«I centri in Albania funzioneranno. FUN-ZIO-NE-RAN-NO. Dovessi passarci ogni notte da qui alla fine del governo». Era il 16 dicembre del 2024 quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni pronunciava queste parole dal palco di Atreju, l’annuale kermesse politica di Fratelli d’Italia (FdI) che lo scorso anno si è tenuta al Circo Massimo, nel centro di Roma. In un crescendo di toni e smorfie, fino a provocare una standing ovation del pubblico, aggiungeva: «Perché io voglio combattere la mafia. E chiedo a tutto lo Stato italiano e alle persone per bene di aiutarmi a combattere la mafia».
Poche parole che dicono tutto di come la destra al governo interpreta il fenomeno migratorio: non un fatto sociale interno alla contemporaneità capitalista – con le sue disuguaglianze globali, crisi ambientali e guerre – ma una questione di natura essenzialmente criminale. In quest’ottica il vero soggetto degli attraversamenti di frontiera, del superamento di mari, montagne e deserti, delle sfide ai regimi di controllo della mobilità umana non sono le persone migranti, ma le organizzazioni di trafficanti. Criminali da contrastare con strumenti simili a quelli utilizzati contro Cosa nostra. Per esempio: innalzamento delle pene, nuovi reati, pentiti, intercettazioni.
Questa strategia, per la verità, non è nuova: già nel 2013 la Direzione nazionale antimafia aveva provato ad affrontare gli sbarchi come fossero le ultime propaggini di una cupola mafiosa. La parola d’ordine era diventata arrestare i pesci piccoli, i cosiddetti «scafisti», con la convinzione di poter risalire verso l’alto e arrivare ai vertici dell’organizzazione. Non è successo, ma nella rete sono rimaste migliaia di persone finite in carcere con condanne pesanti o pesantissime solo per aver guidato un barcone, magari sotto la minaccia delle armi o di non poter pagare la traversata. Se sbagliare è umano, perseverare è diabolico: i nuovi reati e le pene più pesanti introdotte dalla «legge Cutro», scritta all’indomani del naufragio che tra il 25 e 26 febbraio 2023 è costato la vita a un centinaio di persone davanti alle coste calabresi, come la «caccia agli scafisti in tutto il globo terracqueo», annunciata in conferenza stampa nel piccolo comune crotonese dalla stessa Meloni, hanno dato ben pochi frutti.
Arriviamo così a un’altra ipotesi sottesa alle politiche migratorie dell’esecutivo: la dissuasione. Un termine che la maggioranza cita spesso e rimanda all’idea che oltre a essere un fenomeno criminale le migrazioni rispondano a logiche strettamente economiche: la scelta di mettersi in viaggio dipende da un’analisi costi-benefici, per scoraggiarla basta aumentare i primi e ridurre i secondi. Un’interpretazione teorica strettamente neoliberale che ha effetti concretissimi: innalzare i costi, infatti, significa dare finanziamenti e copertura politica alle milizie libiche che gestiscono i centri di tortura, ostacolare le attività delle ong che fanno ricerca e soccorso nel Mediterraneo, scoraggiare navi mercantili e pescherecci a salvare i migranti colpendo le basi della millenaria cultura del mare e, per ultimo, far sbarcare chi ha superato tutti questi ostacoli in Albania. O meglio: rinchiuderlo in un centro di detenzione fuori dai confini europei.
Le strutture realizzate dal governo italiano, in cui vale la giurisdizione tricolore, costeranno tra 750 milioni e un miliardo di euro solo nei primi cinque anni del protocollo firmato a novembre 2023 da Meloni e dal suo omologo d’oltre Adriatico Edi Rama. I calcoli sono al ribasso e continuano a gonfiarsi col passare del tempo. Nel porto di Shengjin è stato realizzato un hotspot, ovvero un luogo di sbarco dove sbrigare le pratiche di identificazione e controllo sanitario per scremare, dopo una prima selezione avvenuta sulla nave militare che porta i migranti in Albania, le persone vulnerabili che non possono essere detenute. Nell’entroterra di Gjader ci sono le vere e proprie strutture di privazione della libertà personale, disposte in crescendo: centro di trattenimento, centro di permanenza per il rimpatrio, carcere. Il primo è riservato ai richiedenti asilo, il secondo agli “irregolari”, il terzo a chi dovesse ribellarsi nei passaggi precedenti.
Tra ottobre 2024 e gennaio 2025 sono stati trasferiti in tre round 72 richiedenti asilo provenienti da Egitto e Bangladesh. Tutti con caratteristiche specifiche: non vulnerabili (come sarebbero minori, donne, anziani, malati, etc.), senza passaporto in tasca e originari di paesi che l’Italia ritiene «sicuri». Proprio su quest’ultimo punto si è accesa una disputa giuridica che ha ostacolato l’entrata in funzione del progetto meloniano. Ogni volta i magistrati di Roma, competenti sui centri, hanno liberato i migranti al termine dell’udienza di convalida che deve tenersi entro 48 ore secondo l’articolo 13 della Costituzione. I giudici hanno contestato la definizione di sicurezza dei paesi interessati oppure chiesto chiarimenti in merito alla Corte di giustizia dell’Unione europea.
Che sia il governo ad avere questo potere di classificazione dei vari Stati è pacifico. Il dissidio tra l’autorità esecutiva e quella giudiziaria sorge su un altro punto: il primo pretende che la sua scelta non sia sindacabile; la seconda ritiene di avere l’obbligo di controllare che la norma nazionale sia coerente con le direttive europee. Inoltre per il potere politico possono essere considerati sicuri anche paesi dove esistono eccezioni per categorie di persone (lgbtq+, oppositori politici, giornalisti, avvocati, etc.), secondo la magistratura no. Tutti questi punti saranno chiariti dai giudici europei in una causa che riguarda due dei cinquanta rinvii pregiudiziali – un record assoluto –ricevuti in pochi mesi dai tribunali italiani. Nell’udienza che si è tenuta il 25 febbraio alla Grande Chambre, una sorta di Sezioni unite della Cassazione, gli Stati membri e la Commissione Ue hanno sostenuto le tesi di Meloni e della sua maggioranza. L’ultima parola, però, spetta alla Corte.
Per superare questo stallo a fine marzo l’esecutivo ha varato un decreto che estende la destinazione d’uso dei centri in Albania anche ai migranti “irregolari” che si trovano già in Italia, nei dieci Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) sparsi sul territorio nazionale. Una cinquantina di persone sono state deportate in base a questa norma, dalla metà di aprile. Il governo ha finalmente potuto dire che «il progetto funziona», ma è solo l’ennesimo bluff: nelle strutture albanesi aveva promesso di mandare 36mila richiedenti asilo l’anno, ma i posti per i migranti senza documenti sono 44. Nel futuro aumenteranno fino a 140.
In ogni caso a giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Ue immigrazione e asilo. Un complesso pacchetto di misure votato alla fine della scorsa legislatura da uno schieramento trasversale. Fratelli d’Italia, ad esempio, ha espresso parere favorevole in sette votazioni su dieci e mostrato il pollice verso solo su un testo, l’unico che ha avuto l’ok dal Pd. Questo ha votato in controtendenza rispetto al gruppo dei Socialisti e democratici di cui fa parte. Bocciature per ragioni opposte sono arrivate dagli schieramenti più a destra e più a sinistra.
Analisti ed esperti di diritto d’asilo critici del Patto sostengono che questo segnerà «il passaggio dall’Europa fortezza all’Europa prigione». Mentre finora la detenzione amministrativa, quella di persone che non hanno commesso reati, ha colpito solo i migranti in situazione di irregolarità, dal prossimo anno sarà estesa in maniera strutturale anche ai richiedenti asilo. Ciò che il governo italiano sta provando a realizzare in Albania è un’anticipazione di quello che sarà la norma a livello europeo (con il beneplacito di quasi tutto il centro-sinistra).
Dall’estate dell’anno prossimo, a meno di anticipazioni di alcune norme specifiche su cui Meloni e Piantedosi stanno pressando i partner Ue, la definizione di paesi sicuri si allargherà e sarà integrata da quella delle nazionalità che a livello Ue ottengono un tasso di asilo inferiore al 20% delle domande. In entrambi i casi varranno le «procedure accelerate di frontiera», che prevedono la detenzione del richiedente e analisi delle domande d’asilo con tempistiche fortemente compresse. Una caratteristica che, denunciano gli avvocati dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), rende impossibile l’esercizio del diritto di difesa.
La prospettiva della detenzione di migliaia di richiedenti su tutto il territorio europeo – soltanto in Italia dovrebbero essere un minimo di 8mila il primo anno, a salire in quelli successivi – va inserita all’interno di un quadro generale di slittamento verso un’«Europa prigione». Una deriva che coinvolge anche i territori situati fuori dal confine esterno.
Il governo Meloni, con il plauso e il sostegno dei partner comunitari, ha scommesso sui cosiddetti «rimpatri volontari assistiti» dalla Tunisia e dalla Libia, o meglio dai centri di prigionia situati in quei paesi. Operati tendenzialmente dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) rappresentano un altro tassello strategico delle politiche di contrasto dei flussi migratori. Lo scorso anno hanno coinvolto circa 9mila persone. Molte associazioni, l’Asgi in testa, contestano l’idea della «volontarietà» in questa prassi, perché il cittadino straniero deve decidere se farsi rimandare a casa o continuare a subire pesanti violazioni dei suoi diritti, spesso di vere e proprie violenze fisiche e psicologiche. «Così non esiste alcuna scelta», accusano gli avvocati.
Un terzo elemento di questo arcipelago detentivo sono gli hub per rimpatri da paesi terzi. Se ne parla da tanti anni ma questa volta potrebbero nascere per davvero, attraverso la nuova direttiva rimpatri a cui la Commissione sta lavorando e che poi dovrà essere approvata da Consiglio e Parlamento (mai come oggi le tre istituzioni sono spostate a destra). L’Europa autorizzerebbe la costruzione di Guantànamo fuori dalle sue frontiere, dove parcheggiare gli «irregolari» in attesa di rimpatriarli. Un processo lungo e pieno di incognite, che a volte risulta impossibile.
Con questo grande piano di espulsione dell’umanità ritenuta in eccesso le forze politiche alla guida dell’Europa sperano di rispondere ai fantasmi di sicurezza che turbano le notti dei loro elettori. Pugno di ferro, esibizione muscolare, tintinnio delle manette hanno sempre un forte effetto mediatico, come mostra Donald Trump. Soprattutto allontanano le richieste di redistribuzione della ricchezza, lotta alla povertà, finanziamento di scuole, università, ospedali, servizi di assistenza psicologica e contrasto alle tossicodipendenze. Ovvero di tutti quei pilastri della sicurezza intesa come questione sociale e non poliziesca.
Resta però da vedere come la prospettiva di detenzioni e rimpatri di massa possa combinarsi con le esigenze strutturali del mercato del lavoro in società dove il calo demografico si avvia a diventare un vero e proprio crollo. A dirlo non è la sinistra radicale. A giugno 2024 Bankitalia ha lanciato l’allarme: nel 2040 potrebbero esserci 5,4 milioni di persone in età da lavoro in meno, causando una flessione del Pil del 13%. Nella relazione annuale per il 2025 che le diverse agenzie di intelligence nazionale hanno presentato il 4 marzo si legge che l’Italia sarà il paese del G7 dove la popolazione diminuirà di più: nel 2100 in età lavorativa si troverà il 51% degli italiani, nel 1992 era il 69%. Secondo l’Istat con un flusso netto di immigrati pari a 200mila persone l’anno fino al 2040 e 165mila da lì al 2080 i cittadini scenderebbero da 59 a 46 milioni (ma l’Onu stima che arriveranno a 40milioni). Chissà se a quel punto i migranti, invece che capro espiatorio di tutti i mali, saranno riconosciuti come lavoratori ed esseri umani.
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Nota della Redazione A proposito di questa tematica, segnaliamo ai nostri lettori un articolo inviatoci da Francine Rosenbaum, dal titolo “Prima Guerra Mondiale e immigrazione. Accoglienza e rappresentazioni democratiche della pluralità nel nostro territorio”. L’articolo, molto ben documentato e dettagliato, non ha potuto purtroppo essere incluso, per mancanza di spazio, nei Quaderni. È stato però pubblicato sul sito dei Quaderni Alternativi, dove può essere facilmente consultato. Invitiamo i lettori interessati a farlo. |
di Giansandro Merli, giornalista de Il Manifesto

