Dopo quattro mesi di amministrazione Trump gli Stati Uniti sono fermamente avviati su una parabola antidemocratica. Il presidente, che nel primo mandato aveva saggiato i limiti istituzionali in modo frammentario ed improvvisato, è in procinto di consolidare metodicamente il potere di un esecutivo plenipotenziario che si prefigge di ridisegnare radicalmente i contorni costituzionali del paese. 

Le misure anti-immigrazione, la repressione del dissenso, l’intimidazione della stampa, i ricatti alle università e le minacce agli avversari politici, hanno già prodotto quella che Amnesty International ha definito “una crisi dei diritti civili provocata da pratiche autoritarie, politiche razziste e discriminatorie e pericolosa retorica.”

La svolta viene imposta giorno dopo giorno per mezzo di decreti esecutivi (ad oggi oltre 150) che aggirano il potere parlamentare e spesso ignorano la legge. Di contro le leggi promulgate dal Parlamento per ora sono state appena 5. La prossima dovrebbe essere il pacchetto finanziario contenente il nuovo mega sconto fiscale in regalo ad aziende e miliardari ed i tagli “esistenziali” a ciò che resta dello stato sociale, come non cessa di avvertire Bernie Sanders. 
Globalmente, procede la decostruzione dell’ordine liberale del dopoguerra, nel nome di una gerarchia mondiale in cui le sfere di influenza sono declinate da interessi squisitamente economici con gli Stati Uniti perennemente egemoni. “Siamo come un meraviglioso negozio (…) e io sono il padrone del negozio,” ha affermato Trump in una delle sue più bizzarre ancorché significative esternazioni, “E decido io i prezzi per chi vuole comprare da noi.” La metafora era applicata alla guerra commerciale a singhiozzo con la quale gli USA hanno seminato il caos nelle filiere del libero commercio mondiale (e perso di conseguenza, per la prima volta dal 1917, il rating AAA di Moody’s).

Dietro al presidente ed i suoi svarioni, si discerne il fanatismo degli ideologhi “tecno feudalisti” per i quali è precisamente la democrazia il “difetto” da superare. Personaggi come JD Vance, Stephen Miller ed Elon Musk esprimono idee che nel primo mandato erano ancora relegate alle frange più radicali del movimento, ma oggi plasmano i programmi di governo. Fra queste la “decostruzione dello stato amministrativo” che ha decimato ministeri, agenzie federali e l’impianto normativo di controllo e la “deportazione di massa” degli immigrati, strumento demagogico di aggregazione del consenso sovranista.

Quest’ultima, annunciata come necessaria purga delle “orde criminali,” è di fatto una epurazione etnica che, dato il livello di integrazione storica ad ogni livello sociale, culturale ed economico della popolazione ispanica in particolare, somiglia più a quella che sarebbe un’ipotetica rimozione di meridionali dal nord Italia, che al respingimento dell’’immaginaria invasione millantata dalla demagogia di regime. A conferma della matrice suprematista che la sottende, l’operazione coincide con l’accoglienza offerta ai profughi da un inventato “genocidio bianco” in Sudafrica.

Le operazioni di “rimozione,” intraprese invocando speciali poteri di guerra, stanno producendo, come previsto (e preventivato), scene da regime totalitario sulle strade americane. Agenti incappucciati trascinano “clandestini” (compresi minorenni o madri di neonati) ammanettati mani e piedi da abitazioni, abitacoli di auto o luoghi di lavoro, facendoli sparire senza diritto di ricorso in CPR o nel gulag transnazionale che l’amministrazione vorrebbe istituire, oltre che nella base di Guantanamo, in una rete di paesi terzi, dal Salvador, alla Libia al Ruanda. La minaccia di detenzione in questi buchi neri extralegali è stata estesa a cittadini mentre almeno un magistrato è stato arrestato per favoreggiamento (la giudice del Wisconsin si era opposta ad un raid di agenti dell’immigrazione nel suo tribunale.)

In questo quadro, con l’opposizione parlamentare relegata a minoranza, il ramo giudiziario rappresenta attualmente l’ultima sponda per limitare gli abusi di potere. Alla valanga di decreti hanno infatti prevedibilmente fatto seguito numerosi ricorsi, ingiunzioni ed ordini giudiziari per imporre lo stop o una pausa alle azioni più palesemente anticostituzionali.

In base al ricorso presentato da 22 stati a conduzione democratica, ad esempio, la Corte Suprema ha tenuto audizioni sul decreto abrogativo dello ius soli emesso da Trump. Negli Stati Uniti la cittadinanza è garantita a chiunque nasca sul territorio nazionale da quando, nel 1866, venne promulgato il quattordicesimo emendamento per rendere cittadini gli schiavi liberati dalla guerra civile. Da allora il diritto è stato ribadito da numerose successive sentenze del tribunale costituzionale. Che Trump abbia preteso di modificare la costituzione con una semplice firma è indice della sfrontatezza dell’amministrazione. Che il caso sia giunto al vaglio della Corte solo quattro mesi dopo la firma del decreto, nel giorno dell’insediamento a gennaio, la dice lunga, invece, su quanto sia ímpari il confronto fra esecutivo debordante ed un ramo giudiziario tenuto a tempi di deliberazione che difficilmente potranno tenere il passo col ritmo delle spallate all’ordine costituzionale del paese.

La sentenza definitiva sul caso della cittadinanza, non si avrà per qualche settimana ancora, ma anche se, come pare probabile, i togati si pronunciassero contro l’azione unilaterale della Casa Bianca, non vi è alcuna garanzia che l’amministrazione ne rispetti la decisione. Il governo ha dopotutto già ignorato la sentenza unanime che intimava di riportare in patria Kilmar Abrego Garcia, il richiedente asilo deportato nel lager salvadoregno CECOT o gli ordini di scarcerazione di Mahmoud Khailil, il leader del movimento pro-palestinese della Columbia University, attualmente prigioniero politico in Louisiana.

Di fatto gli USA si trovano già nel mezzo di una crisi costituzionale al rallentatore – uno scontro preventivato dal manuale post-democratico del Project 2025 che prescrive la tattica del fatto compiuto per sopraffare un sistema i cui tempi istituzionali non permettono di fare tempestivamente fronte alla raffica di azioni esecutive. L’offensiva è contemporaneamente allargata a società civile, istruzione e cultura. Le crociate anti-trans e contro “l’antisemitismo” hanno resuscitato con inquietante facilità fantasmi maccartisti che avrebbero dovuto essere archiviati nei libri di storia. Ogni giorno vi sono nuovi segnali di una società che non tollera deviazioni dalla linea decretata dal presidente-sovrano. Un nuovo decreto esecutivo ha ordinato alle agenzie federali di impiegare “ogni risorsa disposizione” contro le “città santuario” (giurisdizioni che non sostengono i raid anti-immigrati) che si rifiutino di cooperare con le deportazioni di massa. Soggetti non adempienti nella sfera legale o mediatica vanno incontro a (non tanto) velate minacce di “indagini” o ispezioni fiscali o la sospensione della licenza nel caso di emittenti o giornali non allineati (“criminali’ da carcerare” nella ricorrente caratterizzazione del presidente).

Quello che emerge è il ritratto di una democrazia crepuscolare o un “autoritarismo competitivo,” nel termine coniato da Steven Levitzki autore di “How Democracies Die.” Si tratta dei regimi “ibridi”, che mantengono una superficiale normalità mentre corrodono aspetti fondamentali dell’ordinamento democratico. In questo scenario la superpotenza occidentale (già in marcata discesa nelle classifiche di libertà democratica compilate da Freedom House) sarebbe avviata verso un modello “turco” o “ungherese” di democrazia apparente, in cui sussiste un’opposizione politica nominale e anche libertà per i cittadini “adempienti,” ma anche una decisa repressione del dissenso. Lo scenario Orbán (ripetutamente elogiato dagli ideologi Maga) non prevede carri armati nelle strade né, necessariamente, l’arresto di avversari politici, ma insinua tuttavia un “grande freddo” nella vita pubblica. E nel mirino di Trump vi è già un intervento sullo svolgimento imparziale delle prossime elezioni.

Secondo l’ideologia che prevale in questa Casa Bianca, la “correzione” della vecchia e corrotta “democrazia burocratica” consiste unicamente nel suo superamento, a favore di un sistema radicalmente distinto, un regime post-costituzionale. E nel manuale dei neoreazionari non è contemplata la mediazione o il compromesso. Come ama ripetere Donald Trump, la vittoria elettorale con il 49,6% dei consensi equivale ad un plebiscito che lo autorizza a plasmare il paese a sua immagine e somiglianza.

I primi mesi di mandato sono dunque da considerarsi solo un inizio e si pone sempre più urgente la domanda su come fare opposizione. Come avverte la Maria Ressa, giornalista filippina e premio Noble per la pace, “quello che abbiamo imparato nei sei anni di Duterte è che non bisogna mollare, bisogna lottare ogni giorno perché ogni giorno si erodono un po’ più i tuoi diritti.” Secondo Ressa, autrice di “Come resistere a un dittatore” (La Nave di Teseo, 2023), la fase iniziale del mutamento antidemocratico è quella più cruciale poiché l’autoritarismo non è ancora consolidato ed esiste una residua resilienza nei sistemi di garanzia.

Secondo Sherylin Ifill, e già presidente della ACLU (American Civili Liberties Union), i secondi 100 giorni della presidenza Trump promettono di essere ancora peggiori dei primi tre mesi. Come l’avvocata costituzionalista, alcuni esponenti del partito democratico, come Al Gore, economisti come il premio Nobel Paul Krugman e accademici come Robert Reich (ex ministro del commercio di Bill Clinton) lanciano appelli urgenti alla mobilitazione.

Il consenso è che non sia realistico ormai fare affidamento unicamente su giudici o partiti per sperare di invertire la rotta e che nessuna opposizione efficace può prescindere da una ampia partecipazione popolare. È la logica che ha spinto Bernie Sanders e Alexandria Ocasio Cortez ad organizzare il loro “Fight the Oligarchy Tour,” un ciclo di manifestazioni in decine di città americane per iniziare a costruire l’ampia coalizione che si prefigge di riprendersi il paese dalla destra. Lo State of the People Tour è un’operazione analoga che mira a ricostruire un movimento afro americano. Un altro movimento che si sta diffondendo principalmente online punta ad organizzare lo sciopero generale, mentre si moltiplicano le dichiarazioni di personalità pubbliche come Bruce Springsteen o Robert De Niro. Nessuna da sola è sufficiente ed ognuna è necessaria componente di quello che perfino David Brooks, editorialista conservatore del New York Times, ha definito il “sollevamento civile” imprescindibile per evitare, nel 250mo anniversario della sua fondazione, l’’implosione della democrazia americana.