nel quadro di nuovi accordi.

Una politica di chiusura verso l’UE serve solo alla destra più becera – in crescita – nel nostro paese. Ma affinché i Bilaterali III possano essere sostenuti dai sindacati, vanno preservati salari e servizi pubblici. 

Dopo una fase di opposizione netta, l’USS all’ultima assemblea generale di qualche settimana fa ha addolcito un attimo la sua opposizione. Che giudizio date?


Graziano Pestoni

Mancano ancora tante informazioni. Penso tuttavia che il giudizio dell’USS sia troppo ottimistico sulle questioni relative al mondo del lavoro. Mi sembra poi che l’USS abbia trascurato tutte le altre questioni, malgrado la loro importanza fondamentale. Penso ad esempio al servizio pubblico e ai diritti democratici.


Vasco Pedrina
La posizione decisa dalla nostra AD va collegata sia ai resultati finora conosciuti degli accordi già conclusi (in attesa della loro pubblicazione integrale), sia allo stato dei laboriosi negoziati interni ora in fase conclusiva.

Fra i progressi concordati, rispetto all’accordo-quadro fallito nel 2021, vi sono non solo vari punti che concernono la protezione dei salari, ma pure due punti essenziali in materia di servizi pubblici:

  • Non ci sarà una proibizione generale dei cosiddetti «aiuti statali». La supervisione richiesta dall’UE sarà riservata solo agli accordi sui traffici stradale e aereo, come pure sull’elettricità. Le eccezioni ottenute sembrano sufficienti.
  • Riguardo al traffico ferroviario internazionale, secondo FFS e sindacato SEV sono state trovate soluzioni che non mettono in pericolo le nostre ferrovie.

Rispetto al nuovo accordo energetico, vari cambiamenti sono stati concordati al fine di preservare il servizio pubblico. Per questo, la sinistra arrischia di dividersi. L’USS resta molto scettica. Si è però ottenuto dall’UE che su questo accordo vi sia una votazione separata. 

Riguardo alla protezione dei salari, le trattative in corso si fanno sulla base di un consenso, che mancava nella tornata precedente; e cioè sul fatto che peggioramenti sono stati concessi all’UE (sulla durata dell’obbligo d’annuncio anticipato per i distaccamenti, sulle cauzioni, sul regolamento delle spese) e che questi vanno compensati con misure interne. Un accordo su tali misure dipenderà in fin die conti dall’esito delle dispute nel campo padronale e borghese, molto diviso al suo interno.

Secondo voi, quali sono i punti per noi assolutamente irrinunciabili, sia dal punto di vista del movimento sindacale che di quello generale della politica interna svizzera?


Graziano Pestoni

I Bilaterali III rimettono in discussione il diritto del lavoro del nostro Paese, già non molto ricco. Riduce per esempio le misure di accompagnamento alla libera circolazione delle persone, già oggi insufficienti, aumentando in questo modo le possibilità di abusi. Il risultato sarebbe la conferma di bassi salari, soprattutto nelle zone di frontiera, dumping, precarizzazioni.
Le decisioni della Corte di giustizia sarebbero applicate anche alla Svizzera. Ad esempio, sarebbero applicabili le condizioni di lavoro del paese sede dell’azienda e non quello in cui il lavoro viene svolto.

Favoriscono la privatizzazione dei servizi pubblici.

Decretano la fine della politica regionale, in quanto in contrasto con i principi fondamentali dell’UE, che privilegiano il mercato e la concorrenza. Le banche cantonali, per esempio, non potrebbero più beneficiare della garanzia da parte dello Stato. Impongono la ripresa automatica delle direttive emanate dall’UE, perfino nei campi in cui ciò comporterebbero una modifica costituzionale. Nel caso di rifiuto da parte del popolo, l’UE potrebbe adottare sanzioni contro la Svizzera, di fatto annullando lo strumento democratico del voto popolare. Si tratterebbe di un cambiamento radicale del nostro sistema istituzionale. Ricordo, per esempio, che è grazie all’esistenza, in Svizzera, del referendum abrogativo, che sono state bocciate numerose privatizzazioni di servizi pubblici cantonali e comunali, quali scuole, aziende elettriche, ospedali, servizi sociali. Ciò non sarebbe stato possibile se avessimo fatto parte dell’UE e non sarebbe più possibile se aderissimo ai Bilaterali III.

I bilaterali III prevedono anche norme sull’energia idroelettrica e sul trasporto ferroviario. In campo energetico il CF, incurante dei gravi problemi provocati dalla liberalizzazione in Europa sia sui prezzi, sia sulla fornitura di energia, propone la liberalizzazione totale del mercato e la separazione della produzione dalla distribuzione. La produzione sarebbe aperta alla concorrenza, rendendo impossibile pianificare grandi investimenti a lungo termine. Con queste norme sarebbe stato impossibile realizzare i grandi impianti idroelettrici, che hanno richiesto imponenti investimenti. I bilaterali prevedono inoltre il divieto di stipulare contratti di acquisto a lungo termine, la sola soluzione per garantire un approvvigionamento sicuro e sfuggire dalle speculazioni. Una scelta in evidente contrasto con i principi di un servizio pubblico.

Il CF propone poi la liberalizzazione del traffico ferroviario internazionale dei viaggiatori. Verrebbero ad esempio organizzate le gare di appalto. Il che significa che non vince il miglior fornitore, bensì quello più economico.

Come si può constatare, la sottoscrizione di uno o più accordi tra la Svizzera e l’UE non risolverà nessuno dei problemi ai quali siamo confrontati. Non favorisce lo sviluppo dell’economia. Non affronta i problemi economici, politici, tecnologici e sociali. Le politiche di austerità, le privatizzazioni, le misure di risparmio, i tagli sul mondo del lavoro sono in contrasto con una politica atta ad affrontare una politica di sviluppo. Si tratta di una politica miope.

Vasco Pedrina
I sindacati sono per un ulteriore passo nell’integrazione europea, se questi servono gli interessi dei salariati/e. Il punto centrale per noi è che la protezione dei salari non venga indebolita, bensì che le misure d’accompagnamento vengano rafforzate. Fra tali misure figurano la flessibilizzazione dei criteri per dichiarare CCL di obbligatorietà generale o la protezione legale delle nostre norme relative alle spese.

Ciò vale anche a riguardo dei servizi pubblici, che vanno preservati con eccezioni, come per il traffico ferroviario.
In materia di «aiuti statali», non accettiamo proibizioni negli ambiti vitali per la popolazione. Le banche cantonali ad es. non dovranno essere in pericolo di privatizzazione.

Nel campo energetico, è essenziale che venga mantenuta una regolamentazione ragionevole dei prezzi e la possibilità di poter pianificare investimenti massicci nel campo delle energie rinnovabili. Per questo va preservato il servizio pubblico. Se ciò non potrà essere garantito, i sindacati non si esprimeranno a favore.

Avete l’impressione che a seguito dell’attuale disastro provocato dal duo Trump-Musk ma anche dalla crescita, che sembrerebbe inarrestabile, delle destre nazionaliste in Europa, la Svizzera dovrebbe o avrebbe interesse a cambiare la sua posizione verso l’UE? E se sì, come?


Graziano Pestoni

Il nuovo panorama internazionale non può non preoccupare. Non penso tuttavia che la scelta della Svizzera deve essere quella di allinearsi su quanto proposto da Ursula von der Leyen, anche perché, semplificando molto, la preoccupazione maggiore dell’UE, sembra solo quella di poter investire 800 miliardi di dollari in armamenti, per soddisfare le lobby dell’industria militare. E non penso che la qualità di vita in Svizzera e il miglioramento delle relazioni con gli altri Paesi passi dal riarmo. Al contrario, la Svizzera dovrebbe tentare di riassumere un ruolo attivo a livello diplomatico per promuovere la cessazione delle guerre e per una politica di convivenza pacifica. 

La Svizzera, ricordava recentemente il professore Sergio Rossi, “è una nazione sovrana, abbiamo ancora la nostra moneta nazionale e in ogni caso possiamo fare delle scelte per il bene comune. Altrimenti andiamo avanti per inerzia e prima o poi sbatteremo contro il muro, facendoci del male”.


Vasco Pedrina
Gli sviluppi geopolitici drammatici in corso non permettono più di fare gli innocenti o i furbi, quando in gioco sono l’avvenire dei diritti umani e democratici, con il ritorno in forza della legge del più forte, da parte di autocrazie, risp. dittature con mire imperialiste. Le cosiddette politiche di neutralità e di equidistanza assolute non sono degne di forze progressiste che si orientino ai valori democratici e di giustizia sociale.

Per rimanere ai Bilaterali III, gli oppositori di principio presentano quale alternativa a una stabilizzazione dei rapporti con l’UE, di gran lunga il nostro principale partner, un orientamento rafforzato in direzione degli USA e della Cina. Martullo Blocher vuole esportare ancora di più in Cina e sogna di un nuovo accordo di libero scambio con gli USA. Mira poi alla reintroduzione dello statuto dello stagionale. Visto come si sta muovendo l’amministrazione Trump (politica dei dazi e di indebolimento del dollaro, ecc.) è poco credibile e c’è poco da stare allegri. I capitalisti della Private Equity di Zugo, che con il loro «Kompass Europa» stanno già investendo milioni nella campagna contro i Bilaterali III, cercano di discreditare sistematicamente l’UE con lo spauracchio del mostro burocratico. Non vogliono in realtà che la Svizzera un giorno riprenda regolamentazioni sociali ed ecologiche più avanzate. Il loro obiettivo è che la Svizzera si orienti – con una politica neoliberista radicale – ai mercati finanziari di Wall Street, Dubai, Singapur, Hong Kong, ecc. La loro visione è quella di una Svizzera da «Singapur europea»; con una piazza finanziaria ben più forte, un’industria indebolita e centinaia di migliaia di stagionali senza diritti.

Anche se l’UE è sotto una pressione crescente di forze nazionaliste, tecno-fasciste e neo naziste, resta ancora ancorata agli obiettivi delle sue origini: superamento dei nazionalismi guerrafondai, per uno sviluppo economico e sociale che possa garantire benessere e pace.

Per la Svizzera, non vi è alternativa seria e ragionevole allo sviluppo di buoni rapporti con l’UE. Per i sindacati, vale lo stesso, a condizione che non si cada nel cerchio vizioso del dumping salariale e delle privatizzazioni. Insieme ai sindacati europei continueremo a batterci per un Europa sociale, che difenda i valori di libertà e di pace giusta (si veda l’Ucraina).