Scaricabarile e piagnistei. Ecco due termini che spiegano come funziona la politica in Svizzera e in Ticino.

Le misure di risparmio della Confederazione, attualmente in fase di consultazione, prevedono tagli per circa 40 milioni di franchi a carico del Ticino a partire dal 2027. Le proposte di Berna riguardano diversi campi: meno soldi per i trasporti regionali, riduzione dei sussidi di cassa malati, tagli all’assistenza per l’infanzia e anche per l’innovazione, riduzioni per la politica d’asilo e per la protezione del paesaggio. Insomma, misure che, secondo il Consiglio di Stato, sarebbero “insostenibili per le nostre finanze”. Inoltre sono previste riduzioni di introiti per l’USI e la Supsi. Il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha parlato di “federalismo predatorio”.

Il Ticino è un Cantone oggettivamente in difficoltà, confrontato con la pressione di una regione confinante, l’Italia, che può offrire mano d’opera a buon mercato. Inoltre, da anni, il Cantone rivendica migliori benefici nella perequazione finanziaria intercantonale e, recentemente, un maggior sostegno a seguito dei danni dell’alluvione nel locarnese.

La smania risparmista cala sui Cantoni, non solo in Ticino, come una mannaia. È quindi comprensibile la reazione negativa di Bellinzona alle proposte di Berna. Fa però specie vedere che ci si lamenta con l’autorità federale per principi di politica finanziaria che vengono applicati anche nel Cantone. Il Consiglio di Stato sottolinea che “pur consapevoli che il risanamento delle finanze federali sia anche nell’interesse dei Cantoni, non reputiamo che lo stesso debba avvenire trasferendo direttamente e indirettamente oneri agli stessi, ma piuttosto privilegiando un intervento sulle spese proprie della Confederazione”.


Berna e Bellinzona tagli a gogo

Piagnucolare con Berna quando si praticano gli stessi criteri in casa propria non è in contraddizione? Criticare la Confederazione ma poi applicare misure analoghe nel Cantone, tagliando spese, sussidi, aiuti e spostare oneri verso i Comuni in nome del “risanamento delle finanze” non è un gioco disonesto? Non sarebbe il caso di andare alla radice del problema? Ovvero riconoscere che le finanze della Svizzera e del Ticino non sono sull’orlo del baratro, non c’è nessun pericolo di bancarotta per le generazioni future e il rapporto tra spese e PIL è sano se solo lo confrontiamo con il resto del mondo. Ricordiamo brevemente il rapporto debito pubblico PIL: USA 122,5%, Cina 96,3, Giappone 234,9, Italia 137,3, Svizzera 36,9” (nel 2019 era al 39,6%).

L’austerità non si giustifica, anche perché lo scorso anno la Confederazione ha chiuso il consuntivo con un’eccedenza di 11,3 miliardi di franchi. Un risultato che dimostra, se ancora fosse necessario, l’ottima salute delle finanze federali. Naturalmente Berna minimizza e sottolinea che il dato importante sono gli 80 milioni di deficit. Sta di fatto che il giochino si ripete: preventivi allarmistici, che invitano a tagliare, e consuntivi che rivelano tesoretti nascosti. “Il Consiglio federale – afferma Mattea Meyer, copresidente del Partito socialista svizzero – deve ritirare immediatamente questo progetto di austerità. Non è necessario e tantomeno accettabile. Con un’eccedenza tanto chiara, dobbiamo investire nel potere d’acquisto, nella giustizia sociale e nella transizione ecologica, non nello smantellamento del nostro modello sociale”.


La Svizzera è (di fatto) nella NATO

Mentre l’austera scure bernese, manovrata dal gruppo diretto dall’ex socialista ed ex sindacalista Serge Gaillard, furbescamente ingaggiato dalla ministra mani di forbici Keller Sutter, si scaglia sui Cantoni (oltre che sulle spese federali), la Commissione della sicurezza del Consiglio nazionale propone di investire un ulteriore miliardo di franchi per l’acquisto di munizioni dell’esercito. La politica di riarmo lanciata in Europa dalla Von der Leyen, in barba al Parlamento europeo, con una previsione di spesa di 800 miliardi di euro, contagia anche la Svizzera. Nei prossimi tre anni l’esercito avrà a disposizione 29,8 miliardi di franchi, invece dei 25,8 proposti dal Consiglio federale. Un regalino plurimiliardario della maggioranza borghese del Parlamento, cui la sinistra si è opposta senza successo.

Sinistra che ha cercato di frenare l’aumento delle risorse destinate al Dipartimento della difesa (DDPS), ma non si oppone all’avvicinamento della Svizzera all’Unione europea e alla NATO.

Negli ultimi anni, ormai, l’esercito elvetico sembra schierato con le armate del resto d’Europa. Quest’anno si prevede che i soldati svizzeri partecipino a 32 esercitazioni internazionali. Nove di queste saranno effettuate nell’ambito del Partenariato per la pace della NATO. La Svizzera partecipa anche a due progetti della “Permanent Structured Cooperation” (PESCO) dell’UE. Dallo scorso autunno fa parte della “European Sky Shield Initiative” che si occupa della difesa terra aria. Non fa parte della NATO, non ancora, ma poco ci manca. Nel 2022 il DDPS affermava che “non è praticabile un approccio solitario in materia di politica di sicurezza con la rinuncia alla cooperazione internazionale e il perseguimento della piena autonomia nella difesa”. L’ambasciatore svizzero in Belgio, Jacques Pitteloud, vicino di casa di NATO e UE, invita a svolgere più esercitazioni con la NATO, perché “una difesa autonoma è politicamente senza speranza”. La neutralità svizzera è un mito ormai messo in soffitta.

Il pensiero unico dominante in Europa sul fatto che Putin vuole espandersi fino a Lisbona continua a tener banco. È la narrazione di un’Europa che come “soggetto geopolitico non esiste” e dei volenterosi, Francia, Regno Unito, Germania e Polonia, che sono “i vorrei ma non posso” (Lucio Caracciolo) che ballano a vuoto. Tre anni di guerra in Ucraina, dopo l’invasione russa, non sono serviti a far capire che Mosca non ha la capacità di aggredire l’Europa. Citiamo un paio di dati, suggeriti dal ricercatore tedesco Ingar Solty della Fondazione Rosa Luxenburg: nel 1939 la Germania nazista invase la Polonia con un milione e mezzo di soldati. Quando la Germania attaccò l’Unione sovietica schierò tre milioni di soldati. Mosca ha schierato 190 mila soldati per invadere l’Ucraina. Studiare la storia, ogni tanto, aiuta a capire il presente.


Più armi meno solidarietà

Solleva timori lo storico Alessandro Barbero, una delle poche voci lucide in Italia – che ci ricorda gli anni che hanno preceduto la prima guerra mondiale, “il suicidio dell’Europa”. Anche allora si parlava di guerra imminente e nei cinque anni prima del 1914 le potenze europee avevano aumentato le spese militari del 50% in media nell’illusione di essere più sicuri. Anche oggi le prospettive per la popolazione europea (e svizzera) non sono rosee. “Mentre il bilancio della difesa viene aumentato per far fronte alla ‘minaccia russa’ – scrive Le Monde – l’idea di finanziare questo sforzo tagliando sulle spese per la solidarietà emerge sempre più chiaramente”. La spesa militare mondiale è cresciuta del 9,4% l’anno scorso. Tra il 2014 e il 2022 l’aumento di spesa per le armi dei paesi della NATO ha superato il 32%. Oltretutto, piccolo dettaglio non secondario, le spese europee in armi vanno a beneficio dei produttori statunitensi.

Il partito socialista svizzero è ormai sul carro del riarmo europeo. Da una parte si criticano le spese eccessive del Dipartimento militare, ma dall’altra si sprona il Paese ad avvicinarsi all’Unione europea e, di fatto, alla NATO. In una lunga intervista concessa dal copresidente Cédric Wermuth al quotidiano romando Le Temps, ci sono dichiarazioni significative e classificabili nel repertorio bellicista. “La difesa della Svizzera – dice Wermuth – comincia ai confini dell’Ucraina e le sanzioni contro la Russia sono troppo lente e troppo deboli. Non bastano le relazioni bilaterali con l’UE, bisogna integrare una struttura europea di sicurezza”. Wermuth sembra anche piuttosto confuso: afferma che “le collaborazioni militari non devono essere previste solo con la NATO, qui noi ci opponiamo, ma soprattutto con l’UE”. Forse abbiamo perso qualche puntata della storia recente, ma che differenza c’è tra NATO e Unione europea dal punto di vista militare? È data solo dal timore che Trump abbandoni l’organizzazione militare dell’impero americano in Europa? Stia sereno Wermuth, le decine di basi e istallazioni militari USA in Europa non scappano! E a 100 chilometri da Chiasso ci sono decine di bombe atomiche statunitensi pronte all’uso, nella base di Ghedi Torre vicino a Brescia.


Cédric nelle braccia di Ursula

Poi, sempre il copresidente PS afferma categoricamente che bisogna bloccare l’acquisto dei caccia F-35. Bene! Però: “La Svizzera – dice Wermuth – deve riconoscere la sua appartenenza europea, in termini di sicurezza e d’economia. Resta da sapere cosa ciò significhi istituzionalmente”. Significa che la Svizzera si integra, di fatto, nella NATO. Come scrive Maurizio Binaghi, nel suo “La Svizzera è un paese neutrale (e felice)”: “Il 10 febbraio 1956, il Consiglio federale conclude un memorandum segreto con la NATO, che stabilisce che la Svizzera manterrà la sua neutralità fino a un’eventuale invasione del suo territorio. In tale scenario, l’adesione alla NATO diventerebbe inevitabile. Questo accordo allinea gli interessi della Confederazione con quelli dell’Alleanza atlantica, suggerendo che l’esercito svizzero sia ormai parte, di fatto, del sistema di difesa occidentale”. Dunque: se l’Ucraina è Svizzera, come sostiene Wermuth, la Svizzera è nella NATO! Se si rifiuta questa forzatura, la Svizzera poteva esercitare un ruolo di mediazione e di interlocutrice neutrale fra gli Stati in guerra.

I buoni uffici della Svizzera nella trattativa tra Cina e USA a Ginevra, a metà maggio, generano ricadute positive per il nostro Paese. Schierandosi apertamente con UE e NATO non si è persa un’occasione?

Finalmente, il partito socialista svizzero si sta accorgendo del genocidio in corso a Gaza. All’inizio di maggio tre consiglieri nazionali PS hanno chiesto al Governo di adoperarsi per porre immediatamente (sic!) fine all’orrore che si sta consumando a Gaza. “Il Consiglio federale deve prendere posizione su queste violazioni del diritto internazionale, tra cui l’uso della fame come arma, l’uccisione mirata del personale di soccorso e la minaccia di pulizia etnica attraverso il piano di Trump”.

Grande è la confusione socialista sotto il cielo europeo. La paura nei confronti di Putin e Trump spingono i compagni nelle braccia di Von der Leyen, “questa nullità tenuta assieme dalla lacca” (Marco Travaglio), che promuove la politica miliardaria di riarmo europeo.

Non sembra una grande strategia politica e, men che meno, socialista. Siamo tutti europeisti, idealmente. Ma oggi bisogna fare i conti con la realtà e valutare lo stato di questa Unione europea: liberista, in mano alla destra, guerrafondaia e bellicista.

Non ci resta che Papa Leone che invoca una “pace disarmata e disarmante”. E l’economista Thomas Piketty: “I popoli d’Europa, e del mondo, non hanno bisogno di più armi, ma di una cura d’investimenti che privilegino l’essere umano e lo sviluppo durevole, concentrandosi sulle infrastrutture collettive: formazione, sanità, trasporti, energia e clima”.