Solo con il messaggio del Consiglio federale preannunciato per l’anno prossimo, si prevede un mattone di 1800 pagine, sapremo con precisione quali saranno i contenuti dei bilaterali III, l’accordo tra l’Unione europea e la Svizzera. Alcuni principi sembrano però sin d’ora chiari.

L’Europa non cambierà di natura. Rimarrà neo-liberale. Non si occuperà del progresso economico, sociale, culturale dei Paesi che la compongono e dei loro cittadini. Rimarrà un mostro burocratico. Migliaia di piccole decisioni, spesso incomprensibili, altre volte inutili. Sarà sempre lontana da quella che molti di noi immaginavamo molti anni fa. La concorrenza, la competitività, l’individualismo sono sempre presentati come i nuovi valori in grado di soddisfare i bisogni della società. L’obiettivo è sempre la ricerca, nel breve periodo, del massimo profitto per le aziende, soprattutto quelle finanziarie e speculative. Insomma, il trionfo del mercato. I servizi pubblici, i pochi che rimangono, sono ceduti a società private, oppure a nuovi enti autonomi, gestiti secondo i principi dell’economia privata. Essi, in proporzioni e forme diverse a seconda dei Paesi, sono stati liberalizzati, esternalizzati, privatizzati, delocalizzati. Sono state applicate le teorie di Milton Friedman, consigliere di Augusto Pinochet, il dittatore cileno autore materiale del colpo di stato del 1973 contro il socialista Salvador Allende, democraticamente eletto presidente qualche anno prima. In Francia è stato privatizzato tutto quanto aveva nazionalizzato Charles de Gaulle, non un comunista, in Gran Bretagna la sanità pubblica e le ferrovie, considerate le migliori del mondo, sono state smantellate, con conseguenze drammatiche, con morti e feriti. E così anche negli altri Paesi dell’UE.

Malgrado decenni di insuccessi, l’UE continua con la stessa politica distruttiva. Per esempio con lo smantellamento dei sistemi pubblici di approvvigionamento idroelettrico, la riduzione dei fondi alle alte e prestigiose scuole pubbliche, con la riduzione dell’imposizione fiscale per i detentori di redditi elevati e sostanze colossali. Ha dimostrato la sua incapacità a svolgere un ruolo positivo in occasione delle guerre in corso, almeno per mettere fine ai massacri quotidiani di cui siamo inermi testimoni. Ha deciso di investire 800 miliardi di franchi in armamenti, per soddisfare le potenti lobby del settore, mentre non è stata capace in molti anni a promuovere attività economiche in grado di offrire posti di lavoro qualificati e ben rimunerati. Ha promosso drammatiche misure di austerità. La storia non dimenticherà quanto successo qualche anno fa in Grecia, dove ha soffocato un’interessante esperienza democratica progressista e fatto regredire il paese nella tristezza e la povertà. Il risultato di tutto questo è l’aumento delle ineguaglianze. I ricchi sono sempre più ricchi. Tutti gli altri tirano la cinghia. Il motore di questa politica sono i potenti gruppi economici e finanziari, i quali ne traggono grandissimi guadagni, e le organizzazioni politiche di centro e di destra. Ma è pure stata sostenuta da quasi tutto il panorama politico, socialdemocrazia inclusa. In questo momento, nel nostro Paese, le forse maggiormente favorevoli a questi accordi distruttivi si situano incomprensibilmente a sinistra, una sinistra che ignora ed è sorda ai problemi del mondo del lavoro, alla proletarizzazione del mercato del lavoro, ai giovani alla ricerca di impossibili positivi sbocchi professionali, ai pensionati le cui rendite, profumatamente pagate durante la loro vita attiva, sono erose da un sistema di rapina del finanziamento della sanità.

Per favorire la loro accettazione da parte degli elettori, i bilaterali III sono stati suddivisi in diversi pacchetti. Uno di questi riguarda l’energia idroelettrica. L’accordo sottoscritto dal Consiglio federale prevede la totale liberalizzazione del mercato, quella responsabile della speculazione nel settore, dell’aumento dei prezzi e dei blackout. Ma non solo. Esso prevede il divieto di stipulare contratti a lungo termine tra produttori e distributori, i soli in grado di garantire un approvvigionamento regolare, sicuro e a prezzi ragionevoli. Prevede anche la liberalizzazione delle ferrovie federali, già ricche di problemi di cui a farne le spese sono gli utenti, dovute ad assurde cure dimagranti decise delle autorità del nostro Paese. Prevede ancora altre privatizzazioni di servizi pubblici. I sindacati hanno faticosamente negoziato nuove regole per evitare il dumping salariale. Rimangono però molte ombre. La generalizzazione dei contratti collettivi di lavoro, ad esempio, è ancora sottoposta a regole di non facile attuazione. E sarebbero di competenza del nostro parlamento. Siamo sempre il solo paese industrializzato privo di misure serie contro il licenziamento. Da noi, anche dopo decenni di servizio impeccabile, è possibile essere licenziato, perfino alla vigilia del pensionamento. Un sistema irrispettoso. Decenni di lotte per introdurre qualche diritto non sono bastati. I diritti dei lavoratori, da noi, si fermano alla porta dell’azienda o dell’istituto in cui si lavora. Infine, gli accordi prevedono la ripresa automatica del diritto dell’Unione europea. Ciò significa che non si possono contestare. Nemmeno con un referendum popolare. Si tratta di un gigantesco passo indietro per la democrazia del nostro Paese. In Svizzera molte istituzioni, soprattutto a livello cantonale e comunale, sono rimaste pubbliche grazie ai referendum popolari lanciati con successo spesso dai sindacati della funzione pubblica. Ricordo che dal 1874, data in cui è stato inserito nella Costituzione svizzera il diritto di referendum facoltativo, ne sono stati sottoposti a votazione 209. Di questi ben 121, il 58%, sono stati accolti dal popolo e quindi la legge in questione votata dal parlamento non è entrata in vigore. Una chiara dimostrazione del valore di tale istituto. I bilaterali III sopprimerebbero di fatto il diritto di referendum, come pure quello dell’iniziativa popolare. Uno dei pochi e reali diritti popolari. Ci aspetterebbero tempi grami.

I bilaterali III saranno comunque sottoposti a un voto popolare. Anche in questo campo ci sono però delle novità. Non saranno sottoposti a referendum obbligatorio, che necessita della doppia maggioranza, del popolo e dei cantoni, ma solo al referendum facoltativo, che necessita solo della maggioranza del popolo.

Ciò significa anche che, dopo il voto del parlamento, gli accordi non saranno più sottoposti automaticamente al voto popolare. Sarebbe cioè necessario raccogliere 50’000 firme. E se i bilaterali fossero divisi in tre pacchetti le firme necessaire sarebbero 150’000.


[Sul tema, vedasi Quaderno 54, Sindacati e Unione Europea]