Il 2 aprile scorso Aziz – questo il nome che aveva scelto per sé – è stato trovato morto da due suoi compagni nel riale Raggio, di fronte al Centro Federale di Asilo di Pasture.

La consegna della SEM (Segreteria di Stato della Migrazione) è stata di non svelare il cognome del ragazzo e il nome del villaggio o del quartiere cittadino di provenienza. Il silenzio è stato prescritto, un imperativo che ha il sapore della mancanza di riconoscimento, un invito a non delineare i contorni di una storia che riguarda anche noi che stiamo sugli argini del riale oppure molto più lontano.

Molte le domande sospese che occorre almeno ospitare nelle nostre anime per trovare un senso a una storia segnata dalla tristezza.

Perché questi ragazzi vengono rinchiusi durante mesi in luoghi de semi-detenzione? Cosa hanno fatto di male per dover scontare una simile pena?

Perché non possono frequentare la scuola pubblica come gli altri ragazzi?

Perché devono sempre vivere nel timore di compiere i 18 anni, di venire arrestati di notte e cacciati via come delinquenti, anche se avrebbero potuto diventare studenti o apprendisti esperti e ben integrati?

Perché le leggi sull’asilo in questo paese non rispettano i diritti dei fanciulli?

La storia di Aziz è anche un grido, un percorso segnato dalla solitudine, un perdersi senza ritrovarsi, ci parla della nostalgia di chi non si sente parte della comunità dove è approdato per caso e della nostalgia di casa.

Se il suo corpo verrà rimpatriato in Algeria, i familiari faranno il ghusl, il lavaggio rituale. Poi lo avvolgeranno nel kafan, un lenzuolo bianco, recitando preghiere in un’atmosfera di rispetto e silenzio.

Seguirà la Preghiera funebre di Salat al-Janazah: la comunità si riunirà nella moschea o vicino alla casa della mamma di Aziz, pregheranno tutti insieme per chiedere misericordia per la sua anima. Vi parteciperanno molti giovani amici e coetanei che condivideranno i ricordi e l’emozione.

Infine, ci sarà la sepoltura: il suo corpo verrà portato al cimitero e seppellito rivolto verso la Mecca. Si reciteranno preghiere, come la Shahada o parti del Corano, forse verrà versata della terra dai famigliari nella tomba. 

Il lutto dura solitamente tre giorni, ma i familiari lo piangeranno più a lungo, almeno 40 giorni, perché avranno dovuto aspettare il ritorno della salma. In questi giorni si reciterà il Corano in casa, spesso la Sura Yasin. Si farà la sadaqa, le offerte di cibo ai vicini e ai poveri per onorare la sua anima, e la comunità si stringerà attorno alla famiglia. Si organizzeranno forse incontri religiosi o raduni commemorativi dove si pregherà per la sua anima.
In arabo, Aziz significa caro, prezioso, amato

Avremo la necessaria umanità di rimpatriare il corpo di Aziz per permettere a chi lo ha amato di celebrare la sua breve vita e poterla continuare a raccontare?

Avremo il coraggio di contribuire a far uscire dall’invisibilità queste storie, queste persone che sono venute qui per cercare speranze, presenze, contentezza, reciprocità?

Avremo cura di coltivare presenza per i ragazzi che abitavano con Aziz e per gli operatori che lo seguivano?

Avremo la costanza di chiederci pazientemente che senso ha questo smarrirsi di un ragazzo venuto d’altrove?

Avremo la forza di assecondare l’inquietudine e il fermento che nascono da queste e da molte altre domande?


Post scriptum

E adesso, che un altro ragazzo è stato preso dallo sconforto a Chiasso, non possiamo che dare ancora più sostanza alle domande. Di lui alcuni volontari che l’hanno incontrato ci hanno detto che si chiamava Gabriel e che la sua richiesta di asilo era stata rifiutata nonostante avesse dei famigliari in Svizzera. Le risposte verranno a galla molto lentamente e non ci si può accontentare di quelle messe frettolosamente sul tavolo. Non è solo questione di mettere in atto misure di intervento psicologico a sostegno di queste persone duramente provate dalla vita. Si tratta di riflettere su quali sono i margini di speranza che apriamo, di quali sono le condizioni abitative, le possibilità di incontro, le possibilità di poter sognare un futuro. Per conoscere e capire la realtà in tutti i suoi aspetti, in particolare il grado di sofferenza e disagio vissuto dagli ospiti dei CFA, dobbiamo sapere quanti suicidi e tentativi di suicidio sono avvenuti a Chiasso e Pasture. Chiediamo pertanto alla SEM collaborazione e trasparenza.

Dietro il suicidio del ventenne guatemalteco c’è una storia di vita e di speranza che s’intreccia con il rifiuto della sua domanda d’asilo in Svizzera. I tentativi di suicidio o i suicidi stessi sono il sintomo di una sofferenza diffusa segnata da gesti di autolesionismo, da depressioni e da dipendenze. I richiedenti l’asilo (RA) vivono in un contesto che li rende particolarmente vulnerabili e più a rischio di subire delle violazioni dei diritti fondamentali. 

La morte dei due giovani deve portare a dei cambiamenti positivi, come ripensare il modello di prevenzione e di cura fin qui adottato nei CFA di Chiasso e Pasture. Alcune proposte pratiche potrebbero portare dei miglioramenti:

  • I minorenni non accompagnati dovrebbero essere collocati in un ambiente familiare, comunitario o in alloggi privati supervisionati.

  • Bisogna identificare fin da subito le persone con bisogni speciali. Si potrebbe beneficiare dell’esperienza del CFA di Zurigo, Berna e del SUPEA del Canton Vaud che operano efficacemente nel campo della prevenzione istituendo di un punto di contatto esterno alle strutture federali al quale tanto i RA che gli operatori possono rivolgere in forma anonima preoccupazioni e lamentele. 

Ma non bastano alcune misure di prevenzione. È necessario aprire un confronto sulle possibilità di migliorare la presa in carico delle persone vulnerabili al fine di rispondere ai loro bisogni specifici. Per questo è indispensabile che i servizi preposti alla cura e all’accompagnamento psicosociale, interni ed esterni ai CFA, si confrontino per una valutazione delle pratiche e dei modelli di intervento. 

Il DSS deve farsi promotore di un incontro di rete con tutte le parti coinvolte, DECS, SPS, SMP, OBV, medici esterni, CPC, servizio infermieristico interno e società civile, con lo scopo di promuovere una riflessione generale che permetta di ripensare le pratiche e le norme che la inquadrano. Bisogna mettere in piedi un progetto articolato che imponga la ricerca e la messa in pratica di nuove e buone pratiche.

Francine Rosenbaum,
Paolo Buletti, Willy Lubrini, per
Mendrisiotto Regione Aperta