L’America Latina è tornata ad essere una priorità nella politica estera (e di sicurezza) degli Stati Uniti. I primi 100 giorni della seconda presidenza di Donald Trump hanno dimostrato chiaramente che il tycoon intende risfoderare la dottrina Monroe a suo tempo, nel 1823, elaborata contro la Spagna e il colonialismo europeo. Nei giorni nostri come terreno di scontro con la Cina.

Ne è convinta l’analista Marina Pera della London School of Economic: «Quello di Trump verso l’America latina è un approccio unilaterale e aggressivo, che non si preoccupa della reciprocità. Dunque una politica più personalistica e volatile che rappresenta una revisione dei principi che gli States hanno sostenuto dopo la seconda guerra mondiale».

Altri analisti – come lo spagnolo Javier Gala – confermano che la politica di Trump di avvicinamento – e condizionamento – dei (suoi) alleati politici e di severo castigo dei (suoi) rivali rappresenta «un incremento notevole dell’incertezza che colpisce governi, imprese e cittadini» dell’America latina.

 Il che – secondo l’analista argentina Sofia Carril – induce «un cambiamento nelle regole del gioco», specialmente contro il multilateralismo, «uno spazio politico che viene apprezzato dalla gran parte dei gioverni latinoamericani perché dà loro la possibilità di far sentire la loro voce». Per questa ragione, nell’ultimo vertice della Comunità degli Stati latinoamericani e del Caribe (Celac) all’inizio di aprile è stata decisa una linea comune basata sul rafforzamento delle alleanze regionali e di rafforzamento delle relazioni con l’Ue e la Cina come contrappeso alla nuova politica aggressiva della Casa bianca.

L’esempio più concreto di questo cambio di paradigma di Trump è stata la pretesa di riprendere con ogni mezzo il controllo del canale di Panama. Subito dopo il vertice della Celac, l’8 aprile, Trump ha inviato a Panama il segretario alla Difesa Pete Hegseth, un super falco. Il presidenye Raúl Mulino, ha ceduto alle pressioni di Hegseth e ha firmato con gli Usa il Memorandum de Entendimiento (in materia di sicurezza) che permette di fatto il ritorno di militari nordamericani nelle tre basi lungo il Canale che fino al 1999 erano occupate da truppe degli Usa. In violazione al trattato Torrijos-Carter del 1997 il cui articolo 5 recita che dal 2000 «Solo la repubblica di Panama gestisce il Canale e manterrà forze militari, siti di difesa e istallazioni militari nel suo territorio nazionale».

Di fronte a una forte protesta politica e popolare, e per giustificare il suo voltafaccia, Mulino ha esibito un annesso al Trattato, la cosidetta “reserva Numm”, unilateralmente voluta nel 1997 dall’allora senatore Sam Numm che sostenne: «Nulla in questo Trattato (di neutralità dell’izmo, ndr) impedirà alla Repubblica di Panama nè agli Stati Uniti... di concertare qualunque accordo fra le due parti per il dislocamento di forze militari». Di fatto una dichiarazione che il Trattato di Neutralità firmato dall’allora presidente Carter poteva essere aggirato secondo gli interessi degli Usa.

Una calata di braghe, come ha messo in evidenza lo storico (e membro della Giunta direttiva del Canale) Luis Nava Pajaro, il quale ha ricordato come la riserva Numm «no fue consensuata por Panamá» – non fu accettata da Panama – e dunque che si trattava di «un’imposizione fallita» da parte degli Usa alla quale «è un errore cedere... Qualsiasi accordo che implichi una presenza militare straniera deve comportare una riforma della Costituzione» ha concluso Nava Pajaro.

Da allora le proteste dell’opposizione – con forte appoggio popolare – si susseguono per far rispettare la Costituzione di Panama. Intanto però vi è il (forte) sospetto che Mulino abbia anche concesso il passaggio gratuito del canale per navi militari statunitensi. Oltre ad aver dato il benservito alla società di Hong Kong Hutchinson Holdings Ltd che gestiva i due porti del Canale – di Balboa nel Pacifico e di Colón nel Golfo del Mexico – e aver affidato la loro gestione a un consorzio guidato dal fondo Usa Black Rock Inc (al quale sembra far parte anche una impresa svizzera). Anche contro questi accordi vi sono state proteste popolari.

La seconda mossa di Trump è stato l’invio di Scott Brent, segretario al Tesoro, a Buenos Aires. In questo caso la fedeltà politica del presidente anarcocapitalista argentino era assodata e ribadita in varie occasioni. Le ultime sono state la visita di Javier Milei negli Usa per sbloccare il nuovo prestito all’Argentina di 20 miliardi di dollari del Fmi e il rifiuto dell’inviato di Milei di firmare il comunicato finale del vertice della Celac.

 Il problema in questo caso è che l’economia dell’Argentina è sbilanciata (per commercio e investimenti) nei confronti della Cina, che è fortemente interessata alle materie prime argentine – litio, terre rare, petrolio – sulle quali gli Usa pretendono il controllo. Brent, questa volta col sorriso invece che con la mascella da duro di Hegseth, ha messo inchiaro che buona parte del finanziamento del Fmi (circa 1/4) doveva servire a saldare il debito Swap dell’Argentina con la Cina (5 miliardi di dollari) in modo da poter dare a quest’ultima il benservito, come preteso da Trump. La base navale in Patagonia da gestire con gli Usa offerta da Milei era un gesto gradito, ma insufficiente.

La terza mossa dell’Amministrazione Trump è stata, secondo varie fonti, l’“aiutino” – mediante frodi – dato al presidente ecuadoriano Daniel Noboa per vincere con grande scarto (55,62%) il ballottaggio per le presidenziali lo scorso 13 aprile.

Vi sono pochi dubbi che la successiva mossa dei falchi di Trump nello scacchiere latinoamericano avverrà in Perù. Il tycoon nordamericano non può tollerare il “megaporto Hub” di Chancay – a nord di Lima, 3,5 miliardi di investimenti cinesi, inaugurato lo scorso novembre alla presenza del presidente Xi jinping – che assicura un collegamento diretto tra Shangai e il Perù. Colombia, Cile e soprattutto Brasile – oltre al Perù – già progettano di utlizzarlo per ridurre di molti giorni rispetto al canale di Panama il trasporto di merci dalla – e per la – Cina. E per non sottostare al controllo Usa. A fine aprile il presidente brasiliano Lula e il cileno Boric hanno messo in chiaro che non accettano il ricatto di Trump per escludere la Cina: «Vogliamo commerciare sia con gli Usa che con la Cina», hanno messo in chiaro. Per questa ragione si progetta un raccordo tra Chancay e il “Corredor bioceánico” per il trasporto via ferrovia di merci – di Brasile, Cile, Argentina e Paraguai – dal Pacifico all’Atlantico.

Il big stick, la politica di aperta aggressione, di Trump resta rivolto ai nemici “storici”: Nicaragua, Venezuela e, soprattutto, Cuba. Quest’ultima rappresenta una vera e propria ossessione nel neo segretario al Dipartimento di Stato, Marco Rubio, che alle manovre di strangolamento del governo socialista cubano già decise durante la prima Amministrazione Trump, ha aggiunto il taglio di fatto delle rimesse dei cubano-americani e una serie di misure contro le missioni mediche di Cuba all’estero (che colpiscono anche le autorità della Calabria, dove opera una missione medica di Cuba).

L’ultima espressione di odio è la decisione dell’Amministrazione Trump di impedire che atleti cubani che giocano della Grande Lega Usa di baseball possano giocare per la nazionale cubana.